La grazia del riccio, Muriel Barbery a Mantova

“Zoff illumina il Festival “mundial” titola La voce di Mantova, “Festival:invito alla solidarietà” è l’apertura de La Gazzetta di Mantova, facendo riferimento agli interventi di Amitav Ghosh ed Erri De Luca sulle migrazioni e sull’invito all’accoglienza della Bibbia.
I due giornali cittadini inquadrano due dei tanti posibili punti di vista del festivaletteratura. Quello che mi ricorda il Festival, per chi lo deve seguire e raccontare, sono i Giochi Olimpici.
La stessa difficoltà di seguire più eventi che si svolgono in contemporanea e di dare gerarchie. Poiché si può seguire un solo evento per volta, bisogna sceglierlo a priori, e si è costretti a ignorare il resto, leggendo le agenzie, le interviste degli altri, le sintesi degli interventi.
Poiché bisogna scegliere, la mia gerarchia di lettore e giornalista punta oggi in modo esclusivo su Muriel Barbery, l’autrice di un libro, ”L’eleganza del riccio”, che ha venduto, con sorpresa di tutti, in tutto il mondo, milioni di copie.
La storia narrata a due voci, quella di una portinaia di un condominio di un quartiere-bene di Parigi, e della tredicenne di buona famiglia che ha deciso di suicidarsi, è stata il trionfo del Passaparola, con i giornali costretti ad occuparsene, in Francia prima, poi in Italia, negli Stati uniti e in decine di altri Paesi, solo quando il libro era già diventato un best-seller. Muriel Barbery, 40 anni, insegnante di filosofia fino a due anni fa, si nega alle telecamere, per principio. Si nega anche a molte domande, per principio, sulla sua vita privata, sul libro che sta scrivendo, ecc. ecc.
Di fronte a una platea di un migliaio di fan (sì, perché a Mantova si scopre che c’è chi fa centinaia di chiloetri pur di vedere dal vivo il proprio scrittore preferito) Caterina Soffici, incaricata di stanare la difesa “a riccio” dell’autrice, ha penato non poco a strapparle risposte, con un teatrino piuttosto divertente.
Abbiamo saputo, con una Muriel Barbery graziosa, divertita e sempre sorridente, che si è trasferita, grazie alla nuova ricchezza acquisita con i diritti del libro, in Giappone, terra dei suoi sogni; che il Giappone non è così “schizzato” come ci appare: solo alcune zone di Tokyo hanno i ritmi convulsi; che non sa assolutamente perché abbia il suo libro avuto tutto quel successo: non lo prevedeva il suo editore francese, né suo marito, né i suoi amici più cari; che il “controcanto” di Paloma, la ragazzina, alla voce narrante della portinaia gli è stata suggerita dal marito; e che sempre lui è stato l’ispiratore del finale a sorpresa; non solo, ma che lui stesso ha provveduto a mandare il manoscritto all’editore. Raro davvero trovare, oltre che un marito così, una moglie che gliene renda tanto merito pubblico.
La verità nascosta (il perché del successo) è venuta invece dalle risposte di Muriel ad alcune domande del pubblico: quello che mancava a lei, e che il libro senza dubbio riesce a trasmettere, è l’esigenza di una virtù un po’ smarrita ovunque: la grazia, l’eleganza. La virtù che la scrittrice francese sta coltivando in Giappone, sottratta agli obblighi della sveglia alle sette del mattino, della stessa storia della filosofia (“la stragrande maggioranza dei filosofi sono di una noia mortale. Salvo solo Lucrezio, Epicuro e Spinoza”) e degli eccessi della società occidentale.
Che poi tra il pubblico ci sia un italiano che ha vissuto dieci anni in quello stesso palazzo di Rue de Grenelle numero 7 in cui Muriel Barbery ha ambientato i due suoi romanzi è un caso davvero strano. Ma al Festivaletteratura, dove letteratura e vita si incrociano nei modi più diversi, può succedere anche questo.

di Luciano Minerva