Kasparov-Fischer, i re degli scacchi

Di uno si è tornati a parlare per le azzardate ‘mosse’ sulla Piazza Rossa, da fiero oppositore di Putin. Dell’altro è uscita ora una biografia romanzata che ne rievoca l’aura di geniale mistero.
E per quanto nella sua brillante autobiografia (Gli scacchi, la vita, Mondadori 2007, traduzione di Maria Cristina Bitti), Garry Kasparov, campione indiscusso per tutti gli anni Ottanta e Novanta, si affretti dire che spesso i giocatori di scacchi sono stati ridotti al clichè di personaggi stravaganti e occasionalmente pazzi (stereotipo rafforzato anche dalle opere letterarie, come La difesa di Luzin di Vladimir Nabokov e la Novella degli scacchi di Stefan Zweig) Bobby Fischer suffraga in pieno il connubio tra scacchi e (quantomeno) instabilità mentale.

Nel 1972 Bobby Fischer, giovane prodigio di Brooklyn (campione Usa a 14 anni), strappò il titolo mondiale a Boris Spasskij, e dunque nientemeno che all’Unione Sovietica della Guerra Fredda, in uno storico incontro in Islanda, pieno di proteste e discussioni e trattative nelle quali l’americano oscillava tra il voler e il non voler giocare. Lasciò il gioco a vent’anni: si rifiutò di difendere il titolo nel 1975 e poi scomparve per oltre 10 anni. Nel 1992 riapparve, quasi cinquantenne, grasso e barbuto, per rigiocare contro Spasskij in Jugoslavia, malgrado le sanzioni internazionali contro il regime di Slobodan Milosevic. Ricomparve nel 2004 in un centro di detenzione a Tokio; arrestato perché viaggiava con passaporto revocato. Torna infine in Islanda, e qui muore il 17 gennaio 2008.

Una vita, la sua, costellata di più o meno geniali sregolatezze, dai viaggi nel deserto di Pasadena, ai periodi da barbone; alle invettive, lui che era ebreo, antisemite (sostenne di essere vittima di una cospirazione giudaica) a antiamericane (il suo odio esplose dopo l’attacco alle Torri, quando si augurò che l’impero fosse “spazzato via” dai terroristi).

Nel romanzo Re in fuga (Mondadori, 2008) Vittorio Giacopini del campione rende anche questo aspetto della sua esistenza emozionante e romanzesca, e molto americana nella sua componente complottistica: d’altra parte il figlio di una donna spiata per anni dall’Fbi, forse non poteva che diventare un lucido paranoico, e decidere di asserragliarsi dentro una scacchiera, in un mondo claustrofobico, a dir poco solitario, ma per lui ricchissimo e nel quale era davvero il re. (Ci ricorda un altro genio, ma del pianoforte, Glenn Gould, per questo suo precoce, sprezzante rifiuto di tutto quel mondo – sale da concerti, pubblico, critica – che non fosse quello, asettico e innevato nelle distese canadesi, della sua arte). Ma in modo particolare il romanzo si addentra ambiziosamente nei meandri della vita interiore di Fischer, degli umori imprevedibili, le vittorie e l’ossessione, gli occultamenti e i deliri.

“Voglio ‘solo’ giocare a scacchi – pensa – voglio vincere, diventare il migliore. Quei diagrammi in bianco e nero, quelle mosse consuete, quelle poche regole. Il resto non esiste, il resto è un’illusione, uno spreco, un imbroglio. Voleva meno anche quando puntava al massimo. Semplificare, togliere, andare dritto al sodo. (…) in verità è stato soprattutto un maestro della rinuncia o un asceta improbabile. Non chiedeva molto. Ridurre al massimo i contatti col mondo, vivere in una bolla mentale, bastare a se stesso. L’ironia è che quasi tutta la sua vita da adulto è l’eterna smentita di questo programma. Strano paradosso. Ti blindi dentro un’ossessione per evitare gli altri e aggirare la Storia e ti ritrovi proprio al centro della scena, sotto gli occhi di tutti.”

