Diavoli stranieri sulla Via della Seta

Un viaggio avventuroso nel cuore dell’Asia centrale sulle tracce di temerari esploratori europei che all’inizio del secolo scorso sfidarono i deserti e le montagne per riaprire la mitica Via della Seta e portare nei musei del Vecchio Continente i tesori artistici.Peter Hopkirk, giornalista dalla vita avventurosa, ha raccontato questa storia in un libro del 1980, che ora Adelphi pubblica, dopo il successo del suo precedente saggio Il grande gioco.

«L’obiettivo che mi pongo con questo libro – ha scritto Hopkirk – è raccontare la storia delle scorrerie archeologiche a vasto raggio intraprese da alcuni stranieri in quel remoto angolo dell’Asia centrale nel primo quarto del Novecento». Una storia che unisce le cronache di viaggio dei grandi esploratori e i ragionamenti geopolitici, e offre un affresco a più sfaccettature di un periodo nel quale gli europei avanzavano come conquistatori in terre molto lontane, non solo geograficamente, dalla loro cultura, suscitando alla fine la reazione degli autoctoni e portando avanti un’immagine per certi versi negativa della cultura occidentale. Forse si può anche azzardare qualche legame con quanto accade oggi in territori non troppo lontani dalla Via della Seta, come l’Iraq e l’Afghanistan.

Il libro di Hopkirk è una cronaca archeologica, molto centrata sugli uomini che compirono le imprese. Le loro azioni, comunque, assumevano spesso le caratteristiche proprie della grande politica: «Quei baldi studiosi – ha scritto uno storico citato da Hopkirk – si diedero a rivendicare ‘aree d’influenza’ e ‘giacimenti archeologici’ e litigarono vigorosamente sulle une e sulle altre». Sostituendo la parola ‘archeologici’ con ‘petroliferi’ e mettendo gli Stati al posto degli studiosi, ecco offerta una sintesi mirabile del senso complessivo del grande gioco per il controllo dell’Asia Centrale, che parte dai tempi della regina Vittoria e giunge fino a George W. Bush, Ahmadinejad, Putin e Hu Jintao.

Gli europei, dunque, saccheggiarono i tesori della Via della Seta. Però, e qui Hopkirk si mostra storico di talento, è anche vero che aver trasportato le opere d’arte del buddhismo cinese a Londra o Berlino ha probabilmente salvato molti capolavori dalla distruzione, tanto degli antenati dei Talebani che abbattevano i simboli degli altri culti quanto dai contadini che raschiavano «i pigmenti vivacemente colorati degli affreschi, considerandoli un fertilizzante di particolare efficacia».

La principale virtù del libro – oltre alla stupefacente sintonia con l’attualità – è comunque la ricostruzione storica delle avventure di personaggi come lo svedese Sven Hedin, il tedesco Albert von Le Coq, il britannico sir Aurel Stein, il francese Paul Pellion, l’americano Langdon Warner e «l’alquanto misterioso conte Otani dal Giappone». Storie che si calano alla perfezione nel grande filone della letteratura d’avventura, che tra il deserto del Takla Makan e le pendici del Pamir si colora di ulteriore fascino.

Su Internet
La Via della Seta
Il Milione di Marco Polo

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