Con gli occhi chiusi

Di Wang Ningde la galleria parigina Paris-Beijing presenta il suo lavoro più importante ‘Some days’  – in mostra fino al 7 settembre – che lo ha reso famoso. Le sue immagini sono raffinate e intimiste, evocano simboli storici e distacco taoista. Rivisitano dei modi arcaici della messa in posa davanti all’obiettivo. L’effetto surreale e straniato si mescola con l’loro identità enigmatica dei personaggi, fluttuanti in una dimensione metafisica.

Intervista a Wang Ningde (di Cristina Bolzani).

Le sue fotografie hanno una un’aura molto surreale
Wang Ningde: Appartengo alla generazione di artisti nati durante gli anni Settanta, una generazione che è stata educata secondo un vecchio modello. Nell’infanzia ho vissuto gli anni della Rivoluzione culturale, e mi sono reso conto che molte delle cose che avevo imparato sui libri non corrispondevano a ciò che notavo in realtà, per cui ho capito questo enorme divario tra la realtà e quello che è stato in qualche modo inculcato. Nessuno ci ha spiegato esattamente come doveva essere questo mondo e come dovevamo rapportarci al mondo attorno a noi. Per cui abbiamo dovuto relazionarci alla realtà circostante trovando delle risposte da noi stessi. E nelle nostre esperienze personali abbiamo vissuto in prima persona dei fatti piuttosto surreali. Questo è il motivo per cui ho inserito all’interno della mia poetica, del mio lavoro, elementi surreali e che trascendono la realtà.

wang

Wang Ningde (foto Cristina Bolzani)

Nelle sue fotografie infrange spesso la grammatica dell’immagine. I suoi soggetti non solo non guardano in camera, ma hanno addirittura gli occhi chiusi.
Wang Ningde: A mio avviso, se si vuole dialogare con il mondo ci sono due modalità diverse. Una è quella di affrontare direttamente il mondo e le problematiche che pone. Un’altra modalità, che è quella che appartiene alla mia poetica, è quella che consiste nel ripiegarmi su me stesso facendo riferimento ai miei ricordi, e quindi al mio io. Non mi preoccupa il fatto che il mondo vada verso l’innovazione, perché questo è un processo naturale e quindi più il mondo andrà verso l’innovazione più la storia procederà, anche la vita stessa umana e la mia vita procederà. Ciò che mi sta a cuore e che mi preoccupa è ritornare alle mie memorie personali e preservarle. I ricordi cambiano tutti i giorni, costantemente, e quindi può anche darsi che un giorno non siano più parte di quella che è la nostra vita quotidiana, e prendano completamente le distanze dalla realtà della nostra esistenza. E quindi, secondo me, fornire alla società una sorta di esempio da questo punto di vista, è qualcosa che mi sta molto a cuore.

La storia della fotografia in Cina ha una forte tradizione, le origini, nella foto documentaria. Com’è passato dal realismo documentario alla fotografia in studio?
Wang Ningde: In passato ho lavorato come giornalista, per circa dieci anni, quindi sono sempre stato abituato a raccontare alla gente ciò che accadeva. Tuttavia il mio obiettivo iniziale non era raccontare alle persone che cosa stava accadendo, ma era quello di raccontare la sua storia personale. Perciò ho sempre considerato la fotografia una sorta di strumento per poter realizzare questa pratica. Per me non è importante utilizzare la fotografia o altri media, e non è nemmeno importante pensare al fatto che magari una fotografia viene considerata dalla maggior parte delle persone come una brutta fotografia, perché per esempio tutti hanno gli occhi chiusi. Questi per me sono aspetti non rilevanti nel lavoro. Anche perché in base alla mia esperienza mi sono reso conto del fatto che al mondo ci sono tantissime fotografie di alta qualità. Però fotografie che veramente mi toccano e che comunque mi piacciono sono di gran lunga inferiori. E quindi il mio obbiettivo è quello di fare delle brutte fotografie. Per quanto mi riguarda la scelta di lavorare in uno studio è naturale e corrisponde alla mia poetica.