Non è riuscito a sfuggire alla Storia nemmeno Garry Kasparov. Il suo impegno contro l’ormai ex presidente russo ha tratti quasi eroici; del resto “dopo aver sconfitto un Olimpo di campioni, mi stupirei se a intimorirmi fosse un semplice tenente colonnello del KGB”. How life imitates chess è il bel titolo originale e dal sapore wildiano (ma già Benjiamin Franklin nella Morale degli scacchi afferma che “la vita è una specie di giuoco degli scacchi… Giocando possiamo imparare … preveggenza, circospezione… cautela”) della sua autobiografia, che subito ci indica quale ne sia la velleità: fare degli scacchi una metafora per parlare anche d’altro; cosa che non gli riesce sempre benissimo. Mentre invece riesce molto bene a parlare, non tanto del gioco nei suoi dettagli, quanto dello ‘spirito’ e dei concetti-guida degli scacchi, descritti con il tono pacato di un campione privo di quella aneddotica narcisistica che ci si potrebbe aspettare (anzi dedica dei camei ai più grandi scacchisti del passato).

Kasparov si sofferma sull’analisi e la differenza e la necessaria integrazione di tattica e strategia, di calcolo e intuito. Suddivide i giocatori in quelli che hanno una vocazione all’attacco (come la sua, vocazione che lui predilige e reputa la più vincente) e quelli che si barricano nella difesa. Racconta del rapporto tra uomo e macchina, uomo e tecnologie, da lui sperimentato in una interessante modalità chiamata “scacchi avanzati” nella quale ciascun giocatore poteva ‘allearsi’ a un computer.

Ma alla base di tutto c’è il processo decisionale, quello che porta alla mossa. “Da buoni esploratori, dobbiamo prima di tutto pianificare itinerario e strategia, poi mettere in ordine logico le nostre risorse, sistemandole in modo accurato per conservare ciò di cui abbiamo bisogno ed eliminare il superfluo. una volta in marcia, dobbiamo mantenere lo sguardo concentrato sulla tattica senza mai abbandonare il conflitto, a meno che non siamo convinti che sia necessario per il nostro bene. Ma dovremmo riuscire a non distrarci dal nostro percorso, pur stando attenti a percepire i pericoli e le opportunità che potrebbero presentarsi. Dobbiamo essere costantemente consapevoli dei cambiamenti che avvengono intorno a noi, cercando occasioni per operare scambi positivi che traggano vantaggio da condizioni nuove”, scrive nell’epilogo.

Parlando della presenza femminile nel mondo scacchistico, Kasparov non ci risparmia dei giudizi poco diplomatici e simpaticamente misogini: secondo lui, detto in poche parole, non è un gioco per donne. Dopo aver citato la grande campionessa Judit Polgar, che nel 2005 era ottava nel mondo, a soli quattro punti da Vladimir Kramnik, Kasparov conclude dicendo: “Che sia dovuto alla fisiologia, alla psicologia o all’istruzione, il fatto è che pochissime donne sembrano possedere quella spinta a lottare con risolutezza che è richiesta a chi vuole diventare un eccellente giocatore di scacchi e , in realtà, a chiunque sia seriamente attratto dallo sport. Detto questo, riconosco che si può ben argomentare che le donne abbiano trovato impieghi molto più pratici per le proprie energie!” (sic!)

Kasparov vincerà anche la sua partita, da ‘attaccante’ intuitivo e ottimista qual è, sulla Piazza Rossa? C’è da dubitarne. Come dice Acheng la scacchiera e il mondo sono troppo diversi. “Non tutti i pezzi sono sulla scacchiera, è una partita che non si può giocare”. (Cristina Bolzani)

Su Internet

Intervista a Garry Kasparov (“Che tempo che fa”)
Bibliografia sugli scacchi
Caissa Italia Editore
Prisma Editori
Scacchi e cinema
Federazione Scacchistica Italiana

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...