Milan Kundera: Il sipario

Perchè intitolare Il sipario (Le Rideau) un breve e godibile saggio dedicato al romanzo, e rivendicarne con piglio leggero ma perentorio la natura di arte autonoma, unica ormai capace di «abbracciare la vita nel suo insieme»?

Nelle prime pagine del saggio l’autore distingue infatti: «A teatro, una grande azione non può nascere che da una grande azione. Solo il romanzo ha saputo scoprire l’immenso e misterioso potere della futilità». Non cercate la risposta nel libro, il libro è una risposta a questa domanda. Il suo obiettivo esplicito, strappare il velo di alcuni luoghi comuni ed equivoci che circondano il romanzo e la sua storia come arte.

Contro il narcisismo e la claustrofobica angustia delle teorie letterarie, Kundera omaggia Fielding e propone la sua idea del romanzo come «scritto prosai-comi-epico» la cui ragion d’essere appunto è niente di meno che l’esplorazione della ‘natura umana’ alla scoperta (inventio) di un aspetto ancora ignota della stessa. Questa definizione tutta settecentesca per precisione e umorismo, piace allo scrittore boemo proprio in quanto lascia impregiudicata la questione della forma dell’espressione romanzesca rispetto alla quale dice, deve essere lasciata la più ampia libertà di manovra.

Da questo vestibolo accediamo dunque alla collezione privata di Kundera che, tenendosi programmaticamente lontano dal gergo accademico, ci addita gli autori che gli sono più cari da Rabelais a Marquez passando per Cervantes, Fielding, Sterne, Flaubert, Tolstoj, Musil, Broch, Kafka… in un’altalena continua tra stupefacenti immersioni nel dettaglio della singola opera (bellissima la lettura del suicidio di Anna Karenina) e ragionamenti ad ampio respiro sul senso del romanzo come arte e dunque alla luce della sua storia.

E veniamo qui all’altro aspetto convincente di questo libro: l’idea di romanzo come arte sovranazionale. Da questo punto di vista l’accusa di Kundera è drastica: «L’Europa non è riuscita a pensare la propria letteratura come un’unità storica e non mi stancherò mai di ripetere che in questo consiste il suo irreparabile fallimento intellettuale. Infatti […] è a Rabelais che Sterne reagisce, è Sterbe che ispira Diderot, è a Cervantes che Fielding si richiama costantemente, è con Fielding che Stendhal si misura, è la tradizione di Flaubert che prosegue nell’opera di Joyce, è nella sua riflessione su Joyce che Broch sviluppa una poetica del romanzo, è Kafka che fa capire a Garcia Marquez che è possibile abbandonare la tradizione».

Questa prospettiva radicalmente comparativistica serve a Kundera proprio per polemizzare con la tradizione accademica che ha costruito le cittadelle della letteratura nazionale a spese del ‘grande contesto’ – l’unico che abbia un senso nel romanzo – della letteratura mondiale, quella weltliteratur di cui parla Goethe, «un altro testamento tradito» secondo il romanziere boemo.

Tradimento la cui portata devastante affiora nell’equivoco grottesco che, lamenta Kundera, fa per esempio rubricare Kafka tra gli scrittori ‘cechi’. Questa coazione a strangolare il respiro transnazionale del romanzo nell’asfittico ambito del piccolo contesto nazionale è pericolo tanto avvertito dall’autore da attaccare senza remore anche il bastione più difeso della fortezza accademica, il luogo comune secondo cui sia necessario leggere ciascun autore nella sua lingua originaria pena la perdita del quid specifico della propria identità etnica che solo nella comprensione delle sfumature linguistiche sarebbe accessibile. Ebbene, a questa visione quasi necrofila della letteratura che giace nell’obitorio dell’Università, Kundera contrappone il primato di un romanzo che vive e crea la propria tradizione, nella traduzione continua in cui la specificità locale è messa pienamente a frutto solo nel quadro d’insieme e oltre i confini.
(Maurizio Morganti)

Vedi anche: Milan Kundera

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