“L’arte è salute mentale”

Finalmente un libro su Louise Bourgeois in lingua italiana. A colmare il vuoto editoriale sull’artista carismatica e versatile nata in Francia nel 1911 e vissuta a New York, è l’editore Quodlibet, che nel giugno 2009 ha pubblicato un testo uscito nel 1998 da Violette Editions.

imageNel libro si alternano scritti sulla vita e il lavoro. Si comincia con pagine di diario di una ‘Louison’ dodicenne (ritrovate da un antiquario a Parigi nel 1996), si finisce con brani di interviste e colloqui degli ultimi vent’anni.

Mettendo in guardia dal potere delle parole. “Le parole di un artista vanno sempre prese con cautela. L’opera finita è spesso estranea a – e talvolta in contraddizione con – quanto l’artista sentiva o voleva esprimere inizialmente […] L’artista che discute il cosiddetto significato della sua opera spesso descrive una questione letteraria marginale”.

Sono diversi i registri che scandiscono il libro. Se le lettere all’amica, a sua volta artista Colette Richarme, rimandano dettagli biografici e con la freschezza di confidenze giovanili, (ma gà significative della sua opera successiva, come il desiderio inesausto di afferto materno, quel ‘materno’ che nella sua scultura prenderà le forme di un enorme ragno) gli articoli che riguardano riflessioni sull’arte, sul processo creativo e sulla sua opera affrontano temi complessi con una linearità argomentativa affascinante.

“Distruggiamo proprio quello che più desideriamo. E’ un mistero tragico. E’ un soggetto che mi interessa ancora oggi”, scrive a commento di un’opera (The Puritan, testo e 8 incisioni), del 1947. Nello stesso modo profondo e sorprendente la Bourgeois spiega opere centrali del suo percorso artistico, come quelle Cells esposte nel 1983 alla Biennale di Venezia, che l’hanno fatta conoscere anche da noi. Mani di marmo che si torcono, bolle di vetro sulle sedie, a dimostrare una fragilità umana un po’ intoccabile. Ma dove la relazione è fondante. “Jean-Paul Sartre dice in Huis Clos : ‘L’inferno sono gli altri’. Io dico che l’inferno è l’assenza degli altri – ecco l’inferno”

Poi ci sono sono pagine che sfiorano modo non convenzionale certi personaggi del Novecento che l’artista ha incontrato. Per esempio cAndré Breton e Marcel Duchamp (“Breton e Duchamp mi rendevano violenta… il loro pontificare… Essendo un’esule, le figure paterne mi davano ai nervi”), Fernand Léger (suo “maestro”), Mark Rothko, Alberto Giacometti (“Era un uomo difficile. Aveva una grande paura di uscire. Era paralizzato dalla paura. Tutti erano gentili con lui, ma era come un bimbo perduto”), Francis Bacon, a cui dedica uno scritto (“Guardare i suoi quadri mi rende viva. È quasi come essere innamorati. La sua opera è uno dei più grandi omaggi alla donna”),  Robert Mapplethorpe, autore del suo più celebre ritratto.

Il padre della Bourgeois restaurava arazzi, e lei in un certo senso eredita questa qualità terapeutica della riparazione di un tessuto lacerato dal tempo. “Quand’ero piccola, tutte le donne di casa maneggiavano aghi. Mi hanno sempre affascinato gli aghi, hanno un potere magico. L’ago serve a ricucire gli strappi. E’ una richiesta di perdono. Non è mai aggressivo”.

C’è qualcosa di intenso e spietatamente autentico nell’opera e nelle parole della Bourgeois. Di lei è interessante l’ansia cristallizzata, sublimata, esorcizzata attraverso l’arte. L’arte è una forma di autoanalisi che produce qualcosa di visibile ed esperibile da altri. Non solo: in cui altri si possono riconoscere. “Il mio lavoro giovanile è paura di cadere. Poi è diventata l’arte di cadere. Cadere senza farsi male. Infine l’arte di non mollare”. “Tempo – Tempo vissuto, tempo dimenticato, tempo condiviso. Che cosa infligge il tempo – polvere e disgregazione? I miei ricordi mi aiutano a vivere il presente e io desidero che sopravvivano. Sono prigioniera delle mie emozioni. Devi raccontare la tua storia e poi devi dimenticarla. Dimentichi e perdoni. Questo ti rende libera”.

