Un inverno nella foresta

1919. Fronte rumeno. L’Armata Rossa batte in ritirata e ripiega verso la foresta. Quattro soldati si incontrano e si scelgono per passare un lungo inverno insieme prima del ritorno sul campo di battaglia.Benia – voce narrante – dopo la morte dei genitori, lavora in una segheria. Per sfuggire alla solitudine e forse alla monotonia della vita quotidiana si arruola nell’Armata Rossa e incontra Pavel. Ingegnoso e freddo, Pavel diventerà il ‘capo’ di uno sgangherato gruppo composto oltre che da Benia anche da Sifra, «dolce e profetico», e Kyabine, un «grosso uzbeko», dallo «sguardo talvolta idiota».

Ma l’inverno nella foresta è freddo e i quattro sopravvivono tra una partita a dadi e una tazza di the in una sorta di isolamento dal resto del reggimento. Un letargo fatto di poche parole dove la maggiore soddisfazione è il risvegliarsi vivi ogni mattina grazie alla solidità della capanna che gli consente di fare sonni tranquilli, senza il rischio di morire bruciati dal fuoco di una stufa costruita male. Arriva la primavera. «Genitori miei, guardatemi e non temete più per me perchè sono sopravvissuto all’inverno e ora ho dei compagni!», grida Benja.

L’amicizia tra i quattro soldati si consolida con la scoperta di un luogo segreto: uno stagno nel bosco dove d’ora in poi trascorreranno gran parte delle loro giornate aspettando l’estate. Un giorno al gruppo si aggiunge il giovane Evdokim scappato dalla vita dei campi e in cerca di fortuna nelle file dell’Armata Rossa. Evdokim non possiede nulla, nè tabacco, nè divisa, solo del the e, forse, il dono di saper scrivere.

Mingarelli si conferma con questo libro come uno scrittore della natura e del silenzio, un osservatore delle piccole cose e dei gesti semplici e diretti. Il risultato è quasi poesia. Il libro è dolce, sussurrato, anche le poche scene violente – della violenza della guerra – sono come raccontate a bassa voce, il lettore è sempre presente, ma tenuto in disparte, tutto è attutito, ovattato: regna la natura che tesse le fila della storia scandendola al ritmo delle stagioni. Mingarelli dice di lavorare come uno scultore e di dedicare molto tempo alla «giustizia, alla misura, delle parole» (justesse des mots), usandole solo quando ce n’è bisogno.

Le parole per lui hanno il solo scopo di mettere in contatto il lettore con l’anima dei personaggi, di far arrivare il ‘non detto’ attraverso un simbolo, un gesto. Lo scrittore indaga inoltre sulla perdita nella nostra società del senso della memoria rappresentato dalla parola scritta. Inondati di informazioni, sostituiamo alle parole le immagini: una fotografia invece di frasi per ricordare un momento. Ma, a volte, parole possono essere più efficaci di immagini, purchè siano ‘giuste’, mai sprecate, mai gridate, piuttosto sentite nell’animo. Il libro è un inno alle cose semplici come strada per la felicità. Tra le righe, un invito a riflettere e ad annotare le piccole cose belle o brutte che accadono e che inevitabilmente costituiscono l’essenza della vita e, nemmeno tanto velato, il rimprovero alla turbolenza e alla frenesia del vivere moderno che troppo spesso sposta l’attenzione dal particolare al generale.

In Quatre soldats (questo il titolo originale), non ci sono avventure rocambolesche, nè concessioni alla retorica: l’erba è verde, tout court, il sole è caldo, lo stagno calmo. E ogni cosa ha il suo odore: il pesce grigliato, le patate germogliate, il cielo dopo un temporale, il fuoco che brucia le capanne, lo stufato dopo le requisizioni. Ci si dimentica che i protagonisti sono ‘quattro soldati’, raramente compaiono divise o comandanti o armi, ma la guerra è sempre presente. Negli stivali da cavalleria di Sifra, nella gavetta di Kyabine, o negli incubi notturni di Pavel. I protagonisti tentano piuttosto di esorcizzarla attraverso una ricerca spasmodica della normalità, attraverso l’abitudinarietà di piccole azioni quotidiane ripetute pedissequamente, attraverso la ritualità di situazioni che portano fortuna, come il dormire una sera a testa con in tasca un orologio rotto recante l’immagine di una giovane donna.

