La morte della farfalla

Sulla lapide di Francis Scott e Zelda Fitzgerald sono incise le ultime parole del Grande Gatsby: «Così continuiamo a battere l’acqua, barche contro corrente, risospinte senza posa nel passato». E leggendo il breve saggio di Pietro Citati sulla loro storia d’amore e di immensa complicità – cominciata a una festa da ballo nel luglio 1918, culminata nel matrimonio nel 1924, e proseguita tra strazianti alti e bassi fino alla morte di lui, nel dicembre del 1940 (lei morirà otto anni dopo, in un rogo nell’ospedale psichiatrico) – non stupisce che qualcuno, forse la figlia Scottie, abbia deciso di incidere proprio quelle parole, di quel suo primo romanzo di successo, pubblicato nel 1925, che T. S. Eliot saluta come «il primo passo in avanti che il romanzo americano abbia fatto dopo Henry James». Scott Fitgzerald asssomiglia molto a quel suo personaggio, Gatsby, che Citati trova somigliante al Lord Jim dell’amato Conrad, perché «anche per Fitzgerald, come per Lord Jim, le illusioni danno un tale colore al mondo che non ti importa se le cose siano vere o false, fin tanto che rendono qualcosa di quel magico splendore.Anche Fitzgerald, come Gatsby, credeva nella luce verde del futuro, che si esprimeva sopratutto nella fiducia nel suo talento di scrittore, da affinare strappandolo alle devastazioni dell’alcolismo e della brama autodistruttiva. Beveva, per Citati, anche lui come «aveva scritto Baudelaire a proposito di Poe – come se stesse lavorando a un omicidio: come se avesse dentro di sé qualcosa da ammazzare…». Ma la fiducia più incrollabile gli serve per sostenere la malattia di Zelda, l’improvvisa schizofrenia che la obbligherà a lunghe degenze in costose cliniche; e che fa scrivere a Fitzgerald, in una lettera alla figlia poco prima di morire: «I malati di mente sono sempre semplici ospiti sulla terra: eterni stranieri, che portano con sé decaloghi spezzati che non sanno leggere».

La crisi familiare, quando lei scrive un meodiocre romanzo autobiografico, Save Me The Waltz, e lui si sente defraudato del suo unico tesoro: il materiale della sua esistenza, che poi metamorfosava in letteratura.

Da questo profilo di una, di due vite, – «erano la stessa persona, con due cuori e due teste» – si può cogliere lo spunto per rileggere i libri di Scott, a cominciare dal capolavoro, Tenera è la notte. I libri di una farfalla che ama le superfici, e di un uomo malinconico, dall’infanzia segnata dai fallimenti, con un viso di «vecchio bambino stanco», ma vanitoso e desideroso di successo, e che quando scriveva «creava un’architettura: concentrava, concentrava: cercava l’essenziale, a costo di usare tocchi piccolissimi: ogni linea doveva far sentire un suono nuovo; aboliva e riduceva. Sotto le apparenti fioriture liriche, era esattissimo».

E magari è l’occasione per riscoprire i suoi racconti, per esempio quei cinque che Citati raccomanda come «tra i più belli del secolo scorso: La madre di uno scrittore, Un caso di alcolismo, La lunga via di uscita, Finanziando Finnegan, Il decennio perduto». (cb)

«Goofy, tesoro mio, non è stata una giornata deliziosa? Mi sono svegliata stamani e il sole era posato sul mio tavolo come un pacchetto di compleanno, così l’ho aperto e tante cose felici sono uscite svolazzando nell’aria… Ti amo moltissimo e tu mi hai telefonato – ho camminato su quei fili del telefono per due ore, dopo aver preso in mano il tuo amore come un parasole per tenermi in equilibrio». Zelda, dalla clinica di Prangins, a Scott. Autunno 1930. »
Vedi anche: Tenera è la notte

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