Glenn Gould e la ricerca del pianoforte perfetto

Se ancora ci fosse bisogno di indagare nella pervicace natura  ossessiva di uno dei più grandi pianisti di tutti i tempi, questo saggio di Katie Hafner – corrispondente del New York Times,  pianista dilettante e blandamente in balia del mito di G. G. – raggiunge lo scopo, aggiungendo alla ormai ricca bibliografia sul canadese eccentrico anche quella parte più segreta e tecnica che è il rapporto del pianista con il ‘suo’ pianoforte. La svolta avviene grazie all’incontro con Verne Edquist, “un povero contadinello semicieco”,  l’accordatore che avvicinerà Gould al pianoforte modello Steinway CD 318 e a un connubio che si sarebbe rivelato ideale.

Gould si affezionò profondamente allo strumento, anche se era malconcio e graffiato. Sebbene non sapesse con precisione quando fosse stato costruito il pianoforte, ogni volta che qualcuno gli domandava quanti anni avesse, si limitare a rispondere che il CD 318 risaliva agli anni ’30, l’età d’oro della Steinway tra le due guerre mondiali. Sembrava orgoglioso del fatto che il suo pianoforte fosse ‘non proprio un affare di Stato’, come lo definì, ma quasi. Lo preferiva scialbo, dall’aspetto un po’ trasandato. Ma quel che Gould amava più di tutto era il controllo che sentiva di possedere. la meccanica del 318 era come l’acceleratore di una macchina da corsa. (…) Gould poteva a stento contenere la gioia per quel che il CD 318 era diventato. ‘ E’ un insieme di canne d’organo, un gruppo di virginali’ affermò. ‘E’ qualunque cosa tu voglia farne. E’ un pianoforte straordinario”. Inframmezzato da note biografiche piuttosto conosciute (per la biografia è molto bello il libro di Bazzana , Mirabilmente singolare) comprese alcune fotografie (la prima, il sedicenne Glenn e il suo setter inglese Nick alla tastiera),  la Hafner approfondisce aspetti meno noti come i rapporti tra la Steinwey e i suoi musicisti e le strategie per evidenziare il marchio e imporsi sul mercato.

La sua ricerca della perfezione comincia e finisce con due registrazioni delle Variazioni Goldberg di Bach. La prima versione è  nel 1955, quando aveva 23 anni. La seconda, nel 1982, fu registrata a pochi mesi dalla sua morte. Ha un ritmo più lento, come incantato. Ed è eseguita, dopo anni di nobili artigianali Steinway & Sons, con un ‘moderno’ Yamaha.  Naturalmente il segreto della ‘aura Gould’ è molto lontano da un preciso modello di pianoforte o dalla figura se pure decisiva dell’accordatore. Ma ogni dettaglio diventa mitico se si parla di un mito.   (Cristina Bolzani)

foto tratta da  blogs.ubc.ca

 

Il soccombente