Il fantasma esce di scena

«Ero andato via per sfuggire a un’autentica minaccia; alla fine, ero rimasto lontano per disfarmi di ciò che non mi interessava più e, come sogna chiunque di fare, per liberarmi delle prolungate conseguenze degli errori di una vita (per me, ripetuti naufragi coniugali, furtivi adulteri, il boomerang emotivo dell’attrazione erotica). Forse perché avevo agito invece di limitarmi a sognare, nel corso di questo progetto mi ero liberato di me stesso.»

Così il protagonista di Il fantasma esce di scena, lo scrittore Nathan Zuckerman (famoso personaggio di altri romanzi di Roth a cominciare da Lo scrittore fantasma), spiega il suo lungo isolamento sui monti del New England, undici anni dedicati solo a scrivere. Ma un giorno, dopo anni che gli hanno tra l’altro portato l’asportazione di un tumore alla prostata, e lo hanno condannato all’impotenza sessuale, ripiomba a New York. Per un’operazione che dovrebbe curare la sua incontinenza: per evitargli almeno l’umiliazione di vivere con il pannolone e la paura di essere scoperto mentre nuota in piscina.

Il romanzo è intriso del racconto della decadenza fisica; comincia così e non risparmia dettagli. Nel giorno del suo settantesimo compleanno Zuckerman spiega come ci si sente.
“Pensate seriamente al 4000. Immaginatelo. In tutte le sue dimensioni, in tutti i suoi aspetti. L’anno 4000. Metteteci tutto il tempo che volete”.

Eppure gli basta tornare nell’atmosfera della sua città perché si riaccenda il desiderio e torni in lui un simulacro di energia. Risponde a un annuncio di una coppia di scrittori che cercano una casa in campagna per scambiarla con la loro a New York; e quando li incontra si invaghisce della giovane Jamie Logan, figlia di petrolieri texani. Basta poco per tornare a vivere il gioco vitalissimo della seduzione. E immaginare dialoghi di un romanzo, quando la realtà non gli concede quello che vuole, cioè quando lei non accetta di raggiungerlo nella sua camera d’albergo.

«LUI Ti adoro
LEI Tu non mi conosci.
LUI Ti adoro.
LEI Tu non mi conosci
LUI TI adoro.
LEI Sei follemente attratto da me.
LUI Ti adoro.
LEI Tu non mi adori. Non puoi. Non è possibile. Sono parole insensate. Mi sembri uno che, a sua insaputa, moriva dalla voglia di un’avventura. Tu, uno che ha sdegnato ogni esperienza per undici anni, che si è isolato da tutto tranne che dallo scrivere e dal pensare… uno che si era tenuto sempre così abbottonato, tu non avevi idea. Solo quando si ritrova nella grande città, ecco che scopre di voler tornare a vivere, e che l’unica maniera di farlo è attraverso la sua insensata, sconsiderata… be’, lasciandosi travolgere da un impulso del tutto irragionevole. Sto parlando con una persona razionale, che si è sottoposta a una disciplina praticamente disumana, che ha perduto il senso delle proporzioni ed è entrata in una storia disperata di irragionevoli desideri. Eppure, è proprio questo che significa vivere, no? Che significa forgiare una vita. Sai che la ragione può rivendicare il suo primato in ogni istante… e se lo fa, addio alla vita e all’instabilità che è vita. La sorte di ognuno: l’instabilità. L’unico altro motivo che potresti avere per credere di adorarmi è che in questo momento sei uno scrittore senza un libro. Comincia un altro libro, dacci dentro, e vedremo quanto adori Jamie Logan. Comunque, vengo subito. »

Philip Roth anche in questo romanzo parla di cosa significa essere scrittore.

«Ma il quoziente di dolore di un individuo non è già abbastanza terribile senza amplificazioni romanzesche, senza dare alle cose un’intensità che nella vita è effimera e certe volte addirittura invisibile? Non per tutti. Per poche, pochissime persone quest’amplificazione, uscendo e sviluppandosi in modo incerto dal nulla, costituisce la loro unica sicurezza, e il non vissuto, la supposizione, impressa per esteso sulla carta, è la vita il cui significato arriva a contare di più. »

Ma quando si tratta di preservare la memoria del suo eroe letterario, lo scrittore Lonoff, dalla biografia avventata di un ambizioso quanto arrogante critico che vorrebbe rivelarne un segreto infamante a lungo nascosto, Zuckerman non ci pensa due volte e lo ostacola in tutti i modi, rafforzato in questo dall’incontro con Amy Bellette, ormai vecchia e malata, ex-giovane studentessa per cui Lonoff lasciò la moglie Hope e visse gli ultimi anni di vita.

Però Zuckerman-Roth sa bene che la sua battaglia è persa. Come lo è quella con la morte.

«E non è stupefacente che la propria bravura e i propri successi, quali che siano stati, debbano trovare la loro consumazione nel castigo dell’inquisizione biografica? L’uomo che controlla le parole, l’uomo che inventa storie per tutta la vita, finisce, dopo la morte, per essere ricordato, se sarà ricordato, per una storia inventata su di lui, la sua forma clandestina di bassezza, scoperta e descritta con inflessibile candore, chiarezza, sicurezza, con grane sollecitudine per i più delicati problemi di moralità, e con una non piccola dose di piacere. Il prossimo, dunque, ero io. Perché c’era voluto tanto tempo per rendersi conto di una cosa ovvia. Ammesso che non l’avessi sempre saputo.»

Dai ricordi dei suoi esordi e ideali giovanili di scrittore, al senso della scrittura e del desiderio (intrecciati), al peso del tempo e dell’invecchiamento fisico che inesorabilmente trascina il protagonista; tutto è raccontato, tutto è nel quadro di Nathan Zuckerman, in un andirivieni, tra reminiscenza speranza e scrittura. Alla fine, non a caso tutto finisce con una pagina di romanzo. Ma nulla è ancora perduto, se una qualche passione, non importa quanto velletaria e/o letteraria, si insinua nel suo quotidiano senile. Dopo questo e molti altri suoi romanzi, viene da pensare, è strano che Philip Roth non abbia ancora vinto il premio Nobel. (Cristina Bolzani)

Recensione di Indignation (The New York Review of Books), l’ultimo libro di Philip Roth uscito negli Stati Uniti (Einaudi lo tradurrà nel 2009).

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