La ballata delle prugne secche

Troppo spesso si usa Melissa P. come metro di valutazione di romanzi di ‘nuova generazione’ possibilmente simil-autobiografici o ad uso e consumo prevalentemente adolescenziale. Così la povera Pulsatilla, nome in codice per un’identità non ancora ben svelata, si è trovata definita come una ‘Melissa P. lassativa’, autorevoli critici si sono detti scettici circa le capacità di Castelvecchi di sfruttare il momento d’oro di questo genere di ‘letteratura’, o si sono precipitati a scovare tra le righe di questo romanzo d’esordio intriganti sfumature erotiche, terribili traumi familiari e quant’altro suggerito dal cliché dell’adolescente moderno e naturalmente travagliato. Per l’occasione è tornato in auge il termine chick-lit (leggi ‘letteratura per pollastrelle’), mai tramontato negli Stati Uniti per ovvii motivi finanziari, e diventato popolare da noi grazie a Bridget Jones e allo shopping di Sophie Kinsella. Se a ciò si aggiunge che solo per un pelo (e per ovvii motivi anagrafici, ahimè) Pulsatilla ha schivato la definizione teen-lit (vedi la Melissa P. degli esordi e la Zoe Trope di Scusate se ho quindici anni, ma anche le Guide pratiche per adolescenti introversi dell’ antesignana delle blogger Margherita F.), spunta fuori la ricetta perfetta dell’ennesimo annunciato best seller di quest’estate.

Tutto questo rischia però di essere penalizzante per il delizioso La ballata delle prugne secche. Perchè la chick lit vende tanto ma spazia dal trendy al trash: da un’analisi spesso impietosa della donna come macchina da acquisti, e quindi trendy (??), a una sorta di fabbrica di Harmony riveduti e corretti e dunque trash. Ma questi sono problemi di marketing. Saranno i giovani, principali interlocutori di Pulsatilla, a decretarne il successo. E se dal web (l’autrice tiene da tempo un blog) i suoi scritti sono arrivati sugli scaffali, le premesse ci sono tutte. Non è la prima volta che accade: a grande richiesta sono stati pubblicati tanti altri diari on line selezionati in base a numero di accessi e voci su Google. E spesso dietro a grandi successi digitali si nascondono aspiranti scrittori o mere operazioni commerciali. Nella rete è facile nascondersi e l’affaire J.T. Leroy dimostra che un ufficio marketing compiacente può essere un buon gancio per far perdere le proprie tracce. Ma se un libro si legge tutto d’un fiato, se riesce a strappare qualche risata, tutto questo non ha importanza. La ballata delle prugne secche ha queste caratteristiche, e in più quella vena di frivolezza e autoironia che rende immediatamente simpatica la sua autrice.

Come in un blog che si rispetti, nel libro si parla un po’ di tutto. Seguiamo Valeria dalla nascita, in una famiglia di sinistra (‘genitori giovanili’, niente televisione, madre ‘ansiosa’ tanto da dire ‘é tardi ancora prima di guardare l’ora’, padre affetto da un ‘disturbo bipolare maniaco-depressivo’) e per tutto l’arco della sua crescita, i primi giocattoli, i primi fidanzatini fino ai viaggi e al lavoro di copywriter (‘tre anni di studio e 45 milioni di lire’). Il libro deve il titolo alle prugne secche, rigorosamente nel numero di una, alimento consigliato come spuntino ad aspiranti anoressiche, da una ‘rivista femminile con diete da fame’ a cui si rivolge la protagonista quando in piena adolescenza decide di dimagrire, stanca di ‘combattere contro le beffe del secolo’. Stando alla storia, infatti, vince chi ha più tempo libero, così nel ‘700 andavano di moda le donne in carne perché non avendo nulla da fare se non godersi le gioie della vita ( e tra queste il cibo) ingrassavano; adesso chi ha tempo libero e soldi va in palestra, fa la lampada ed è ‘smunto e abbronzato’ come le braccianti che un tempo lavoravano nei campi. L’anoressia diventa una crociata per allinearsi coi tempi e la condanna di Pulsatilla, ironica e sagace, è scritta a chiare lettere: «Quando arrivi a pesare trenta chili (…) significa che la dieta sta funzionando alla grande, più nello specifico stai morendo che è esattamente il tuo obiettivo». Niente party né discoteca (il gin tonic fa ingrassare), niente pub, né ristorante, né feste comandate, brutti voti in pagella e soprattutto niente più fidanzato (già scappato con un’altra meno ‘decerebrata’ di te). Imperdibile il capitolo Fuggi da Foggia: dietro allo scioglilingua si cela un vero e proprio manuale sulla città pugliese, una sorta di Bignami con geografia, storia, gastronomia, che ha il suo climax nel dizionario ragionato di italo-foggiano che da solo merita davvero la spesa del libro. E infine, in perfetto stile Sex and the City (ma alla rovescia) Pulsatilla dedica un capitolo al consumismo ‘francescano’, che porta la protagonista a comprare ‘politically correct’: cibo biologico, scarpe realizzate senza sacrificio animale, cosmetici a chili che non bastano a salvarla dall’incubo cellulite, che è ‘un’epidemia tutta mentale’, una ‘truffa’, il ‘risultato di qualche dozzina di noiose riunioni del reparto marketing’. «La cellulite – scrive – è come la mafia, non esiste, se la sono inventata dal niente». In fondo, qualcuno è mai morto per la pelle a buccia d’arancia?

Disincantata e spensierata, sottilmente femminista (‘Dio è misogino’), Pulsatilla si racconta guardandosi intorno, senza mai mettersi al centro della storia e rifuggendo da qualsiasi istinto narcisista. Nessuno spazio per esibizionismo né autocommiserazione, piuttosto un sorriso, lo stesso che strappa al lettore. Lo dice lei stessa, raccontandosi bambina sull’altalena: «Mi tenevo stretta alle corde, poi giravo su me stessa attorcigliandole (…) staccavo le mani facevo di tutto per morire, non sono mai morta».

Altro che lassativa. Con Melissa P. Pulsatilla ha in comune solo il nome di un’erba officinale. (mt)

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