Saloon

L’incipit è di quelli a effetto della giovane ribelle che vuole épater le bourgeois. Ma se all’inizio la scrittura sopra le righe risuona come un vezzo, più si legge più prende corpo la psicologia dell’io narrante e la storia funziona. Con una struttura, come si conviene a un saloon, nella quale si alza la voce, facendo scorrere la memoria – molti i flashbacks – e con un crescendo da duello fino alla conclusione tragica. La protagonista, Lisa, ha lasciato l’America per chiudere con la sua ricca famiglia e se n’è andata a Parigi a fare la cameriera in hotel di lusso. Una sera incontra la madre, Vera, che sulle prime non la riconosce. Un disconoscimento che evoca una frattura più profonda, un passato che ritorna e chiede di essere ripensato. Quindi Lisa torna negli Stati Uniti per la sua catarsi.

Nei ringraziamenti alla fine del romanzo Aude Walker mette come primo nome Thomas Bernhard. E’ un nome illuminante, perché rende bene l’ispirazione che sta dietro la voce narrante, così delirante, violenta nelle sue immagini, ironica e grottesca a tratti, noir, triste con rabbia; western, come evoca il nome Saloon.

Ma quello che colpisce è che in questo modello narrativo, dell’Io che deborda, in una esperienza borderline come quella della giovane protagonista  cameriera in Parigi – anche in questo auto-esilio e rivolta sarcastica contro le proprie radici c’è molto Bernhard (lui stigmatizza la borghesia austriaca come lei l’alta borghesia della sua famiglia) – in questo modello narrativo la scrittrice riesce a trovare un suo timbro, una voce originale.

Al centro c’è Lei, in maiuscolo, la madre, e la storia è un duello con la madre che è una figura simbolica, archetipica; come la Maman, la scultura di Louise Bourgeois, che è appunto rappresentata da un grande ragno. E lei, Lisa, a un certo punto dice: “Ora mi stringe fra le braccia. Non una madre, un’impalcatura a tela di ragno”.

“Io, Lisa Duval, la cui esistenza è un’immensa babele, il cui cervello a ruota libera è la rovina mia e degli altri, sono capace, non appena si tratta di messa in scena, di un rigore diabolico” . C’è la decandenza di una famiglia. Il romanzo ha lo stesso furore malinconico, quando racconta con profondo disamore la pochezza dissoluta da nuovi ricchi , della sua famiglia. “Questa famiglia consuma da sempre la propria invenzione dell’altro secolo. La beve a sazietà, l’invenzione, la scialacqua fino all’ultimo centesimo, la sniffa fino a smembrarsi le cavità nasali”.

In questo romanzo d’esordio la ventinovenne francese-americana (una ‘doppiezza’, la sua, che si riversa e intreccia nella storia, e che la rende interessante) c’è la bravura nel trasformare in immagini i sentimenti negativi, con uno stile visivo e visionario, cinematografico, a momenti una parodia dell’immaginario made in Usa.

Nell’intervista che le abbiamo fatto alla Fiera della piccola e media editoria a Roma la Walker ammette di essere stata molto influenzata da Thomas Bernhard, anche se lei preferirebbe avere uno stile molto più lineare e semplice delle frasi lunghe e arzigogolate. Frasi che sono come delle trappole – dice la scrittrice – circonvoluzioni, ritorni avanti e indietro che poi si ritrovano nel suo libro. L’altra cosa che le piace di Bernhard è il suo sguardo molto crudele e critico sulla borghesia viennese. Per quanto il romanzo abbia l’andamento quasi di una seduta psicoanalitica, la Walker smentisce che sia un libro autobiografico, come molti hanno immaginato. Diversamente da Lisa, lei ha avuto un’infanzia felice. L’unico vero riferimento è alla opulenta e rigida famiglia paterna. E poi sì, anche alla Walker è capitato di fare la cameriera in un hotel di lusso a Parigi. (Cristina Bolzani)

 
Del Vecchio Editore

Aude Walker