Silvio Perrella

Qual è la forma di Napoli? Quella che si vede in superficie, o quella nascosta, sotterranea, piena di inquietudini e di Storia? E qual è il legame tra la città che sta sopra e quella che sta sotto? Silvio Perrella, scrittore e critico, nato a Palermo nel 1959, ma trapiantatosi a Napoli negli anni Settanta, in Giùnapoli (Neri Pozza, 2006) muove i suoi primi passi «alla scoperta della città dai mille clamori» rischiando continuamente di perdersi, trascinando con sè un filo per riconnettersi, come ha scritto Elena Ferrante, ai «luoghi disintegrati delle emozioni», tessendo continuamente la domanda: qual è la forma di Napoli, la sua natura sfuggente che riduce in cenere ogni sua immagine o rappresentazione? La passeggiata con Silvio Perrella alla scoperta di Napoli inizia dal ventre della città, da Via Benedetto Croce, luogo in cui il protagonista di Giùnapoli, conclude il suo viaggio. E’ qui che Perrella scopre, e lo scopre camminando, il suo profondo innamoramento per Napoli e per i ‘giganti’ che la abitarono. Uno di questi fu Benedetto Croce.

L’intervista di Luigia Sorrentino

Nel suo libro lei a un certo punto racconta di Benedetto Croce e dice: «C’è un gigante ibernato, di cui è possibile vedere ogni dettaglio e sentire ancora il respiro. Ha ancora gli occhi aperti. Aspetta pazientemente. Sì, un gigante che ha nascosto le ali tra i libri. E bisogna essere un po’ archeologi per sentirne la presenza. Anche dall’alto, con il binocolo, si dovrebbe vedere una figura disseminata nella città, qualcosa di unico, che nelle altre città italiane non esiste. Un uccello preistorico e moderno, una fenice e un albatros.» (da Giùnapoli, pag. 169.) Lei intende dire che la presenza di questo «gigante ibernato», Benedetto Croce, ricongiunge, metaforicamente, la Napoli che si vede dall’alto con quella che si vede dal basso. E noi, ora, stiamo passando proprio davanti al palazzo dove visse questo ‘gigante’…
«Noi siamo ora in Via Benedetto Croce. Siamo appena passati da Palazzo Filomarino. Lo ha mai visitato? E’ un luogo molto particolare: conserva la biblioteca di Benedetto Croce. Io credo che in Italia, e forse in Europa, vi siano poche altre biblioteche private di questo genere, entro cui c’è ancora qualcosa che è visibile, cioè la voglia, il desiderio e la possibilità di concentrare il sapere nella mente di un solo uomo. Visitare la biblioteca di Croce, come io faccio fare al protagonista del mio libro, è un momento in cui Napoli ci racconta e ci suggerisce qualche cosa che ti fa capire la sua Grandezza, quanto sia stata innestata nella Storia e quanto, speriamo, lo sia ancora.»

Perrella, immaginiamo ora di essere proprio nella Napoli degli anni ’70, quando il protagonista del suo libro arriva a Napoli. Qual è la sua storia?
«La storia di iniziazione di uno straniero. Che venga da Palermo è importante, ma lo è fino a un certo punto… E’ la storia di uno che non è nato a Napoli, ma che a Napoli cerca una conoscenza. Vuole fare esperienza, vuole capire se è possibile vivere a Napoli. Lui è affascinato, all’inizio. Napoli gli dà un impatto violento, difficile, lo spiazza, però nello stesso tempo gli suggerisce che la città è come se possedesse un corpo. Napoli, improvvisamente, gli si configura come un corpo che si relaziona al tuo corpo individuale, un corpo più vasto, un corpo sociale, stratificato, complesso, che chiede una conoscenza e chiede lo sguardo di chi sa penetrare, di chi non si ferma alla superficie, di chi appunto, va Giùnapoli, non solo dal punto di vista urbanistico e strutturale, seguendo la verticalità della città, ma che va anche al di sotto dei luoghi comuni, che non si ferma.»

E poi? che cosa succede al suo protagonista?
«Camminando scopre che la conoscenza della città è possibile solo se ci si avventura, per le scale, per i gradini, per i gradoni, per il Petraio, per la Pedamentina. Predilige, ad esempio, le funicolari, che sono un mezzo di trasporto verticale che congiunge rapidamente parti diverse delle città. E a un certo punto si rende conto di una cosa che non sempre è raccontata in modo così evidente: che Napoli ha una verticalità molto forte e che questa verticalità non è solo legata all’architettura ma è anche una verticalità sociale, e lui sente che è necessario connettere l’alto con il basso, e scopre che quando si connettono l’alto e il basso, e cioè il ‘giùnapoli’ e il ‘sùnapoli’, la città diventa grande, diventa importante, diventa la più grande metropoli europea, come diceva Elsa Morante in un suo scritto.»