Ed è comunque una realtà, anche perché non importa in quale maniera porto avanti questo processo; comunque sto registrando qualcosa che è accaduto, quindi è una realtà, quella che sto mettendo in evidenza. E questo per me è un metodo per dimostrare che la realtà, questo concetto, è ancora più ricca rispetto al passato. Alcune persone giudicano surreali le mie fotografie. Secondo me sono ancor più surreali del surreale.

Come nasce la foto alle sue spalle?
Wang Ningde: Tutti gli elementi che appaiono in questa fotografia sono necessari. Non c’è nulla di superfluo. I fiori, la pioggia, il cavallo… Questo cavallo è la scultura che compariva in tutte le famiglie comuni cinesi dopo l’apertura, durante gli anni Ottanta. Probabilmente in tutta la Cina ci sono 30 milioni di esemplari. E fa parte di quella generazione di oggetti decorativi, appartiene proprio alla prima generazione di suppellettili che sono entrate a far parte della vita quotidiana dei cinesi. Questa è la prima cosa, che io ho visto, che avesse un po’ a che fare con l’arte. In qualche modo incarnava quello che era il sogno delle famiglie cinesi di allora, perché è un cavallo alato. Naturalmente il punto di forza di una fotografia non consiste solamente nei dettagli, però il suo obiettivo è quello di includere degli oggetti che gli permettono la messa in pratica perfetta di quella che è la sua poetica. Quindi per me la cosa più importante è discutere l’atmosfera di un’opera piuttosto dei dettagli che sono inclusi nell’opera stessa.

Nel suo ultimo lavoro, l’innstallazione Yao you guan (Lascia che sia la luce) lei fa chiudere gli occhi non solo ai e personaggi ritratti nelle fotografie, ma anche a chi guarda le immagini.
Wang Ningde: In questa nuova installazione punto l’attenzione sulla momentaneità di questo processo, sul momento. Perché l’aspetto temporale è strettamente legato al fare fotografico. E anche in questa istallazione affronto delle tematiche che mi sono sempre state a cuore, come tempo e memoria. E per esempio anche il fatto di usare delle diapositive, la parola stessa diapositiva, huadong, è legata alla parola illusione, xiang.

E’ passato dalla fotografia all’installazione…
Wang Ningde: Non sono mai stato legato affettivamente al mezzo fotografico, perché per me la fotografia è semplicemente uno strumento. È come se io parlassi in cinese pur non amando la lingua cinese. Credo che l’installazione possa riflettere meglio le problematiche che voglio affrontare nel mio lavoro, è per questo motivo che ho deciso di usare questo metodo. Non lo ritengo un cambiamento.

I suoi personaggi sono molto ambigui…
Wang Ningde: Ciò che mi interessa nel mio lavoro è un processo di crescita e di analisi personale. Durante gli ultimi anni mi sono reso conto di avere delle problematiche strettamente legate al mio passato, per cui ho avvertito la necessità di fare i conti con il mio bagaglio e background personale. E naturalmente sono cresciuto durante la rivoluzione culturale, perché ero bambino, i miei genitori hanno vissuto in prima persona quel periodo per cui è stato necessario anche riflettere su quella fase proprio perché è stata parte del mio passato in quanto persona. Però il fatto che questi lavori siano in qualche maniera legati alla rivoluzione culturale per me è un fatto totalmente casuale. Così come è casuale il fatto che io sia nato in quegli anni. Naturalmente quando ci si incaponisce su una tematica in maniera quasi ossessiva non si ha un atteggiamento sano. Tuttavia non si può nemmeno evitare di fare i conti con il proprio passato, non si può ignorare una problematica, bisogna affrontarla.

Quali artisti sono stati importanti per lei?
Wang Ningde: Non ho subito l’influenza di molti artisti. Probabilmente sono stato più influenzato da opere letterarie.Andersen, le sue fiabe. Leggendole mi sono reso conto che non c’è mai una sorta di lieto fine, come se dicessero: guarda, noi dobbiamo fare sempre questa vita, dobbiamo mangiare sempre questa minestra. E quindi con quello che mi è stato insegnato da piccolo è assolutamente agli antipodi. Anche perché durante l’infanzia sono sempre stato abituato ad avere delle risposte precise a qualsiasi domanda: giusto, sbagliato, tutto quanto definito in maniera molto precisa. Mentre nelle fiabe di Andersen questi confini sono piuttosto labili, per cui per la prima volta ho potuto sperimentare una sorta di ambiguità, che comunque è molto affascinante.

