A qualcuno piace uguale

Questo piccolo saggio – lo ammette la stessa autrice, psicoanalista freudiana – non dice cose dirompenti ma di certo ha il pregio di chiarire dei concetti, di “raddrizzare i nomi alle cose”, detto alla confuciana; e dissolvere la falsa dicotomia tra il mondo gay e quello etero, con argomentazioni che affondano le loro ragioni nella psicoanalisi e anche,  forse soprattutto, nel buonsenso.

Giocando sul titolo “A qualcuno piace caldo”, il libro cerca di ‘normalizzare’ la relazione omosessuale inserendola nel più ampio, diversificato e ricco ambito delle relazioni con l’Altro. In tal modo, liberando questo tipo di rapporti dal cliché ai quali la pur fortemente legittima battaglia dei diritti civili le ha confinate, obbligandole a un racconto ‘bipolare’ e semplificato. Un racconto in cui l’idealizzazione, l’allure euforica, è  il movimento uguale e contrario alla svalutazione (e all’auto-svalutazione, come nell’omosessualità egodistonica).

Insomma, quell’essere sempre in battaglia – che il piano sociale richiede, sia per difendersi dagli attacchi omofobichi sia per portare avanti la conquista dei diritti – sul piano psicologico implica una sofferenza; ed è giusto sottolinearlo. Non solo; magari ingenera o rafforza anche la credenza che si stiano difendendo chissà quali strani rapporti. Che invece sono ‘uguali’.

“In sintesi – scrive la Argentieri – credo che, da parte dei singoli individui o di gruppi organizzati, il ricondurre tutte le variabili e discontinue situazioni al generico ombrello dell’omosessualità – come se si trattasse di una lotta di classe o di un conflitto razziale – abbia indubbiamente un’utilità pratica, che talvolta contribuisce a raggiungere qualche concreto obiettivo: visibilità, reciproca protezione contro la violenza esterna, solidarietà…; ma a livello psicologico ha un significato difensivo, che consente di non confrontarsi con i personali problemi di identità nel percorso maturativo relazionale, affettivo e istintuale; così ‘omosessuale’ diviene  la scorciatoia per la definizione di sé e serve a convogliare fuori, nella realtà esterna, in battaglie sociali o legali, ogni conflitto“.

La disposizione peggiore per stare nel mondo è quella stolidamente difensiva (“D’altronde questa è un’epoca nella quale si va incontro alle difese, non ai bisogni”, scrive la Argentieri; riflessione condivisibile in merito a molte patologie contemporanee). La “difesa euforica” proposta da un certo orgoglio gay – “che pretende di negare il versante depressivo, dando una patina di vitalità e gaiezza aprioristica a percorsi di vita che sono per lo più travagliati” – va ad aggiungersi al minority stress e lo aggrava. Forte della sua esperienza analitica oltre che della sua cultura, l’autrice afferma che all’omosessualità non corrisponde una struttura psicologica specifica.

“L’omosessualità è solo un dato esteriore: la spia della patologia negli omosessuali – come negli eterosessuali – è nella capacità di amare”. Di uscire dal proprio narcisismo per affidarsi a una relazione “sufficientemente buona” con l’Altro.  Che è sempre una sfida, a prescindere dal genere – uguale (ma non il temperamento, la personalità, il carattere, il vissuto, i bisogni, eccetera) o diverso – del proprio (s)oggetto d’amore. (Cristina Bolzani)

 

Simona Argentieri – Einaudi

Simona Argentieri – L’ambiguità (Einaudi 2008)

1 Comment

  1. uno dei tanti libri sull’argomento, un libro che comunque ci sta e ci deve stare,il più grande fallimento dei libri di psicologia e specialmente quelli che trattano l’argomento omosessualità, è che non saranno mai letti dai colpevoli di tutti i mali degli omosessuali, lo dico con ben motivato disprezzo, che sono i maschi(e qualche donna)eterosessuali di bassa estrazione sociale, coatti da case popolari,ultrà e affini, deinquentela varia sopratutto del sud italia. ci ho fatto un libro su questa gente frustrata che va in giro a dar fastidio al prossimo non necessariamente gay ma se gay, meglio transessuale, c’è più gusto a sputargli addosso in pubblico la parola “frocio”, parola unica che racchiude in se derisione, disprezzo e violenza personale, ormai divenuta intercalare tanto da non rendersi conto di stare dicendola ad una donna biologicamente tale solo perchè palestrata dall’espressione sicura di sè e con il fisico troppo muscoloso e il viso volitivo. vuoi per vendicarsi di un rifiuto a un loro rozzo e sgradevole tentativo di approccio con la forza del branco alle spalle, se la sbrigano dicendo tra loro “hahahaha ma va è ‘n frocio! hahahahaha!!!”…è quanto mi è capitato stasera mentre in macchina aspettavo il mio ragazzo alla stazione. fanno questo alle donne, figuriamoci ai gay o peggio ancora alle povere transessuali.ormai a certe cose non faccio più caso, e mi prendo la derisione facendo finta di nulla, ma come vorrei sbatterne uno al muro fino a fargli sanguinare la faccia!

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