In Louise Bougeois c’è un paradigma sul processo creativo molto chiaro e istruttivo. Come quando scrive: “Je t’aime je t’aime je t’aime je t’aime je t’aime …” C’è la cristallizzazione di un désir lacaniano – senza oggetto, nella forma della infantile punizione scolastica. In lei tutto parte dall’infanzia. E la madre è una figura centrale, terrificante e monumentale. E’ rappresentata dal ragno incombente Maman, ma anche da She-Fox (1985), una scultura in marmo nero senza testa e con un taglio alla gola. E addossata a lei, un a figura minuscola. “Quell’esserino sono io. E’ un autoritratto”.

“Tutto quello che faccio è stato ispirato dai miei primi anni di vita. Tutti i miei lavori, tutti i miei soggetti hanno tratto ispirazione dalla mia infanzia. La mia infanzia non ha mai perso la sua magia. Il suo mistero, il suo dramma”.

“Nacqui il giorno di Natale, rovinando la festa a tutti quanti. Mentre erano intenti a gustare ostriche e champagne, ecco che arrivo io. Mi piantarono in asso. Oggi riesco a raffigurarmi quell’evento ridicolo… non accuso nessuno. E’ quindi un senso di sconfitta quello che motiva il mio lavoro, una volontà di rimediare al danno che è stato fatto… non di paura, ma del trauma dell’abbandono”.

Ma il ‘virus traumatico’ della sua famiglia era che il padre portava le amanti in casa. Dunque Tradimento, Gelosia. Nei suoi primi anni di vita c’è la figura di Sadie, sua precettrice ma anche amante del padre, che rimase nella loro famiglia per dieci anni. Da qui il progetto per Artforum intitolato “Child Abuse” (1982).

“Adesso voi mi chiederete: come mai, in una famiglia della classe media, un’amante faceva parte dell’arredamento? Ebbene, la ragione è che mi a madre lo tollerava, questo è il mistero. Perché lo faceva? E che ruolo svolgo in questo gioco? Sono una pedina. Si presume che Sadie sia qui come mia insegante, ma in realtà tu, mia madre, mi usi per tener d’occhio tuo marito. Questo è abuso di minore. (…) Non sono stata tradita solo da mio padre, maledizione, ma anche da lei. Fu un doppio tradimento. (…) Ogni giorno bisogna abbandonare il passato o accettarlo, e se non si riesce ad accettarlo si diventa scultori”.

Arte come superamento, continuo, del trauma dei fantasmi parentali, come superamento della paura, che ha come approdo la paura della paura. “Essere artisti è una garanzia di salute mentale. L’artista è in grado di sopportare il proprio tormento”. Con l’arte Bourgeois diventa da passiva ad attiva, è questo il suo grande riscatto dal dolore: “Ho paura del potere. Mi innervosisce. Nella vita reale mi identifico con la vittima, per questo mi sono data all’arte. Nella mia arte io sono il carnefice”.

Louise Bourgeois non condivide un femminismo ideologico, e anche se mette la maternità tra i temi fondanti della sua arte, non si può dire sia idealizzata: anzi la permea l’ombra dell’abbandono, della perdita, della paura e del dolore. Ma ravvisa una qualità che le è molto necessaria, la resistenza. “Una donna non ha spazio come artista finché non ha ripetutamente dimostrato che non si lascerà eliminare”. (Cristina Bolzani)

Distruzione del padre/Ricostruzione del padre. Scritti e interviste
A cura di Marie-Laure Bernadac e Hans-Ulrich Obrist
Traduzione di Giuseppe Lucchesini e Marcella Majnoni

Quodlibet