Antonio Scurati

Il suo nome evoca l’inquietante, apprezzato romanzo Il sopravvissuto. Ma ha scritto anche di guerra, in forma di romanzo e di saggio, e del modo contemporaneo, in un certo senso ‘classico’, di raccontarne. Oltre che di un certo rapporto (perduto?) tra letteratura e esperienza.

L’intervista di Cristina Bolzani

Antonio Scurati, al Festivaletteratura lei ha fatto un intervento su come si racconta la guerra, su come è cambiata la narrazione dai tempi di Omero alla Cnn. Com’è cambiato questo racconto della guerra?
Ovviamente è cambiato moltissimo. Però a me interessa di più, in questo caso, una linea di continuità che noi individuiamo da Omero alla Cnn.

Può sembrare una boutade ma non lo è perché se si studia a fondo l’epica omerica – come ho fatto io e come hanno fatto in molti – si trova una cosa: che già la narrazione della guerra in Omero è dominata da quello che io chiamo un ‘criterio di visibilità’. Già l’epica antica è il paradiso dello spettatore: gli eroi si battono nella piena luce, splendida della gloria. Cioè Omero ce li mette davanti agli occhi: due campioni singoli, ben individuati, con tutte le loro caratteristiche, che vengono fuori dal fondo indistinto della mischia e dinanzi agli occhi dei testimoni, dei contemporanei, e poi delle generazioni successive; e si misurano, rivelando tutto il loro valore. Ebbene questo criterio di visibilità, che domina la narrazione della guerra nell’epica antica, noi a cavallo dei secoli lo ritroviamo, diversi millenni dopo – riproposto in maniera, io aggiungo, ingannevole – dalla televisione. Che ci dà l’illusione di avere la guerra dinnanzi ai nostro occhi. Illusione che porta con sé una serie di mistificazioni ideologiche molto gravi.

Nella narrazione contemporanea chi è secondo lei l’eroe, e in che cosa consiste l’illusione di cui lei prima parlava?
Innanzitutto l’illusione perché mi sta a cuore. Il valore supremo che l’epica, il mondo epico che è un mondo eroico, attribuisce alla guerra dipende da due cose. Perché la guerra la si ritiene appunto rivelativa e decisiva. Rivelativa perché la guerra è una sorta di ‘verità del mondo’: in quel momento l’essere e l’apparire coincidono, non ci sono inganni. Il valore, le identità dei combattenti si rivelano: il più forte vince, l’altro rimane a terra. L’altro valore che le si attribuisce è che la guerra sarebbe decisiva: cioè, la controversia, il conflitto verrà risolto. Uno morirà, l’altro vincerà. La mistificazione, che la televisione porta con sé, è di riproporre questi due ‘valori per la guerra’: il farci credere che la guerra sia rivelativa, che noi vedremo tutto in piena luce, che tutto si manifesterà ai nostri occhi; che ogni inganno, ogni cosa sordida, ogni trama oscura verrà spazzata via dal bagliore della luce di guerra; e che soprattutto la guerra deciderà delle controversie. La retorica del discorso politico attinge, quando deve giustificare il ricorso alle armi soprattutto nelle democrazie liberali, a questi due valori omerici. Ci dicono: «Vedrete tutto, saprete tutto, tutto avverrà in piena luce». e soprattutto «questo conflitto sarà deciso». Il presidente Bush che appare sul ponte della portaerei… «Mission accomplished»… La controversia risolta. L’oscuro nodo, groviglio del terrorismo verrà illuminato dai bagliori di guerra, e il conflitto tra l’Oriente e l’Occidente verrà risolto. Ovviamente è un inganno al quadrato.
Chi è l’eroe del conflitto contemporaneo? Siete voi, i telereporter. I telereporter dal fronte di guerra alimentano questa illusione, questa menzogna omerica della piena visibilità della guerra. Voi ci dite: «Siamo qui, ecco, questa è la guerra in diretta, vedrete tutto grazie a noi, questo è il mondo in guerra così come accade». E’ il telereporter che sta lì, che non fa niente, che non sa niente in realtà: pensiamo a Peter Arnett sulla torre dell’hotel al-Rashid, nel ’91, per il quale la guerra sono soltanto dei piccoli bagliori sullo sfondo e che per dodici ore di diretta ininterrotta non fa altro che raccontarci di se stesso, dei suoi ricordi, delle sue impressioni, della sua postura scomoda… Peter Arnett è il simulacro del telespettatore. Lui giustifica la postura inerte, dal punto di vista sia cognitivo sia pratico, del telespettatore da casa. Lui sta lì invece del telespettatore. Ed è lui l’eroe delle guerre contemporanee, è il telespettatore: passivo e indifferente di fronte alla distruzione del mondo che si dispiega dinanzi ai suoi occhi.

