Con le peggiori intenzioni

Succede raramente, ma succede. All’improvviso, quello che sulla carta era uno dei tanti romanzi scritto da uno dei tanti esordienti, comincia a vendere, e vendere. Sarà il tam tam dei lettori, sarà l’effetto mediatico degli articoli sui giornali, dove veri critici o modesti recensori si dividono tra chi loda e chi stronca. E’ fatta. Il libro in questione diventa il caso letterario del momento e poi – l’iperbole dilaga irrefrenabile – viene consacrato ‘romanzo dell’anno’.Se ci si astrae dal tourbillon di commenti e ci si concentra sulla lettura dell’opera prima del trentatreenne Alessandro Piperno, di padre ebreo e madre cattolica giansenista, si ha in effetti il piacevole incontro con una storia gradevole e stilisticamente convincente, seppure non sempre avvincente.

Le frasi spesso vi hanno una lunghezza che pare oggi desueta. L’aggettivazione è ricca, a volte ridondante, ma più spesso duttile nel cogliere le sfumature, nel descrivere ambienti e personaggi. E di questi ultimi, l’introspezione rende i tratti con spiccata chiarezza. A cominciare da Bepy, nonno del protagonista, con il suo vitalismo cialtrone, l’abbronzatura perenne, i vestiti chiari, la somiglianza a Tognazzi. O la giovane Gaia (unico personaggio che non si ispira a una persona reale) di cui Daniel s’invaghisce: creatura altoborghese tra Britney Spears ante litteram e Brigitte Bardot, che, dopo un fuggevole incontro nell’infanzia, lui conosce in un’estetizzata villa a Positano.

Solo gli avverbi sono troppi, vien da pensare. Ma il bravo protagonista sembra leggerci nel pensiero, perché verso la fine del romanzo scrive: «D’altronde avrete ormai capito che Daniel Sonnino è predisposto all’abuso avverbiale – pratica condannata sin dalla prima lezione in qualsiasi rispettabile scuola di scrittura creativa. Forse è Bepy ad avermi contagiato con il germe dell’avverbio: da lui deriva la consapevolezza che la più screditata tra le forme grammaticali del discorso dia colore alla vita, la caratterizzi, si occupi delle sfumature. E soprattutto è come se l’avverbio s’incaricasse di preparare la grande entrée dell’aggettivo sul palcoscenico della frase».

La saga familiare ebraica dei Sonnino culminata nella Roma pariolina degli anni Ottanta ci immerge in un clima narrativo stimolante, a cui contribuisce felicemente quella ‘sensazione di noia prolungata’ (ha scritto, indicandola come un difetto, Giovanni Pacchiano sul Sole) di certe parti. Un’opera prima che contiene inevitabilmente tracce delle influenze letterarie più forti. Si sente che Piperno ha respirato a lungo l’atmosfera sontuosa del fraseggio proustiano. Si avverte l’attrazione tardoromantica per un certo compiaciuto masochismo – non a caso è citata la Claudia Chauchat della montagna incantata manniana – che sfocia nella simbolica scena finale, distruttiva e liberatoria, dove Daniel asseconda fino in fondo l’irrefrenabile talento di pensare contro se stesso, di guardare con ferocia alle proprie radici.

Insomma, né un capolavoro né una storia senza qualità. Semplicemente – me è davvero semplice riuscirci? – un romanzo ben scritto.
(Cristina Bolzani)

da Con le peggiori intenzioni, Mondadori 2005
«Bepy sentì di non avere scampo diverse ore dopo aver incassato la diagnosi di tumore alla vescica, quando tra il novero sterminato d’interrogativi agghiaccianti scelse: Potrò ancora scopare una donna o tutto finisce qui?
Sebbene tale dilemma possa apparire una patologica inversione delle priorità, per lui, nell’estremo frangente, risultò più spaventoso lo spettro della compromessa mascolinità che l’orrore del nulla: forse perché nel suo immaginario impotenza e morte coincidevano, anche se la seconda era preferibile alla prima, se non altro per il conforto dell’assenza eterna…» (p.11)

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