Aldilà delle intenzioni. Etica e analisi

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Intervista allo psicoanalista junghiano Luigi Zoja (di Cristina Bolzani)

Cos’è l’etica in analisi, in psicoterapia?
E’ tutto, in un certo senso. Non è solo – se vogliamo riesaminare la cosa – non è solo l’insieme di regole che normano la professione perché venga esercitata correttamente, non ci siamo abusi; ma è in un certo senso l’ispirazione del lavoro analitico, perché il lavoro analitico mira ad assicurare maggiore verità, a combattere le falsità, non solo all’esterno, ma anche l’immagine falsa che abbiamo di noi stessi, una maggiore coscienza di quello che noi siamo e un atto di verità, e un po’ un’applicazione dell’ottavo comandamento: non mentire.

Dunque all’interno di questa idea dell’etica in analisi è particolarmente odiosa la concezione dell’abuso. Che cos’è l’abuso nella professione analitica?
E’, come in tutte le professioni, la strumentalizzazione del paziente per fini che non sono quelli della guarigione analitica. Come sappiamo, perché purtroppo molti casi sono proprio esplosi e diventati fin troppo scandalisticamente noti, ci sono stati casi sia di struttamento sessuale sia di sfruttamento economico dei pazienti. In particolare in passato, all’origine della psicoanalisi quando non c’era ancora normativa, i fondatori erano fondamentalmente uomini, le pazienti erano donne, ci sono stati molti casi di relazioni personali, per i quali non si deve necessariamente impiegare il termine di ‘abuso’, però facilmente lo sono.

Adesso è cambiata la situazione?
Adesso è cambiata certamente la pressione dei Paesi anglosassoni, il moralismo americano in queste cose ha fatto molto, da un lato, e il femminismo anche, proprio perché prevalentemente l’abuso sessuale era sulle donne. Adesso è cambiato nel senso che la cosa è più contenuta, c’è più consapevolezza della gravità della cosa, per esempio proprio della gravità clinica, del fatto che poi una persona che è andata in analisi per certi problemi avrà – se è stata abusata – ancora più problemi, ancora più bisogno di analisi, e la cosa si prolungherà all’infinito. Di questo c’è più consapevolezza e c’è più cautela.
Al tempo stesso il campo degli abusi si è allargato perché i conflitti di interesse, gli incroci tra vantaggi di ogni tipo sono infiniti oggigiorno, così come oggi la seduzione sessuale può essere di tanti altri tipi, con l’accettazione dell’omosessualità, con la condizione di minore inferiorità della donna ci sono stati anche casi di abusi di tipo diverso.

Lei a un certo punto parla di ‘zona grigia’. Che cos’è esattamente la zona grigia nel lavoro analitico?
Nel lavoro analitico la zona grigia è tutto, perché è la nebbia , è la insufficiente consapevolezza. Il lavoro tende ad avere maggiore continuità, ad avere maggiore coscienza, tutto è una zona grigia e non si arriverà mai – secondo me non bisogna semplificare – a una zona completamente limpida e di chiarezza. Il concetto di zona grigia l’ho utilizzato sia per quello che riguarda il valore assoluto dell’analisi, cioè lo scopo professionale, non solo etico, quel del raggiungere maggior consapevolezza, sia a proposito specificamente dell’abuso, della strumentalizzazione sdel paziente. Per esempio quando ero responsabile del Comitato etico internazionale mi è capitato sì di dover intervenire per sanzionare, punire certe forme di abuso, ma anche per frenare certe forme di estremismo che potevano poi trasformarsi in combattimenti tra colleghi. Per esempio ricordo uno che diceva: “Il tale che ha abusato la sua paziente…” Dicevo: “Ma come, perché?” “Sì perché aveva avuto una relazione sessuale ed era stato in analisi”. Sì ma un momento, questa è una cosa che è avvvenuta non so quanti anni fa, i due sono sposati, hanno diversi figli, stanno molto bene assieme, penso che dovrebbero essere la moglie e i figli in questo caso a dire se c’è stato abuso oppure se c’è stato un farsi intima e personale di una relazione che un tempo era professionale. Dunque siamo a una zona grigia nel distinguo tra queste situazioni.

Alla fine parla di ‘stil novo’ e dice che è il modello di una dinamica perfetta.
Sì perché il problema è sempre quello del cosiddetto transfert, cioè quel rapporto di intensa fiducia che si crea tra analista e paziente, e anche il controtransfert, cioè il dialogo e l’apertura che l’analista può avere nei confronti di certi pazienti particolarmente intelligenti e particolarmenti confacenti alla mentalità e all’interesse analitico; e quindi la tendenza, dato un grado di intimità quasi senza pari – o addirittura senza pari – a trasformare la relazione in una relazione intima anche in senso più letterale. Quando dibattiamo il fatto che non è l’inevitabile e unico punto di sbocco questa intimità anche fisica; quando si è constatata questa consonanza ideale così forte possiamo prendere a modello, ad esempio, il fatto che Beatrice è stata sicuramente la persona più importante nella vita di Dante, che l’esistenza spesso di Beatrice, e la passione di Dante per Beatrice ci ha regalato uno dei capolavori della letteratura di tutti i tempi; e al tempo stesso Dante non ha mai pensato che questo dovesse necessariamente, per diventare una passione perfetta, letteralizzarsi e trasformarsi anche in rapporto fisico. La varietà umana è infinita.

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“Più che da una presenza di cattive intenzioni, il male psicologico nasce da una assenza di consapevolezza. In analisi, paziente e terapeuta si trovano necessariamente nella zona grigia tra bene e male. Non vi sfuggirono i fondatori della psicoanalisi, come ricordano i casi di Anna O. e Sabine Spielrein: la sensazionale guarigione di quest’ultima sarebbe avvenuta senza le vistose inosservanze di ciò che oggi si considera limite professionale? I moderni manuali di «”tica psicoterapeutica” contengono norme molto più estese, ma ogni approfondimento sembra aprire nuove zone grigie. Le regole troppo specializzate possono perdere il legame con l’etica generale. Si ripropone così l’imperativo di Kant: nel rapporto analitico, l’altro è un fine o un mezzo?” (Aldilà delle intenzioni. Etica e analisi, Bollati Boringhieri, 2010)

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