Pugni

Pietro Grossi ha ventotto anni. Scrive da quando ne ha otto. Ama gli scrittori americani, Hemingway, Salinger… Ha frequentato la Scuola Holden, poi ha pubblicato una triade di racconti che ha avuto molti elogi. Meritati.La difficoltà del racconto di rendere in poche pagine un’atmosfera, suggerire un intreccio e all’interno di quello zoomare su un momento essenziale e epifanico, gli riesce davvero. Non solo per il modo, diretto e sicuro nella sobrietà dello stile, in cui i personaggi parlano portandoci dentro la loro vita – incipit del primo, Boxe: «Guardiamoci negli occhi, a me ‘sta faccenda della boxe piaceva parecchio. Non so cos’era, se quel senso di sicurezza o la consapevolezza che facevo qualcosa come si deve. Forse tutt’e due, forse anche la formidabile sensazione che c’era un luogo dove avevo qualche numero, o dove comunque potevo battermi ad armi pari». Ma anche, appunto, per come gli stessi personaggi – in ognuno dei racconti ce ne sono due, all’interno di una stesso tipo di pathos, dentro una scena ‘originaria’ di iniziazione alla vita – si affrontano e confrontano, e alla fine si evolvono rispetto a quello che erano. Come se l’infernale o provvidenziale Altro fosse l’unica strada per raggiungere se stessi.

Con accelerazioni da film western, Grosso fa muovere sul ring i due avversari, il Ballerino e la Capra (Boxe), fa galoppare su strade diverse i fratelli Natan e Daniel (Cavalli) – «Fu subito chiaro a tutti che i cavalli avrebbero portato i due fratelli in luoghi diversi» -, racconta le due esistenze parallele poi divaricate in modo drammatico dei due amici Nico e Piero, che per sfuggire a un mondo iper-protettivo e freddamente opulento «si è messo a fare la scimmia» (La scimmia).

In questi racconti che hanno un’aria da Bildungsroman, Grosso dimostra una sicura falcata da ‘classico’, senza birignao generazionali o virtuosismi stilistici. In un’intervista ha dichiarato che scrive di stomaco, che le sue storie sono più intelligenti di lui. Chissà da dove vengono questi personaggi così stagliati all’orizzonte, sospesi tra un tempo fuori dal tempo e una contemporaneità contigua alla follia. Forse, da quei dieci anni di scrittura vissuta come passione.
(Cristina Bolzani)

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