Le intermittenze della morte

L’ultima opera di José Saramago, il grande scrittore portoghese premiato con il Nobel per la Letteratura nel 1998, lascia il lettore perplesso. Il tema – paradossale come nelle sue più recenti uscite – è nientepopodimeno che lo sciopero della morte. Una morte che decide di cessare temporaneamente la sua attività eterna creando, circa l’unica triste certezza umana, quelle intermittenze dalle quali deriva il titolo.La storia è dunque proprio questa: in un Paese come al solito non identificato, retto da una monarchia costituzionale convenientemente di facciata e governato da uomini né peggiori né migliori di qualsiasi altra compagine governativa (e qui Saramago ci regala un insolito qualunquismo bonario, invero un po’ torbido); abitato da un’umanità qualsiasi in tutto e per tutto; circuito e invaso dalla solita onnipresente Chiesa Cattolica Romana; ecco: in questo Paese anonimo, improvvisamente, non muore più nessuno.

La capacità di Saramago di rendere credibili le situazioni più paradossali qui viene messa a dura prova, con risultati molto lontani dal per nulla negato modello proustiano, ma distanti anni luce anche dal sublime Cecità, romanzo che narrava della perdita temporanea della vista di un intero popolo (meno una donna).

Se là l’autore riusciva a far emergere le passioni, la violenza, la paura, la pochezza e la grandezza dell’uomo qualunque spaventato a morte dal ‘buio luminoso’ della vista improvvisamente mancata, qui i toni sono dimessi e forzatamente ironici; rimane spazio solo per la commedia, la contabilità esausta dei ragionieri mortuari, privati d’improvviso della fonte di guadagno principale, i cadaveri, appunto, per i quali celebrare le esequie. E una briciola di spazio è riservata anche alle gerarchie cattoliche, preoccupate – con la perdità del dominio sulla dicotomica coppia morte/resurrezione – di conservare un po’ di compostezza.

Ma Saramago va oltre, su questa strada, descrivendo con il suo stile asfissiante non le ipotizzabili baldorie (lecite) dell’umanità, liberata (apparentemente) dalla paura della fine (individuale e collettiva). No. Il Nobel si diverte (e diverte anche noi) a infilare nella sua storia i problemi degli ospizi e degli ospedali, sempre più sovrumanamente affollati. E poi il fenomeno dello ‘sciopero della morte’ – una morte nazionale, dacché si arguisce, in seguito, che ce n’è una per ogni nazione – colpisce esclusivamente il Paese che è teatro del romanzo, non gli altri. Per le autorità non si tratta, a questo punto, di arginare l’invasione degli aspiranti all’eternità, ma di bloccare l’esodo clandestino dei morenti che non riescono più a spirare; un traffico immorale del quale si occupa, lucrando immense fortune, la malavita organizzata in una fantomatica ‘maphia’, col ‘ph’.

Insomma: un guazzabuglio di buone idee e di facili provocazioni; una nutrita serie di ovvietà e di rarissimi slanci ermeneutici: quei guizzi lucidissimi e spietati che ci hanno fatto amare Saramago anche nei suoi lavori più faticosi.

Per finire – ma non è la trama che sveliamo, bensì la morale, se ce n’è una – la morte ritorna cambiando stile: non più la visita della comare secca, ineluttabile; ma una lettera viola annuncia l’imminente fine a ognuno, con prevedibile cruccio del destinatario e disperazione, oltreché terrore. Ma non è tutto, perché la morte infine si fa donna, una bellissima donna, caduta in una così profonda disperazione che nemmeno i piccoli gesti da supereroina da fumetto riescono a diluire. Da Proust a Pavese, in un battito d’ali; ma al prezzo dell’opera meno riuscita dell’ultimo Saramago. In chiusura (o siamo all’inizio?), a costringere la morte in vesti umane è, ma guarda un po’, l’amore. Non ci manca proprio nulla. (sl)

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