Il professore di desiderio

Il professore di desiderio (traduzione di Norman Gobetti) è l’ennesimo alter ego di Philip Roth. Ovviamente preso dalla consueta ossessione per il sesso: il titolo non lascia dubbi. Ricorda nel tono e nei temi il suo primo e grande successo e il suo libro più famoso, Il lamento di Portnoy (di cui fu presentato come “il seguito ideale” dall’editore Bompiani che lo pubblicò per la prima volta trent’anni fa).

E’ la storia, raccontata con digressioni e rapidi episodi, di David Kepesh, giovane di orgini ebraiche che dopo un’infanzia tranquillla, protetta dai virtuosi genitori e albergatori, una volta diventato studente fresco di college si lascia andare in un  ménage à trois con due ragazze svedesi e connessi sensi di colpa per una delle due (che lo amava), per poi sposarsi, incomprensibilmente, con una donna che non sopporta e che non sopporta lui: una bella avventuriera appena tornata da Hong Kong, dove ha lasciato un amante megalomane e ricco che pur di stare con lei avrebbe ucciso la moglie.

Da qui al divorzio il passo è breve. Helen dimostra di essere autodistruttiva e in preda a continue reverie sul suo passato esotico, quanto basta perché David rinsavisca e decida, dopo averla recuperata in una prigione hongkonghese, di interrompere.

A questa storia (auto)distruttiva, non senza passare da un periodo di depressione fonda con tanto di psicoanalista – che mentre parla con lui risponde al telefono ai suoi pazienti sparsi per il mondo dispensando consigli woodyalleniani -; a questa storia con Helen segue quella con Claire, come lui insegnante (lui nel frattempo è diventato docente di letterature comparate), dolce intelligente e molto innamorata. Ma questo, per quanto risollevi David dal disordine di un passato da “libertino fra gli eruditi, erudito fra i libertini”, non gli toglie l’inquietudine sulla possibilità della fine anche di questo bellissimo rapporto. Una storia molto autobiografica e in un certo senso profetica: Claire ha lo stesso nome della moglie di Roth, Claire Bloom (a lei è dedicato il romanzo), dalla quale divorziò in modo burrascoso.

Il protagonista non è sempre così simpatico, nella descrizione dettagliata e sincera delle sue gesta sessuali; del resto ci mette in modo esplicito nella posizione di voyeur. Ma quello che riscatta il romanzo è l’intelligente ironia della scrittura rothiana, quel modo di ‘entrare’ nelle relazioni umane e descriverle con tenerezza e umorismo, oltre che con una spietata passione per la verità. D’altra parte a fare dal contrappunto, e a suggerirgli riflessioni sulla felicità e i sentimenti, ci sono le lezioni sul Cechov dei racconti e sul Kafka (“A volte mi chiedo se ‘Il castello’ non sia in realtà legato al blocco erotico di Kafka…”).  Insomma, un Philip Roth edonista e vitalista (seppure sempre attraversato da momenti di forte malinconia e dall’incubo dell’impotenza) ben diverso da quello lambito dal senso della fine che caratterizza gli ultimi romanzi, come Il fantasma esce di scena.

A ragione Milan Kundera dice di lui che “è un grande storico dell’erotismo moderno”, ma è un erotismo ironico, divertente e tragico nella sua imperturbabile coazione a ripetere. Il racconto di nevrosi, paure, disillusioni e amori è sempre convincente, mai stonato. E poi è un vero conoscitore della letteratura, fonte di riflessione sul dolore e la felicità. (Cristina Bolzani)

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