L’ultimo scapolo

La raccolta di sedici racconti L’ultimo scapolo, (How it ended, traduzione di Paolo Bianchi) di Jay Mc Inerney, autore di Le mille luci di New York, hanno ritmo, felicità di tocco ironico e inventiva. Sono racconti scritti nel corso di ventisei anni, riscritti e perfezionati a lungo grazie ai consigli, come ammette lo stesso autore nei ringraziamenti, del padre del minimalismo Raymond Carver, ma anche di Julian Barnes e Breat Easton Ellis.

Nel titolo originale e in quello scelto dall’editore italiano spira un senso di fine, declinato in vari modi: fine di un a storia come fine di una carriera libertina, comunque fine nella cocaina (tanta). Personaggi decadenti, disperati, ma con un lampo di saggezza rivelatrice che li riscatta e li porta verso una trasformazione. Si muovono in ambienti diversi – dal Sud provinciale alla New York da sballo, dal New England a Los Angeles – in società descritte per veloci tratti essenziali. Consumano parole e sentimenti, sono tristi e patetici, millantano, fuggono, girano in tondo. Ma sono vitali e sorprendenti, plausibili e raccontati nelle loro più intime sfumature.

C’è il nonsense che si nasconde – ma nemmeno troppo – nelle più insospettabili relazioni matrimoniali (A letto con i maiali) i riti famigliari intrisi di recriminazioni e sorprese meschine (La Madonna nel giorni del Ringraziamento), i vezzi del perbenismo (Il cameriere), le traversie dell’amante dell’uomo di potere (Penelope sul laghetto). Il peccato più antico del mondo, l’adulterio, con le sue patologie e vendette (Ti amo, dolcezza, e Eliminare Daisy); e il tradimento, comunque presente, anche nelle relazioni più armoniose (Tutto è perduto).

Storie che guardano, almeno nella forma, ai modelli di Fitzgerald e Hemingway. Se gli ingredienti che le costituiscono sono in parte gli stessi che costituivano il suo romanzo più famoso, degli edonisti anni Ottanta, qui il vizio è visto con uno sguardo empatico e compassionevole. Non c’è enfasi celebrativa, ma nemmeno giudizio morale. (cb)