Mélancolie

A costo di sembrare tautologici va detto subito. La mostra al Grand Palais di Parigi dedicata alla Malinconia, genio e follia nell’Occidente, è proprio triste. Provate a vedere una sequenza di quadri nei quali uomini immersi in sconfinati paesaggi contemplano ineffabili orizzonti, donne perennemente con il capo reclinato, la testa appoggiata alla mano e l’espressione attonita tengono in grembo un piccolo teschio; per non parlare dei pipistrelli e degli scheletri in pose più o meno aggraziate, e di cupi esseri dediti a licantropia o cannibalismo… Alla fine del percorso, o forse anche prima, il vostro stato d’animo si sovrappone per magia al tema della mostra. Ma poi diventa un’esperienza catartica.E a pensarci non è nemmeno strano che sia affollata di visitatori come una qualunque rassegna dei rasserenanti Impressionisti. Perché quello melanconico è il nostro ‘spirito dei tempi’, quello di un’Europa scettica e incapace di utopie, e di una Francia che dello scetticismo (europeo) è la culla. La mostra ha anche il merito di intercettare il comune mal du vivre, nella sua accezione psicologica e clinica, ma soprattutto raccoglie opere sorprendenti e sa catturare l’attenzione dei parvenu come dei cultori dell’arte con un allestimento semplice e accuratissimo nei testi.

Ci sono voluti dieci anni di lavoro al curatore Jean Clair per mettere insieme le circa duecento opere che illustrano un tema sconfinato. «Nessuna disposizione dell’anima ha occupato l’arte occidentale per così tanto tempo come la malinconia. Nessuna offre un corpus di opere così notevole», ricorda Clair. Non si ci si immagina nemmeno quante siano le opere che contengono la parola ‘malinconia’ nel titolo, la cui raffigurazione ricorrente è quella di una persona con la testa reclinata appoggiata alla mano sinistra.

La visione melanconica viene scrutata in tutte le sue possibili declinazioni, di male di vivere, spleen, depressione. Si parte dalla Grecia classica di Ippocrate – che la metteva in relazione alla bile nera – e Aristotele – che ci intravvede un legame con la genialità. Con il Medioevo e il Rinascimento la malinconia dell’artista è associata dall’astrologia araba ai ‘nati sotto Saturno’, pianeta della depressione, lontano dal Sole e dunque freddo e oscuro. Con il Romanticismo la malinconia non è solo il segno distintivo dell’artista ma diventa il suo modo di essere nel mondo, una scelta. Nei paesaggi accidentati e cupi di Friedrich c’è la rappresentazione di uno stato d’animo che sceglie l’esilio. Fino allo spleen di Baudelaire: un’inquietudine esistenziale, indefinita, innominabile; un dolore di vivere, e non più un angoscia di morte. Con la morte di Dio come proclamato da Nietzsche la solitudine dell’uomo è compiuta. L’attitudine melanconica si trasforma in negazione tragica, in disperazione metafisica.

Molte opere sono così rare e e insolite da rimanerne stupiti e rapiti. Come quella di Francisco de Zurbaran, Gesù Bambino che si ferisce con la corona di spine, dove un Bambino biondo seduto si fissa un dito che sanguina, mentre la Madre, vero soggetto del quadro, gli rivolge uno sguardo enigmatico, come assorta in un presentimento. E come non farsi stupire infine dall’omone di Ron Mueck, in resina di vetro, che chiude la mostra come una specie di allucinazione iperrealista? Un’immagine in fondo bonaria che ci ricongiunge alla forma più consueta del male di vivere: non creativa ma ripiegata su di sé, greve e inerte, pressochè disabitata da un pensiero, ma anzi vissuta con l’ansia e la sottile vergogna che accompagna un malattia da curare.
(Cristina Bolzani)

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