Noi ora stiamo percorrendo a piedi la parte più antica della città. Con un solo colpo d’occhio, voltandoci indietro, possiamo vedere in uno scorcio lontano, la Napoli Alta: la Certosa di San Martino e Sant’Elmo. Uno dei paesaggi più suggestivi della città.
«Noi siamo ora a Piazza San Domenico Maggiore. In questa piazza vale la pena di fermarsi per vedere proprio la verticalità di cui parlavo prima. Siamo nella zona che si chiama Spaccanapoli: ci sono tante strade e il decumano Maggiore, siamo nella struttura greco-romana: da qui possiamo vedere chiaramente la città che va verso l’alto, verso Castel Sant Elmo, e la Certosa di San Martino situata sulla sommità della collina. Il rapporto tra il basso della città e l’alto della collina ricorda l’Acropoli di Atene, e fa pensare, anche, alla possibilità che ci sia stata a Napoli una fondazione molto antica. Tanto è vero che, per molto tempo, il rapporto tra alto e basso della città era assicurato da una unica strada, la Pedamentina.»

Parliamo ora della percezione della luce a Napoli. Nel libro lei a un certo punto parla di due diversi modi di percepire la luce. Napoli, per Raffaele La Capria, è la chiarezza, il fondamento geometrico del mondo, una specie di «illuminismo del cuore». Anna Maria Ortese, invece, per vedere Napoli, mette, tra se stessa e il mondo reale, una sorta di ‘lente scura’, con la quale corteggia e privilegia le ombre della città. Secondo lei davvero vi sono due diversi modi di vedere Napoli?
«Io direi che non ci sono due modi di vedere Napoli. Sicuramente c’è stata una lunga tradizione dei due modi, cioè delle due città. Domenico Rea, ad esempio, parlava delle due città: della città del ventre e della città, lui dice, là dove l’aria ti sveltisce il cuore, cioè la città dell’apertura, di Posillipo, del mare, del golfo. Oggi tutta questa possibilità di dividere la città in parti è completamente esplosa, perchè poi Napoli ha una connessione con il resto del mondo anche segreta, anche misteriosa, ed è difficile adesso separare le parti della città. Così vale per la luce. Il protagonista del libro scopre, arrivando a Napoli negli anni Settanta, negli anni del colera, una Napoli che viene descritta come molto colorata, la Napoli dei grandi colori. Invece a lui sembra una Napoli in bianco e nero, un po’ slavata, dove lui, assolutamente, non percepisce i colori. Però poi farà la sua esperienza, e via via, nel tempo, scoprirà che invece Napoli si allarga, si spalanca, in una raggiera di colori e di cromie. Questo naturalmente lo mette in contatto con la realtà metamorfica della realtà, con una città dove il tempo – credo che la vera esperienza che si fa vivendo a Napoli è l’esperienza del tempo – non è solo quello delle città moderne, cioè il tempo funzionalizzato alla produzione, ma è un tempo stratificato: convivono sempre passato, presente e futuro e sopratutto il passato preme sempre per riemergere e non sempre riemerge solo in forma positiva. Il protagonista del libro, a un certo punto, parla dell’inconscio nero di Napoli.»

Ed era quell’inconscio nero che vedeva , nella lente scura, Anna Maria Ortese?
«Questo inconscio nero può far riemergere il peggio della città, come purtroppo sembra che stia succedendo in questa particolare epoca, e questo ti fa sembrare che il tempo non passi mai. L’ingresso nella modernità nel quale siamo entrati, in qualche modo, ha rimosso l’idea della morte. Invece anche nella Napoli modernizzata la morte è sempre presente, naturalmente come misura della vita. E in questo senso, ci ricolleghiamo al sostrato greco della città: sono stati i Greci a inventare il senso della misura, il limite, il senso del limite come qualcosa di importante.»

Parliamo ora della luce che c’è oggi a Napoli. Stamattina pioveva e la città era ombrosa. Adesso, invece, è rispuntato il sole e la luce è abbagliante.
«La luce che c’è oggi è una luce che fa vedere le metamorfosi che così frequentemente ci sono a Napoli. Per esempio, stamattina pioveva molto, tanto che il golfo è scomparso. Guardando dall’alto la città, la città non c’era più, era diventata invisibile, in una coltre di umidità. Ma ora la luce è tornata. La luce che si vede in questo chiostro, che è il chiostro del Salvatore, mette in evidenza, fa vedere, è un luogo che raccoglie la luce, che i chiostri sono fatti anche così: sono luoghi dove si ritmano la luce e il passo. Le colonne, gli archi, sono fatti anche per questa ragione. Stamattina vi raccontavo, vista la pioggia così battente, dell’acqua verticale come la chiamo nel libro. Napoli è scomparsa sotto una coltre di umidità, di pulviscolo liquido, e lì proprio si vede quanto la città si allarga, cambia forma e quanto però poi, improvvisamente, quando la luce ricompare e delinea, e dà i confini alle cose, la forma originaria della città riappare e riappare con una forma che è millenaria, la forma del golfo, una forma che si vede sopratutto se si ha la possibilità di guardare la città dall’alto.»

