L’umiliazione

“Aveva perso la sua magia. L’impeto era venuto meno. In teatro non aveva mai fallito, tutto ciò che aveva fatto era stato valido e convincente, poi gli successe una cosa terribile: non era più capace di recitare. Andare in scena divenne un tormento. Invece di avere la certezza che sarebbe stato magnifico, sapeva che avrebbe fatto fiasco. Accadde tre volte di seguito, e l’ultima volta Axler smise di interessare alla gente, e in teatro non venne più nessuno. Non era più capace di conquistare il pubblico. Il suo talento era morto”.

Con questo inizio fulminante, siamo subito portati dentro la depressione del protagonista del romanzo breve di Philip Roth, Simon Axler, attore teatrale in crisi di autostima e fiducia, abbandonato dalla moglie, fisicamente provato. Simon si sente ridicolo e finito. L’unica cosa che resiste in lui è il desiderio erotico. Simon mette in scena il suo inesauribile erotismo coinvolgente la quarantenne figlia di amici di famiglia. Lui ha venticinque anni più di lei, e soprattutto lei è lesbica. La spericolata relazione sembra rappresentare una felice sperimentazione per entrambi, ma basterà un gioco erotico appena più estroso per privare l’attore anche del conforto momentaneo di questa patetica commedia.

La fine è più tragica del solito. E però questa volta l’ennesimo spaccato crepuscolare di Roth non convince, si direbbe che tutto rimanga dentro una scena teatrale, esibito e paradossale nei gesti. La sofferenza del protagonista è sempre raccontata meravigliosamente dallo scrittore che negli ultimi anni ci ha abituato a delle ricognizioni profonde della decadenza umana (basti pensare a Everyman, Il fantasma esce di scena, Il professore di desiderio) ma nel momento in cui entra in scena l’estrosa Pegeen, la tragedia si tinge di ridicolo. (Cristina Bolzani)