Amore liquido

baumanDiceva La Bruyère, tout notre mal vient de ne pouvoir etre seul. L’amara considerazione viene in mente leggendo il saggio del teorico della società liquido-moderna, che illustra la stessa qualità fluida, destrutturata, nelle relazioni umane e nell’insostenibile volatilità dei sentimenti.

Nello scenario descritto da Bauman, l’uomo senza qualità protomoderno – descritto dal romanzo di Musil – si è trasformato in un uomo senza legami. Un homo oeconomicus che abita con disinvoltura l’economia di mercato, mutuandone, per effetto di un’abnorme legge osmotica, i criteri validi anche per la sua sfera personale. Per cui un rapporto, proprio come un prodotto, deve avere caratteristiche di convenienza, di sostituibilità in ogni momento, di risposta a un desiderio, o magari a una più disimpegnata ‘voglia’. In quest’ottica le emozioni sono delle trappole da cui restare liberi, per la loro natura ‘diseconomica’, perché poi possono dare ‘dipendenza’.

In una società ferocemente individualistica, le relazioni esprimono nel modo più netto l’odierna ambivalenza, tra sogno e incubo, tra libertà appagata, e schiavitù frustrata. Si vuole vivere l’ossimoro dell’esserne dentro e fuori allo stesso tempo; l’amore non è più «consegnarsi in ostaggio a un destino», accettare l’incognita che sempre l’Altro rappresenta, ma diventa l’arte di alimentare la «relazione tascabile», pronta all’uso, e sulla quale esiste un controllo totale.

L’arte di troncare, di ‘disconnettersi’ (Internet docet) diventa fondamentale, come rileva Bauman nella sua accurata fenomenologia (che si avvale anche della lettura dalla rubrica degli affari di cuore del Guardian); la rescissione immediata, come in ogni contratto che si rispetti, è la base. Ma resta altresì importante potersi connettere, sperare in un telefono cellulare che suona sempre, dando così alle relazioni inedite qualità di prossimità virtuale (si può stare in contatto pur tenendosi in disparte, e viceversa), rispetto a cui le capacità per coltivare la prossimità non virtuale sono sempre meno esercitate. La nuova tecnologia rafforza la parcellizzazione, trasforma le persone in uno ‘sciame’ un «aggregato mobile in cui ogni singola unità fa la stessa cosa ma nulla viene fatto in comune». «Quando manca la qualità, si cerca rifugio nella quantità. Quando non c’è niente che duri, è la rapidità del cambiamento che può redimerti».

Nel consumistico mondo così delineato, l’unione sessuale diventa un ‘episodio’, che da una parte si vuole a priori privo di conseguenze, dall’altra è sempre un’incognita inquietante per chi teme le ‘gabbie’ di relazioni durature. Allo spirito dei tempi non sfuggono nemmeno i figli, che sono visti come sofisticati «oggetti di consumo emotivo».

Un malinconico ritratto, quello dell’homo consumens, rispetto al quale l’archetipo dell’uomo dall’«addestrata incapacità d’amare», Don Giovanni, vibra di generosa umanità. Un ritratto, anche, in cui avvertiamo echi di un pensiero più remoto, altrettanto e forse più spietato nell’individuare i moventi dell’umana natura e socievolezza. Così Schopenhauer, in Parerga e Paralipomena: «Che i desideri degli uomini siano rivolti principalmente al denaro e che essi amino questo sopra ogni altra cosa è stato oggetto di frequente rimprovero. E’ tuttavia naturale, anzi inevitabile, l’amare ciò che in ogni momento è pronto, come un instancabile Proteo, a trasformarsi nell’oggetto eventuale dei nostri così mutevoli desideri, e così molteplici bisogni (…) Ciò che rende gli uomini socievoli è la loro stessa incapacità a sopportare la solitudine, e con questo se stessi. Il vuoto e il fastidio interiori rappresentano la molla che li spinge tanto verso la compagnia, quanto verso i viaggi e i paesi lontani».

Cristina Bolzani

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