Tennis e poesia

Gianni Clerici è un eclettico, passa con disinvoltura dal tennis alla narrativa alla poesia. A Mantova ha ripercorso la sua carriera atipica, incalzato dalle domande dell’amico e piscoterapeuta Fulvio Scaparro. Una carriera cominciata sulla terra rossa da giocatore di buon livello (ha giocato in doppio con Nicola Pietrangeli). Poi diventa “Scriba”, prima al Giorno e poi alla Repubblica, firmando articoli che vanno ben oltre la cronaca di una partita. Nel giornalismo sportivo ha inventato uno stile. Il suo stile giornalistico, suggerisce Scaparro, è quello di un ‘Dottor Divago’: nei suoi articoli è inutile cercare di capire com’è andata una partita, tutto si allarga dettagli e digressioni. Prima ci sono molti altri dettagli poi i soprannomi che dà ai giocatori, le sue notazioni psicologiche… Lui si giustifica dicendo che il punteggio lo dà già la televisione. Che lui nonn disdegna anzi: diventa commentatore al fianco di Rino Tommasi.

Sul tennis ha scritto un libro monumentale tradotto in molte lingue: “500 anni di tennis” (Mondadori) e una biografia appassionata di Suzanne Lenglen, (“Divina”, Corbaccio) diventata campionessa mondiale a soli 15 anni, pochi giorni prima della Grande Guerra, imbattuta dal 1919 al 1926. “Nel periodo tra le due guerre, mentre il tennis cessava di essere un divertimento aristocratico di dilettanti ricchi, e spesso snob, un gioco che le dame affrontavano con le mani ricoperte di guanti bianchi e impacciate da lunghe gonne, fu la prima ad allenarsi come un uomo”. oggi i suoi preferiti sono Federer e Venus Williams. Il suo nome è entrato nella Hall of Fame del tennis consacrandolo come grande esperto.

Ma Clerici ama così tanto le digressioni da sconfinare nella narrativa e nella poesie. Non a caso Italo Calvino lo ha definito “uno scrittore in prestito allo sport” – anche se a lui questo, confessa, non sembra una grande complimento. Ha scritto una ventina di libri, di cui undici di narrativa, nella quale ha esordito con una trilogia sul mondo del tennis “I gesti bianchi”. L’ultimo è “Una notte con la Gioconda”; il racconto che dà il titolo è una storia surreale ambientata al Louvre. Ammira molto la letteratura anglosassone, Evelyn Waugh eccetera, e si sente. Ora sta scrivendo un libro sull’amata Australia, Paese che visito per la prima volta nel 1958; il torneo che preferisce del grande Slam è proprio quello australiano. Forse il libro che assomiglia di più alla sua vena fulminante, ferocemente autoironica e malinconica allo stesso tempo, è la raccola di poesie “Postumo in vita”. Anche lì alcune poesie rievocano atmosfere e incontri sulla terra rossa. In fondo, a prescindere dalla forma narrativa usata, un primo amore a cui è sempre fedele. (Cristina Bolzani)