Mi piace Stefan Zweig. Anche se non viene considerato prettamente mainstream o comunque uno scrittore di prima categoria, per me non è importante apprezzare solo gli scrittori di prima categoria.

Cosa le piace di Zweig?
Wang Ningde: Quando ho letto per la prima volta l’opera di Stefan Zweig che ha a che fare con personaggi storici, Momenti fatali, ho notato che ha descritto per esempio Napoleone. E secondo me lo ha fatto in una maniera molto simile all’approccio fotografico, perché sono stati personaggi che in un istante hanno cambiato la storia. Quindi è stato il momento ad essere importante, per loro. Per me la fotografia è un metodo, un mezzo per poter registrare quella realtà che è all’interno della mente umana, e quindi forse in questa maniera è avvenuto un cambiamento che mi ha portato da una fotografia prettamente documentaristica a una fotografia che registra i cambiamenti del mio intimo Sé. In un articolo che ho scritto ho citato uno scrittore italiano, Italo Calvino, perché ha fatto riferimento al ‘tempo zero’. E quindi è come se una fotografia fosse uno spartiacque tra due diversi periodi temporali, che quindi porta lo spettatore a pensare che cosa è accaduto prima e dopo quella fotografia. Ed è anche un concetto simile a quello della ‘dureée’ che ha citato Henri Bergson.

E’ interessato a una durata, ma neutra, che non ha un segno più o meno..
Wang Ningde: In realtà essere pessimista o ottimista molto spesso è paragonabile ai nostri sensi. Ci fa percepire delle cose che non vogliamo consciamente percepire. Esistono.

Il pessimismo è come se fosse un senso, al quale noi non prestiamo attenzione, ma se ci fermiamo per un secondo a pensare ci ricordiamo della sua esistenza. Ci sono delle persone che sono ottimiste nel corso di tutta la loro vita ma questo non vuol dire assolutamente che non abbiano incontrato delle difficoltà.

Molto spesso il pubblico cinese cerca sempre una trama sottesa ai miei lavori, e quindi spera di trovare un racconto. Cosa che non rientra assolutamente nella mia volontà.

Com’è accolto il suo lavoro in Cina?
Wang Ningde: Probabilmente c’è tanta gente che non apprezza il mio lavoro, che lo detesta, però non me l’hanno detto. Molte persone che fanno parte dell’associazione dei fotografi, su Internet hanno commentato i miei lavori senza apprezzarli. Però non sono un fotografo, per cui la cosa non mi interessa. Visto che non sono nemmeno un membro dell’associazione dei fotografi cinesi, qual è il motivo per cui renderlo felici e aizzare ancora di più la discussione?

Che relazione stabilisce con le persone che posano nelle sue foto?
Wang Ningde: È un rapporto di cooperazione prettamente lavorativa, per esempio c’è chi aspetta fuori dall’accademia del cinema e quindi sono abituate a lavorare con i fotografi, a fare questo tipo di mestiere.

Non si instaura nessun tipo di dialogo con i modelli. Non voglio raccontare troppo del mio lavoro perché nel momento in cui lo facessi si emozionerebbero. Voglio che affrontino quest’esperienza come un lavoro qualsiasi, quindi completamente in pace con loro stessi, senza avere un altro tipo di pensiero. Per quanto mi riguarda cooperare con loro in questo modo è più che sufficiente.

Che rapporto ha con la filosofia cinese la sua poetica?
Wang Ningde: Non ho inserito di proposito elementi legati al taoismo e alla filosofia nei miei lavori. Ma visto che sono nato in Cina in qualche maniera sono stato influenzato dal pensiero cinese antico. Per cui , forse il taoismo rientra nel mio lavoro però involontariamente. Non ritengo che utilizzarer una metodologia precisa sia necessariamente una cosa buona. Nemmeno la logica è utile per il mio discorso artistico.
(Intervista realizzata a Pechino nel maggio 2010)

M97 Gallery – Shanghai

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