La casa di psiche

E’ molto interessante e ricchissimo di spunti, l’ultimo enciclopedico lavoro di Umberto Galimberti: debordante di citazioni, intessuto di raffronti e di snodi problematici, in un susseguirsi di Weltanschauung firmate da Freud e Jung, Platone e Nietszche, Lacan, Heidegger e Bingswanger, Jaspers. Oltre a quella, s’intende, dell’autore. Se ci si arriva, alla fine delle sue 450 pagine non sempre scorrevoli, si è ben ricompensati. Non solo perché nel descrivere il lungo percorso «dalla psicoanalisi alla pratica filosofica» – finalizzato a ri-mettere al centro quest’ultima ridimensionando la prima – Galimberti mette in campo tutto il pensiero, dall’antica Grecia ai giorni nostri; ma anche perché il punto di arrivo è «l’etica del viandante», una saggezza nomade che sappia dare senso all’uomo nell’era tecnologica.Fin dall’introduzione si evidenzia un desiderio di raffigurare l’impotenza della psicoanalisi, di quella pratica cioè che, secondo l’autore, cerca di guarire il dolore individuale a partire dalla sua biografia e dalle sue esperienze individuali, mentre la filosofia cura invece l’angoscia esistenziale che deriva dalla umana condizione di essere-per-la-morte, morte di cui la sofferenza è anticipazione e segno. Mentre la prima pratica offre una speranza di ‘guarigione’ dal dolore, la pratica filosofica – inscritta nella tragica visione greca secondo la quale il dolore è costitutivo dell’esistenza – indica la saggezza per sopportarlo e dominarlo. La psicoanalisi dunque, afferma Galimberti con una similitudine forte, promette un consolatorio ritorno alla ‘salute’ esattamente come la religione giudaica-cristiana offre la ‘guarigione’ dal dolore attraverso la ‘salvezza’ in un regno ultraterreno.

Ma la tragedia continuamente rimossa dei nostri tempi non è solo quella ‘greca’ insita nella vita che contiene in sé la sua negazione, e che anzi esiste in quanto convive con la morte; da cui la necessità dell’uomo di trovare un senso all’apparente insensatezza di questa dicotomia. E’ anche, ma spesso non ne siamo consapevoli, la tragedia dettata dalla presunzione di onnipotenza, dall’hybris, dalla tracotanza, che ci è data dalle possibilità della tecnica. In un orizzonte in cui non valgono più le cose ma i rapporti, la scienza ha come principale effetto la tecnica, costituita da una serie di procedure che vincolano l’azione umana e ne determinano le relazioni reciproche, secondo un testo già dato. L’uomo diventa una maschera, la rappresentazione di una funzione che determina la sua esistenza. E’ una leibniziana monade, un essere economico ridotto ad atomo. E’ così la dimensione collettiva, la regola del gioco produttivo modulato dalla tecnica, che definisce l’individuo. Ecco allora che accanto all’Es inconscio pre-individuale, la parte impersonale dell’identità, quella che risponde alla specie, al corpo, alla famiglia, c’è un Es inconscio post-individuale, un Es tecnologico che a sua volta condiziona l’Io, «risolvendo la sua identità in funzionalità, la sua libertà in competenza tecnica, la sua individuazione in atomizzazione, la sua individualità in deindividuazione, la sua specificità in omologazione, in quella cultura di massa in cui, in altra forma, risuona quel ‘sentimento oceanico’ che Freud aveva indicato nella pressione dell’Es inconscio pre-individuale da cui l’Io proviene e da cui non si libera. A essa ora si aggiunge la pressione dell’Es tecnologico artificiale, burocratico, macchinale, che su un altro versante obbliga l’Io a non essere propriamente se stesso». (Qui il filosofo ricorda di come anche le psicoterapie siano «forme di consolazioni tecniche… dove l’ansia viene canalizzata e neutralizzata nella parola, che non è più parola di tragedia o parola di fede, ma parola tecnica»)

Nella passività in cui la tecnica ci cala – tecnica che peraltro ci sopravanza per le sue possibilità, essendo così per la prima volta nella storia più intelligente di colui che l’ha creata; l’uomo non è capace di stare al passo con il mondo artificiale da lui creato con la tecnica, non potrà mai esserne all’altezza; e questa inadeguatezza è la causa dell’ansia – siamo in qualche senso tutti ‘figli di Eichmann’, secondo Gunther Anders, ossia degli irresponsabili funzionari di un apparato, che compiono azioni dagli effetti che superano ogni immaginazione, esattamente com’è avvenuto con lo sterminio nazista. Insomma, «la cultura dell’età della tecnica è una cultura senz’anima, perché è stato ormai valicato il limite oltre il quale è possibile portare la cultura soggettiva degli individui all’altezza della cultura oggettivata nelle cose».

Il modo indicato da Galimberti per salvarsi alla dittatura della tecnica è di sfuggire alla rete prefissata dei significati, per tornare a ‘leggere’ il nostro mondo simbolico, di aprirci al senso che esso ci indica, in una continua dialettica con la nostra parte inconscia, non pre-codificata, e con i segni che essa ci manda. Seguendo un percorso che ci porti infine a tacitare il nostro desiderio di essere Dio, ad accettare il dolore, la mortalità, il limite della natura umana, e come predica Nietzsche, a diventare ciò che siamo. Cercando di realizzare il nostro destino che si trova entro il difficile, contraddittorio equilibrio tra desiderio e limite. Senza hybris, senza mai travalicarlo, il proprio limite.

E alla fine di questo impervio tragitto ci accoglie la luminosa etica del viandante, del puer aeternus per il quale il viaggio conta più della mèta; precisa l’autore, che non è da intendersi come «anarchica erranza». «Il nomadismo è la delusione dei forti che rifiuta il gioco fittizio delle illusioni evocate come sfondo protettivo». E’ la capacità di abitare il mondo «nella casualità della sua innocenza, non pregiudicata da alcuna anticipazione di senso». E’ apertura al senso, per quanto «provvisorio e perituro», tra i soli confini kantiani del ‘cielo stellato’ e della ‘legge morale’. Perché, dice Zarathustra, «quali siano i destini e le esperienze che io mi trovi a vivere, vi sarà sempre in essi un peregrinare e un salire sui monti: infine non si vive se non con se stessi».
(Cristina Bolzani)

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