Prima la musica

“E’ possibile, allora, analizzare le canzoni di Paolo Conte? Sì, è possibile, se con un intento critico che tenga innanzitutto conto della sua musica, si scenda nel dettaglio tecnico, si indaghi l’interazione tra struttura musicale, testuale e interpretazione. Trovando conferma dei modi stilistici ed espressivi che sottendono la composizione delle canzoni attraverso le dichiarazioni dello stesso Paolo Conte”.  

E’ un’analisi musicologica rigorosa quella proposta da Manuela Furnari nel saggio Prima la musica. Leggerlo ci immerge in spartiti, foto, interviste. Note e parole. Ma prima le note, appunto. Conte comincia da un’idea musicale, al pianoforte, la sviluppa “rifuggendo le soluzioni più scontate e giocando invece sull’ambiguità, accordo per accordo, tra quelle che definisce ‘convenzioni tonali’ e ‘suggestioni modali’ “. E le parole?

La sua è una ‘scrittura per immagini’. Come racconta lui stesso, i testi non partono da un argomento, “nascono dalla frizione di due o tre vocaboli; una frizione che attrae le parole disegnando, o anche soltanto provocando, con pochi tratti, un astoria: io, da buon nordico, non riesco a vedermi nelle vesti del madrigalista, tendo sempre a raccontare”.

Per quanto a volte segua la formula ‘italiana’ strofa-ritornello, la forma-canzone prediletta da Paolo Conte è quella che segue il modello CB, (verse) – chorus -bridge, ed è la stessa di molte canzoni nate per la commedia musicale americana degli anni Venti e Trenta (come quelle di Gershwin). E’ un modello più narrativo e meno schematico, meno finalistico, un modello che ‘mette in scena’ la situazione. Una ‘macchina scenica’.

Quest’ultima definizione ci porta a un’altra qualità fondamentale dei testi contiani, la loro caratteristica cinematografica (che spiega anche quanto le sue canzoni siano state usate dal cinema). Basti pensare a Onda su onda, dove la storia del naufragio e quella del tradimento si sovrappongono e sfumano come un sogno vagheggiato. 

Una natura visiva, quella delle sue canzoni, che è rafforzata anche dal fatto che quando scrive, ‘dipinge’.  La sua opera Razmataz è costruita sul rapporto musica-pittura. Nei testi c’è molto blu, la Topolino amaranto, la verde milonga inquieta… e il tinello marron.

Che ci porta a un’atmosfera gozzaniana. “L’immagine contiana di ‘due messi lì, in un brutto tinello marron’ ha lo stesso sapore gozzaniano delle iridi ‘azzurre d’un azzurro di stoviglia’  della Signorina Felicita e il ‘tinello marron’ può rientrare tra ‘le buone cose di pessimo gusto’ del salotto di nonna Speranza; tuttavia l’accostamento con Gozzano deve essere visto non tanto a livello lessicale, quanto piuttosto nell’atteggiamento di distacco ironico e nello stesso tempo bonario con cui Paolo Conte allestisce le sue canzoni. (…) Un’analogia che si può individuare nell’urto, dunque, tra un mezzo – la canzone – apparentemente adatto ai soli toni minori e una sostanza verbale ricca di elementi insoliti, volutamente ironica”.

Il libro di Manuela Furnari è un valido esempio di studio ‘alto’ della popular music, come accade raramente in Italia. Grazie alle sue analisi rivediamo ‘alla moviola’ motivi nell’aria da decenni. Se è possibile analizzare le sue canzoni – e questo saggio lo dimostra bene –  resta difficile carpirne il segreto della bellezza. Alla fine rimane un mistero, come ammette anche l’autore. “Posso dire di non avere mai rinnegato nessuna delle mie canzoni. Allo stesso tempo è anche veramente difficile stabilire quale sia il motivo del loro successo”. (Cristina Bolzani)

 

 

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