Il lettore entra lentamente e in silenzio in questo angolo di mondo, un microcosmo in cui una sigaretta vinta ai dadi, un sorso di the, una nuotata in uno stagno valgono più dell’oro e diventano momenti degni di essere descritti in ogni loro piccolo particolare in un quaderno dal marmocchio Evdokim, l’ultimo arrivato forse l’unico in grado di fissare quegli attimi nella storia per sempre.

E quando il marmocchio Evdokim scrive, i quattro lo guardano immobili, come fossero in posa aspettando un ritratto, pronti a suggerire, mimare di nuovo una scena accaduta purchè tutto ciò che è scritto corrisponda esattamente a ciò che è stato. Il cavallo rubato, le anatre rincorse, il pesce pescato, cucinato e mangiato da Kyabine, il mistero del filo d’erba che oscilla nel cielo, legato a un filo di ragnatela, le coperte fresche di bucato dopo un pomeriggio allo stagno, e Sifra, che monta e smonta il suo fucile ad occhi chiusi meglio di chiunque nell’Armata Rossa. Con il quaderno di Evdokim, lo sopravvivenza diventa vita e acquista un senso perchè tutto è scritto.

La guerra è ancora mantenuta a distanza, il fragore degli spari è coperto fino all’inevitabile dal dolce suono del silenzio. Persino i colori sono quelli asettici dell’inverno e pastello della primavera. Quando arriva l’estate ed esplodono i colori, tutto il mondo scoppia, ritornano i cannoni, le mitragliatrici, ritorna la ‘vita’, e con essa la morte, la disperazione e, infine, nuovamente il silenzio. Un altro silenzio, ben diverso da quello che accompagna il lettore fin dalla prima pagina. Questo è il silenzio «di un cielo senza fine, dove non ci sono le parole», è il silenzio della solitudine di un uomo «perduto» nel «vasto mondo» che non «trova luogo dove potersi nascondere». (mt)

da Un inverno nella foresta, Edizioni Nottetempo 2005, 13 euro
«Quando abbiamo finito di costruire la nostra capanna, l’abbiamo contemplata con fierezza alla luce del fuoco che bruciava al centro della radura. Le abbiamo girato intorno complimentandoci, poi siamo entrati tutti e quattro dentro e io ho pensato: ecco, ho finito di essere solo al mondo, e avevo ragione.»

Hubert Mingarelli è nato in Lorena nel 1956. A 17 anni si è arruolato nella Marina, che ha lasciato tre anni dopo per passare da un mestiere all’altro ed approdare infine alla letteratura. Ha scritto numerosi libri e racconti per ragazzi. Con Un inverno nella foresta ha vinto il Prix medicis nel 2003. Vive in Val d’Isere in un piccolissimo paese sulle Alpi francesi. (foto di Olivier Roller)

 


Bibliografia

Le secret du funambule, Milan, 1990
Le bruit du vent, Gallimard Page blanche, 1991
La lumière volée, Gallimard Page blanche, 1993
Le Jour de la cavalerie, Le Seuil, 1995
L’Arbre, Le Seuil, 1996
Vie de sable, Le Seuil, 1998
Une rivière verte et silencieuse, Le Seuil, 1999
La dernière neige, Le Seuil, 2000
La beauté des loutres, Le Seuil, 2002
Quatre soldats, Le Seuil, 2003
Hommes sans mères, Le Seuil, 2005
Le voyage d’Eladio, Le Seuil, 2005

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