Regno a venire

L’ultima fatica di James Graham Ballard lascia in bocca un sapore di splendida incompiutezza: non di un’occasione persa, ma di un magma troppo caldo per essere ridotto nelle sequenze di simboli necessari a comporre le consuete linee di piombo, questo sì. In fondo è lo stesso sapore che lasciò, mesi addietro, Il Caimano di Nanni Moretti: ci si aspettava l’intuizione e si ottenne una pedante descrizione dell’evidente: mostruosa nella sostanza ma ovvia nella forma narrativa.Di certo lo sguardo di Ballard si fa col tempo sempre più allucinato e le sue storie divengono via via più disturbanti. Non perché siano triviali, insopportabilmente lubriche o post-psichedeliche; né perché lo scrittore inglese abbia perso la caratteristica limpidezza nel racconto. Solo che l’autore di Regno a venire si fa prendere la mano dal gusto della descrizione oggettiva di vaste realtà psicologiche e sociologiche di per sé difficili da spiegare e finisce per esagerare e rendere macchiettistico lo stato confusionale degli interessanti personaggi ai quali dà vita.

Kingdom come (messianico titolo originale del libro) è una storia lineare: Richard Pearson, un pubblicitario londinese di successo che incarna tutto quanto di comodo e luccicante abbia creato la postmodernità, si trova senza lavoro (una grande campagna di marketing andata molto male), senza moglie (con divorzio), senza padre, ucciso da un folle omicida in un immenso centro commerciale a Brooklands, sobborgo di Heathrow situato sull’autostrada M25, un classico non-luogo dove al radicamento e alla Storia si sono sostituite la velocità e la temporaneità

Inseguendo le tracce paterne Pearson s’immerge nel cuore del cambiamento. Sì, perché a Brooklands cresce una lenta marea rivoluzionaria. Nerboruti sceriffi in divisa (cappellini e t-shirt bianche con la rossa croce di San Giorgio) ordinano virilmente flussi ininterrotti e vitali di persone dedite allo shopping, attività prediletta delle folle che sublimano ogni inclinazione, ogni desiderio, ogni sogno all’interno del Metro-Centre, lo smisurato centro commerciale che domina il paesaggio, unico tempio aperto dell’unica religione che faccia ancora proseliti: il consumo.

Per le strade – soprattutto di notte e ai margini degli incontri sportivi – hooligans con le maglie rossocrociate assaltano i negozi e i laboratori delle comunità asiatiche ed est-europee, ‘non inglesi’, non dediti al culto consumistico e quindi da terrorizzare.

La polizia lascia fare, derubricando i germi dei pogrom a semplici tafferugli tra tifosi. Solo quando i molesti e violenti adepti del nuovo culto minacciano da vicino la ricca borghesia del luogo si affaccia nella storia la mano pesante di Whitehall, il Ministero degli Interni, che invia l’esercito, ma sembra un dettaglio quasi patetico e uno scimmiottamento lugubre delle atmosfere raccapriccianti di un certo Saramago.

Al di sopra di tutti si muovono i maghi del marketing, veri artefici dell’offerta – consapevoli di questa schiacciante realtà psicologica – che non lasciano nulla intentato per fidelizzare la clientela, associando alla partecipazione al rito collettivo del commercio anche quella al rito sportivo. Il messaggio semplificato è veicolato da una tv via cavo gestita proprio dal Metro-Centre. È il cardine mediatico e il fulcro simbolico della storia, e illumina dai suoi onnipresenti megaschermi la crescente violenza del ring sociale.

Quello che Ballard cerca di descrivere è il ‘fascismo consumistico’ o, meglio: è il consumismo che trasmuta in fascismo, laddove il popolo non ha più nulla da credere in politica, nessuna religione da professare, nessuna fratellanza da agognare. Nella sua cruda e spietata descrizione del mondo iper-vero e virtuale insieme, mondo che brulica ai margini dell’autostrada e vive e sogna all’interno di un lussuosissimo e iperbolico supermercato o nel plasma dell’etere, Ballard s’è decisamente lasciato alle spalle la fantascienza per votarsi alla sociologia, perché descrive quel mondo che Feyerabend così denunciava: un mondo uniforme che si va «riempiendo di conoscenza, puzza, armi e monotonia». (sl)

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