Lo potevo fare anch’io

L’arte contemporanea attraversa un momento espansivo, è protagonista di un mercato sempre più fiorente, e riesce sempre meglio a far parlare di sé.

Siamo ancora in periodo di Biennale di Venezia – che chiude a novembre – e dunque in tempo utile, non solo per suggerirne la visione, ma anche per avere un atteggiamento costruttivo nei confronti dell’arte in questione. Per fare questo può aiutare la lettura di un agile saggio di Francesco Bonami, scritto con molta e spiritosa schiettezza. A tratti irriverente.

Il titolo prende l’ispirazione da una frase che tutti hanno detto o almeno pensato davanti a un’opera di arte contemporanea. per capire qualcosa che ci è coevo bisogna certo fare affidamento al gusto personale, alle emozioni che ci suscitano le opere,  ma è anche importante avere qualche coordinata storico-critica; per cui Marcel Duchamp, Andy Warhol sono grandi artisti e altri, come Anisk Kapoor e Maurizio Cattelan, aldilà della loro allure provocatoria sono da considerare ‘semplici’ artisti di talento. Su altri cade il giudizio implacabile dei “sopravvalutati”. Il pittore Renato Guttuso e lo scultore Arnaldo Pomodoro condividono questa sorte. Uniti a Fernado Botero, al punto che, come per una sorta di epidemia,”ogni anno in Italia si contano un numero preoccupante di casi di boterismo”. Perché l’arte contemporanea è davvero arte?

Non esiste un criterio ben preciso, ammette Bonami nell’introduzione; facendola seguire, del resto, a qualcosa che assomiglia più a una  raccolta di opinioni e riflessioni ‘qualificate’, a una espressione del suo personale gusto, piuttosto che a qualche perentoria ‘verità’. Del resto, scrive, “la storia dell’arte contemporanea è un po’ come quel film giapponese intitolato Rashomon, dove ognuno dei protagonisti racconta la stessa la stessa storia in modo diverso, dimenticandosi di alcuni dettagli e aggiungendovene di nuovi”. 

Bonami si sofferma sulla distinzione tra ‘trovata’ e ‘capolavoro’. Spiega perché i tagli sulle tele di Lucio Fontana hanno cambiato la storia della pittura, così come il colore ‘sgocciolato’ di Jackson Pollock. Ma anche le pure ‘trovate’ e la banalità artistica in genere hanno una funzione. “Se ci fossero solo Leonardi, Picassi, Koons o Bacons non ci accorgeremmo mai della loro grandezza,  è la mediocrità che li circonda a rendere manifesto il loro talento”.

Condivide il tono giocoso Come guardare l’arte contemporanea (e vivere felici). 62 opere dal 1970 al 2007 di Giorgio Guglielmino, edito da Allemandi. A ogni autore sono dedicate due-tre pagine, corredate dall’immagine di un’opera che viene spiegata, ‘letta’  e ‘smontata’. Con commento finale.

Esempio. Di Cattelan (è suo Charlie, 2003, in copertina) scrive che “è, insieme a Vanessa Beecroft, l’artista italiano emerso negli anni novanta più noto all’estero e il fatto che prestigiose gallerie straniere come Anthony d’Offay di Londra gli abbiano dedicato mostre personali nel corso del 1999 ne è una significativa testimonianza. Il loro arrivo sulla scena internazionale è per l’arte contemporanea italiana un bene in quanto essa rischiava di essere confinata ai grandi movimenti dell’Arte Povera e della Transavanguardia, fermandosi in tal modo agli anni ottanta. Con Cattelan e Beecroft l’arte contemporanea italiana volta pagina e si dimostra ancora una volta capace di sorprendere e di destare interesse e giusta considerazione”. 
(Cristina Bolzani)

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