Le piace Chopin?

Il bicentenario della sua nascita, il 10 marzo 1810, sarà ricordato in tutto il mondo.  Frédéric Chopin è forse il compositore più conosciuto anche da chi non segue la musica classica. Merito del suo modo di rendere ‘cantabile’ il pianoforte, di farlo risuonare con la ricchezza di un’orchestra mantenendo però un’intimità dal timbro speciale. Amatissimo dai suoi connazionali, che grazie a lui vedono portata al livello più nobile la loro musica nazionale di valzer e mazurche, Chopin è anche un perfezionista della forma musicale. Ha influenzato moltissimo i compositori dopo di lui, e ha saputo innovare pur restando dentro la tradizione della forma-sonata. Le sue composizioni brevi hanno una sobrietà ‘moderna’, certi movimenti delle sue sonate sono originali e dirompenti; le sue quattro Ballate  per pianoforte sono composizioni piene di imprevisti e di geniali discontinuità.

Della sua romanticamente discontinua vita sentimentale, invece, con la scrittrice George Sand,  parla il recente romanzo in forma di diario scritto da Piero Rattalino,  Chopin racconta Chopin (Laterza). Qui il compositore parla in prima persona della propria vita interiore come delle opere, seguendo la traccia  biografica contenuta del suo epistolario.

Lang Lang (intervista al pianista cinese) inaugura, il 7 gennaio a Varsavia, i festeggiamenti. (cb)

Link:

Chopin 2010 – gli eventi che ricordano il bicentenario della nascita

Chopin – Wikipedia

La musica di Chopin – Magazzini Sonori

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Un brano di Chopin racconta Chopin (di Pero Rattalino, Laterza):

Di George ed io, della mia Sonata in si bemolle minore, di un mio grave busillis, e di quando comperai una mazurca da una forosetta.

Oggi, 10 agosto 1839, ho ultimato un ciclo di quattro mazurche. Sono belle? Non so. Io mi dichiaro, sì, mi dichiaro… soddisfatto. Se siano belle o no, ripeto, non so. Belle sembrano a me, così come i figli più piccoli sembrano belli ai genitori. Ai genitori, preciso, che invecchiano. Non ho figli e non ne avrò, le mie composizioni sono la mia prole, e dispongo di una discendenza più numerosa di quella di Priamo. Dunque, se queste quattro neonate mazurche mi sembrano belle, mi chiedo, sarà forse perché sto invecchiando? E che ci sarebbe di male? Ho compiuto ventinove anni in marzo. Ma la vecchiaia come io l’intendo non è una questione d’età: da vecchi, non da canuti, il mondo e la vita ti appaiono sotto una luce diversa e migliore, la vecchiaia è un invidiabile traguardo, non un’inevitabile disgrazia. Più presto ci arrivi, meglio è. E nell’ultimo anno trascorso io ho preso delle decisioni che non avrei mai supposto di dovere o di saper prendere. Una, sopra tutte, per me molto grave.

Avevo sempre pensato di sposarmi, di essere in amore saggio come Mendelssohn, non folle come Liszt. Invece, ora, convivo. Sì, convivo. Per Nostra Santa Madre Chiesa sono un pubblico concubino. Non so come mi giudichi l’Altissimo che la mia mamma adorata venera con tanta purezza di cuore, ma la macchina ecclesiastica del suo Vicario in Terra mi condanna, mentre la società, che a parole si proclama laica, se non finge di non vedere fa suo l’anatema della Chiesa. E questo mi crea purtroppo dei problemi, spiccioli ma spinosissimi, che tanto volentieri avrei lasciato cadere nella polvere.

Ci sono dei nodi che devo, che dobbiamo affrontare insieme, io ed Aurore (la quale, in realtà, se ne impippa altamente, ma che rispetta le mie paure e che mi aiuta con pazienza a districarle). Ad esempio, ho sul leggio una Sonata in si bemolle minore non ancora finita e che tuttavia, mi sento di dirlo sotto voce a me stesso senza falsa modestia, non sarà del tutto indegna delle grandi sonate dell’epoca classica. Ho composto di slancio il primo movimento e lo scherzo, come terzo movimento utilizzerò una marcia funebre che avevo scritto or sono due anni senza saper bene, allora, cosa farne, e per il finale ho già in mente un qualcosa di molto breve, tre pagine, forse, della mia scrittura, un moto perpetuo tutto in pianissimo con le due mani all’unisono.

