L’ospite

Come spesso accade nei romanzi inglesi, al centro di The Little Stranger (è il titolo originale di L’ospite, Ponte alle Grazie) c’è una grande casa cadente e decandente,  che ha un irresistibile  quanto pericoloso potere di attrazione su chi la abita. Magico è l’effetto che l’antica dimora di campagna della famiglia Ayres, Hundreds Hall, suscita nel dottor Faraday, perché quella casa l’aveva ammirata da  bambino, nel lontano 1919, quando sua madre faceva parte della servitù. E dal primo momento che la varca la soglia, lui è irretito da quel mondo intriso dei suoi ricordi, e animato dagli eccentrici abitanti della casa: la vedova del Colonnello Ayres e i figli Roderick e Caroline. Tutti sono impegnati a salvare dalle rovine le antiche mura, a salvare se stessi da una trappola che li sovrasta. 

Per quest’ultimo, brillante romanzo di  Sarah Waters , i critici hanno fatto i nomi di Henry James ed Edgar Allan Poe, e dei loro Giro di vite e Crollo della casa Usher. Fin dalle prime righe l’atmosfera ricorda i maestri della ghost story, ma quello che riesce molto bene alla scrittrice è la capacità di mantenersi sul filo tra il soprannaturale e la psicopatologia. Il finale aperto è hitchcockiano e aggiunge fascino a una storia di pulsioni e ombre, mortifere ma vitalissime.  A questo punto è un must leggere i suoi romanzi precedenti.  (Cristina Bolzani)

The Little Stranger è nella lista dei 100 migliori libri del 2009 del New York Times.

Ponte alle Grazie

 

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 “Quando rividi la casa quasi trent’anni dopo, e alla fine di un’altra guerra, rimasi sconcertato dai cambiamenti che aveva subito. Vi capitai per puro caso. Gli Ayres erano pazienti del mio socio, David Grabam, che però quel giorno era impegnato in un caso d’emergenza. Così, quando la famiglia mandò a chiamare il medico, toccò a me andarci. Mi sentii mancare nell’attimo stesso in cui oltrepassai i cancelli del parco. Nei miei ricordi, il lungo viale che portava alla casa passava al centro di curatissimi cespugli di alloro e rododendri; adesso, invece, il parco era trascurato e inselvatichito, tanto che la mia piccola automobile avanzò con difficoltà. Quando riemersi finalmente dai cespugli, mi ritrovai su una spianata di ghiaia con la Hall bene in vista. Frenai e rimasi a bocca aperta per lo sgomento. La casa era più piccola di come la ricordavo, ovviamente non era il palazzo che mi era rimasto impresso nella memoria, ma questo me l’aspettavo. Quel che più mi impressionava erano i segni del decadimento. Le modanature erose dal tempo sembravano in alcuni punti crollate del tutto, rendendo l’incerto stile georgiano più malsicuro di una volta. L’edera, cresciuta ovunque, si era seccata qua e là, restando appesa come tante code di ratto spelacchiate. I gradini che conducevano alla grande porta d’ingresso erano pieni di crepe da cui spuntavano rigogliose le erbacce.”