Lei come scrittore è interessato, come Calvino e Parise, alle città. Ma mentre Parise si perde nella irrequietudine delle città, Calvino le percepisce come luoghi di aggregazione. Lei, invece, sembra sentirsi a suo agio osservando le città come forme.
«Tutti gli scrittori hanno delle vocazioni molto precise che li portano a far coincidere, anche nei tic, nel modo di camminare, nel tono della voce, i caratteri genetici della loro scrittura con il loro corpo, con il loro modo di essere. E questo mi ha sempre affascinato molto. In Giùnapoli, ho cercato di raccontare il mio modo di percepire la città, seguendo le traiettorie di alcuni scrittori che ho conosciuto, come Italo Calvino, Goffredo Parise e Raffaele la Capria. In questo libro il protagonista non è più uno scrittore – anche se ci sono degli scrittori che l’io narrante incontra -, ma è appunto un’intera città, che è studiata e raccontata come ho raccontato e studiato i protagonisti degli altri miei libri.»

Perché lei ha deciso di scrivere questo libro?
«Perchè sento molto che intorno a Napoli, più che teorizzare, bisogna raccontare le reali esperienze e ciò che veramente i nostri sensi vedono della città. Perchè mi sembra – intuisco – una sorta di ingiustizia conoscitiva che riguarda Napoli.»

Qual è questa ingiustizia conoscitiva?
Nel libro si dice che per raccontare la città bisogna combattere almeno due guerre: la guerra di chi racconta Napoli dall’esterno e la racconta come un luogo invivibile, come un inferno, come uno dei luoghi più difficili di questa parte di occidente, e la guerra di chi la racconta dall’interno, spesso facendosi influenzare dal racconto esterno. Avere la capacità, la libertà, il coraggio, di muoversi anche al di fuori di queste codificazioni, significa non chiedere a Napoli ciò che Napoli non ti può dare, ma descrivere e raccontare di Napoli ciò che Napoli è.

Osservare la città come forma. Cosa vuol dire?
«Le città mi interessano come forme. Il mio vero interesse, la cosa che mi muove, è sempre un interesse per la forma. Io credo che nella forma c’è tutto, nell’aspetto sensibile di ciò che gli occhi colgono del mondo esterno, e bisogna essere capaci di raccontare quello che si vede sapendo che a volte si hanno visioni della realtà. A volte i nostri occhi ci forniscono qualcosa che non sempre esiste, ma che è il risultato di un contatto. La ricerca ostinata, cocciuta, anche ossessiva e nevrotica del contatto, del contatto tra varie parti della città, del contatto tra il protagonista e la città e le persone che incontra. e del contatto sociale tra classi sociali diverse. Napoli, da questo punto di vista, per il mio protagonista, è un luogo dell’utopia, l’utopia del poco, dove ancora è possibile cercare questo contatto, in un momento in cui in buona parte del mondo occidentale la realtà si è smaterializzata. C’è una virtualità molto forte e spesso questo contatto non solo non lo si cerca, ma non esiste neanche più nell’orizzonte comune. Ecco perché la forma delle città, la forma di Napoli, scompare, riappare… ma in realtà è una forma che esiste da secoli. Per esempio, noi qui vediamo un campanile in lontananza e vediamo, dopo una strada angusta sulla quale però si aprono palazzi molto alti e imponenti, un’apertura che ci fa capire anche le dimensioni della luce, le variazioni della luce di cui parlavamo prima. E in queste strade, che hanno delle caratteristiche particolari, hanno i bàsoli fatti di lava, i palazzi alti che si aprono… Ad esempio, questa facciata, è difficile da percepire tutta intera a causa dei palazzi che le stanno di fronte… Allora, qui dove siamo ora, lo spazio è sempre molto denso: le cose si connettono e stanno vicine le une alle altre in maniera anche difficile, a volte bella e a volte difficile.»

Proprio a proposito di questa relazione tra le cose che stanno nello spazio denso: che rapporto vi è tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’?
«Quello che vedremo adesso andando avanti è proprio il rapporto che c’è a Napoli tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’. Lei può vedere che qui ci sono case che si aprono a livello della strada, e che suggeriscono, a chi ci vive dentro, che non c’è una vera differenza tra l’esterno e l’interno. Il rapporto tra il dentro e il fuori in questi casi, è molto difficile da cogliere: l’interno è l’esterno, e viceversa. Ma a Napoli succede anche che improvvisamente si aprano all’esterno degli spazi insospettabili, degli spazi misteriosi, segreti, a volte silenziosi, magari si passa da un momento di grande rumore, di frenesia sonora, a un momento sospensione, di galleggiamento del suono, e quello che vedremo adesso è una di queste situazioni. Qui siamo a Largo di San Marcellino. Ecco, vede: qui adesso si apre un chiostro e dopo un chiostro se ne apre un altro e poi un giardino, e così di seguito. Lo vede? Napoli è tante cose: questi paesaggi, questi scorci, si modificano, cambiano continuamente, quindi anche noi, se vogliamo rimanere in contatto con la città, dobbiamo essere plastici. Dobbiamo essere capaci di un’arte della mutevolezza.»

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