La finirò fra breve, la sonata che già mi sembra bella – sto invecchiando?, sono invecchiato? – e poi cercherò un editore che me la acquisti pagandola per quel che merita. Schlesinger si lamenta sempre perché sono troppo caro, Probst dice smoccolando che le mie richieste sono enormi e che i suoi padroni di Lipsia lo sgridano, ma tutti in cuor loro sanno bene che ho pochi concorrenti, e alla fine allentano seppur a malincuore i cordoni della borsa. Devo ancora terminare, oltre alla sonata, uno scherzo che ho cominciato mesi or sono, ho già consegnato un ciclo di preludi, una ballata, due polacche, ed ho pronti due notturni e le quattro mazurche. Conto di ricavare da tutto ciò una certa somma bene in carne, ma…

Ma qui viene, e me ne vergogno un po’, il mio busillis. Da tempo immemorabile è d’uso che ogni composizione abbia una dedica, che ogni composizione sia per qualcuno un dono e un segno di alta considerazione. Le mie dediche sono molto ambite, io le centellino con estrema cura, in modo da soddisfare la vasta clientela che alimenta le mie lezioni private di pianoforte, perché le lezioni rappresentano per me il certo, e le composizioni l’incerto. Ora, acclarato che tout le monde sa, sebbene nessuno si azzardi a dirlo, che “Chopin vive in concubinaggio”, posso io arrischiarmi a mettere in cima alle mie composizioni i blasonati nomi di rispettabili dame? Una dedica muliebre, in questo preciso momento della mia esistenza, non potrebbe forse gettare un’ombra di complicità sull’onorabilità della dedicataria? E le rispettabili dame di cui sopra potranno ancora venir a pianottare nello studio d’un pubblico concubino? Santi numi, ci sto proprio perdendo il sonno.

“Ma chi se ne fotte?”, butta là Aurore, togliendosi il sigaro di bocca (Aurore, essendo di sinistra, è molto disinibita, fuma il sigaro, porta i pantaloni, la domenica non va alla messa e talvolta usa un linguaggio da scaricatore di porto). “Ma chi se ne fotte?”, ripete placida. Poi si fa meditabonda. “In fondo in fondo”, osserva, “ti capisco, cioè non posso fare a meno di capirti e di compatirti. Il tuo mondo non è il mio, io scrivo romanzi” – scrive romanzi firmando George Sand – “e non ho rapporti diretti e personali con i miei lettori. Ma tu, con tutte quelle puzzettasottilnaso che prendono lezioni da te…”.
“Non sono affatto delle smorfiose”, protesto, “sono persone squisite, colte, che pendono dalle mie labbra, ma che ovviamente…”.
“…ma che devono ovviamente rispettare certe convenzioni, certe regole che la società applica in modo molto rigido”, mi interrompe Aurore, rimettendosi il sigaro in bocca.
“Proprio così”.
“Proprio così, ne convengo. L’adultero, o il concubino, se non salva le apparenze, dev’essere bandito dalla buona società. Io ero moglie d’un barone e, in quanto adultera fuggita dal tetto coniugale, sono stata bellamente emarginata. Ma sono stata accolta dalla società degli artisti, degli intellettuali”.
“Che non prendono lezioni di pianoforte a venti franchi all’ora”.
“Già. Ma non angustiarti, Chip-Chip, il mondo lo conosciamo bene tutt’e due, una soluzione la troveremo. Fino a che resteremo qui a Nohant, per intanto, non avremo problemi. Fammi piuttosto sentire le mazurche che hai appena finito”.