Nel suo ultimo romanzo Il rumore sordo della battaglia – uscito nel 2002 e che ora riproone in una nuova edizione – lei parla di una battaglia molto diversa dalla guerra contemporanea perché è ambientata a Fornovo nel 1495. E lo fa con grande attenzione sensoriale, descrive i suoni, gli odori, le immagini… Com’è arrivato a questo approccio dei sensi e a questo momento storico?
Io racconto quella battaglia e alcune altre grandi battaglie campali delle cosiddette guerre d’Italia tra Francesi e Spagnoli, e che segnano l’inizio della modernità dal punto di vista della storia militare: cioè il momento in cui le armi da fuoco perfezionate diventano decisive sui campi di battaglia e quindi travolgono tutto il mondo cavalleresco, perché ormai i cavalieri, i catafratti meravigliosi e splendidi a cavallo vengono abbattuti da un volgare pedone che tira un grilletto. Ho voluto fare una ricerca molto approfondita e restituire i sensi non visivi che dominavano la scena della battagli all’epoca: quindi l’olfatto, il tatto, l’udito… Proprio per il discorso che facevo prima. Proprio perché noi siamo abituati, nella tradizione occidentale, a pensare la guerra a partire dalla priorità del senso della vista, come fenomeno visuale, come qualcosa di spettacolare e splendido che si manifesta innanzitutto agli occhi. E questa è una costruzione ideologica mistificatoria e ingannevole, perché ci dà l’illusione di poter sapere tutto della guerra, perché la vediamo come uno spettacolo che si dispiega davanti ai nostri occhi. Invece la verità della guerra sta in quel confuso e oscuro intreccio di sensi non visuali, non intellettivi: gli odori, i sapori, i suoni che l’uomo sul campo di battaglia percepisce in maniera molto più forte e violenta che non le visioni, e che ne fanno un essere in balia degli eventi, estraneo a se stesso, perché dominato da questo caos sensoriale che non è mai riconducibile a un’immagine bella chiara e nitida.

Parlando in generale della letteratura lei in un’intervista ha detto che oggi la relazione tra letteratura ed esperienza è perduta a causa dell’impossibilità di distinguere tra realtà e finzione. E ha parlato del fatto che lo scrittore parla soprattutto dell’immaginario, e non tanto del vissuto e della realtà. Le chiedo: l’immaginario di uno scrittore, di una persona, non fa forse parte in qualche misura del suo vissuto? Che cosa vede di negativo nell’elemento immaginario all’interno della nostra letteratura?
L’immaginario a cui mi riferisco non è l’immaginario individuale del singolo scrittore, ma è quello che tutti noi abbiamo imparato a denominare ‘immaginario collettivo’. A mio modo di vedere oggi noi viviamo in un’epoca di prevalenza dell’immaginario collettivo, sia sull’esperienza vissuta, diretta, in prima persona, sia sulla finzione. La finzione è una cosa diversa dall’immaginario, la finzione è la letteratura, è l’artificio che si dichiara come tale: e il romanzo io lo leggo e so che si tratta di una finzione. Il prevalere dell’immaginario significa che oggi i confini tra finzione e realtà esperita in prima persona si vanno sfocando, si vanno incenerendo.

Torniamo alla guerra. Per la mia generazione di scrittori, di uomini, la guerra è stata una serata trascorsa nel salotto di casa bevendo birra fresca. La guerra per noi è stata uno spettacolo televisivo. Allora le notti trascorse a guardare i bombardamenti su Baghdad con la celebre telecronaca di Peter Arnett di cui parlavamo prima, a quale reame appartengono? A quello della finzione o a quello della realtà? A nessuno dei due. Sono immaginari. Perché sono la realtà più tremenda – cioè quella della distruzione di cose e di persone – ma per noi spettatori stanno invece in una bolla di inconsistenza, che non è né finzione – perché lo sappiamo che quello accade davvero – ma nemmeno realtà vissuta. E allora noi siamo dominati da questa bolla di immaginario, anche noi scrittori. E dobbiamo scrivere a partire da questa consapevolezza: che le esperienze mediate – chiamiamole così – dominano su quelle vissute. Quindi noi siamo costretti in qualche modo, chiamati storicamente a raccontare il mediato, l’immaginario, come base della nostra invenzione.

Antonio Scurati
E’ nato a Napoli nel 1969. Cresciuto tra Venezia e la Costiera Amalfitana, ha studiato a Parigi e negli Stati Uniti. Insegna Teorie e tecniche del linguaggio televisivo all’Università di Bergamo, dove coordina il Centro studi sui linguaggi della guerra e della violenza. Ha pubblicato i saggi Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale (2003, finalista al Premio Viareggio) e Televisioni di guerra (2003), La letteratura dell’inesperienza. Scrivere romanzi al tempo della televisione (Bompiani 2006). Il suo romanzo Il sopravvissuto (Bompiani, 2005) ha vinto la XLIII edizione del Premio Campiello. Nei Tascabili Bompiani è stato pubblicato, in una nuova versione, il suo romanzo d’esordio Il rumore sordo della battaglia.

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