Da quasi dieci mesi viviamo insieme, Aurore ed io, lontano da Parigi. All’inizio di giugno siamo arrivati a Nohant, nella casa di campagna di lei, io sono curato e accudito meravigliosamente, non devo dar lezioni, posso passeggiare, dormire, conversare, oziare, suonare e comporre come più mi aggrada. Aurore conosce la musica per quel poco che gliel’ha insegnata sua nonna ma, artista com’è, la musica la sente con molta forza e partecipazione. Suono per lei le quattro mazurche che mi sembrano belle, scacciando dalla mente il rovello del “ma a chi cavolo le dedico?”, e come per incanto mi ritrovo, ragazzino, a Szafarnia durante le vacanze estive del 1824, quando intuii che la missione affidatami dall’Altissimo era di rivelare attraverso la mazurca l’anima antica e profonda della mia terra, quella che il mio amico Adam Mickiewicz ha così ben celebrato nel dramma Dzyady.

Ospite di una famiglia amica dei miei, venivo mandato in piena Mazovia (la terra dalla mazurca) perché mi rinvigorissi e mi distraessi, ed io, che ero un ragazzino giudizioso, diligentemente seguivo le principali prescrizioni dietetiche che mi venivano raccomandate: tutti i santi giorni bevevo il latticino e il caffè di ghiande e la tisana, e facevo lunghe passeggiate. Un pomeriggio, arrivando presso un casolare, sentii una voce di donna che cantava. Era una mazurca. Mi fermai, preso da una vertigine, da una magia che mi portava lontano lontano lontano, in tempi remoti. La canzone aveva molte strofe con musica sempre uguale, e così fissai rapidamente nella memoria la melodia. Ma non riuscivo a capir bene le parole, e comunque non avrei potuto ricordarle. Mi scossi dall’incantesimo. Una rustica staccionata mi divideva dalla donna. Le girai attorno, scorsi una bella ragazza che seduta su uno sgabello da mungitore cantava come in trance. Vedendomi comparire si alzò di scatto, rovesciando lo sgabello, e fuggì verso casa. “Non scappare, ti prego”, le gridai alzando il braccio, “non scappare, io volevo solo vedere chi era la creatura che cantava così meravigliosamente”.

Avevo già conosciuto Angelica Catalani, grandissima cantante e grandissima diva che poi è restata per me una cara amica, e sapevo bene quale colata di miele odoroso sarebbe stato per una bella voce un complimento ben tornito. La ragazza si fermò, guardandomi in tralice ma quasi sul punto di sorridere. “Non avevo mai sentito questa mazurca, ho molto goduto il tuo canto così appassionato”, le dissi, “e vorrei che tu me la facessi ascoltare di nuovo: scriverò le parole nel mio taccuino”. La ragazza, con le labbra serrate, scosse decisa la testa. “Perché no?”, obbiettai. “Io ci tengo. Molto”. Lei scosse di nuovo ostinatamente la testa, arrossendo. Capii che si vergognava e che neppure il più tornito dei complimenti sarebbe bastato a smuoverla, quella Catalani di villaggio. Allora tirai fuori dal borsellino qualche moneta, gliela mostrai dicendo: “So bene che un’artista non è tenuta a cantare gratuitamente per uno sconosciuto seccatore, e perciò mi permetto di offrirti questo piccolo omaggio”.

Gli occhi della rustica Catalani si spalancarono – era davvero bella – al pensiero di stringere nella mano qualche moneta. Probabilmente non ne aveva mai posseduto una. Si rassettò con cura i capelli e la veste, cercando di ritrovare l’ispirazione, e riprese a cantare. “Vedi come di là dalle montagne danza il lupo”, diceva la canzone, “di là dalle montagne danza il lupo. Non ha la femmina, e perciò è così desolato”. Mentre scrivevo le parole mi accorsi che ad ogni strofa la ragazza introduceva nella musica qualche piccola variante. E che musica! Del tutto diversa da quella delle mazurche che si ballavano a Varsavia. Non li ho mai citati nelle mie composizioni, quei suoni che comperai da una forosetta dalla voce d’oro, ma su di essi ho via via modellato le mie mazurche, cercando di ritrovare le radici profonde che li avevano alimentati. E adesso posso dire che forse, grazie a Dio, ce l’ho quasi fatta.