Vivere è tutti i giorni cominciare

Il bello del Festivaletteratura di Mantova – in corso in questi giorni, più rigoglioso che mai nonostante la crisi economica – è che sono possibili molti itinerari, divagazioni e declinazioni di interessi e gusti. Càpita allora di imbattersi in una poesia sconosciuta ai non specialisti, quella di Daria Menicanti, contemporanea alla più famosa, anche per il tragico epilogo della sua esistenza, Antonia Pozzi. Matteo M. Vecchio ha curato una sua antologia poetica in uscita, La vita è un dito (Ladolfi Editori, 2011).

Intervista a Matteo M. Vecchio (di Cristina Bolzani)

Lei ha scritto anche un saggio su Antonia Pozzi. In Italia è più nota – anzi ultimamente riscoperta –, mentre Daria Menicanti è praticamente sconosciuta. Come mai?
Certamente la figura e l’opera di Daria Menicanti – che è stata anche una eccellente traduttrice – hanno goduto non di minor favore critico, quanto di minore visibilità mediatica, alla luce anche e soprattutto del velo di riserbo e di discrezione con cui Daria ha avvolto la propria poesia.

Anche rispetto al contesto della cultura milanese, Daria è stata presenza per sua scelta appartata, isolata, benché da molti intellettuali di grande prestigio (tra cui l’amico e compagno di studi universitari Vittorio Sereni, definito «civilissimo amico») sia stata ritenuta una figura importante della coeva poesia italiana. Il fatto che sia stata inclusa nell’importante antologia Donne in poesia, uscita per cura di Biancamaria Frabotta nel 1976, è esplicativo della effettiva stima di cui l’opera di Daria ha goduto.

Rispetto alla Pozzi, certo, a livello soprattutto di esiti esistenziali, la Menicanti risulta un poco in ombra, benché la sua poesia, qualitativamente, non sia quella di una poetessa che, per utilizzare una categoria crociana, potremmo definire «minore», anzi. In questo senso andrebbe riscoperta anche Piera Badoni, coetanea della Menicanti e della Pozzi e poetessa appartatissima apprezzata da Eugenio Montale, Giancarlo Vigorelli, Carlo Bo.

Al più spiccato interesse dei lettori nei confronti di Antonia Pozzi cooperano poi alcuni fattori, in parte estranei all’effettività dell’opera: di certo la morte volontaria, le difficoltà incontrate nella propria parabola esistenziale, gli amori contrastati, la maternità soltanto sognata, immaginaria. Si tratta di elementi che favoriscono, in qualche modo, una sorta di immedesimazione da parte dei lettori, una lettura empatica e sublimatoria. Questa dinamica, in sé legittima, risulta però illegittima nel momento in cui, all’opera, tento un approccio criticamente curvato. Non credo infatti nella pregnanza di letture «empatiche». Io penso sia doveroso, a livello critico, un approccio analitico vòlto a indagare autopticamente un autore. Il primo approccio a un autore può e in un certo senso deve essere emotivamente connotato; tuttavia, se voglio veder chiaro nell’opera, devo pulire il mio sguardo, devo oggettivare il mio stesso pathos d’approccio; devo accostarmi a lui con la lucidità chirurgica con la quale un medico legale pratica un’autopsia. L’immagine, me ne scuso, è tetra; tuttavia identifica una modalità di analisi eticamente, deontologicamente doverosa. Se amo Antonia Pozzi (e la amo profondamente), intendo esprimerle il mio rispetto facendo emergere, attraverso il mio lavoro critico, nei limiti delle possibilità, il suo volto vero, senza maschere, senza incongrue proiezioni del mio io su di lei.

La quotidianità – la ferialità, direi – della vita di Daria Menicanti, che emerge nelle sue poesie, per quanto ferialità pregna di esperienze intellettualmente sollecitanti (incontri, amicizie), resta sempre tale, nonostante sia talvolta straordinariamente lacerata dalla «festante, fragorosa | […] banda di rime, | di assonanze» (Bίος ποιητικός), l’irruzione della poesia nella vita. Direi che la severa ferialità della vita di Daria poco conceda a desideri immedesimativi di un potenziale nòvero di lettori, che invece, a volte in modo abbastanza dandystico e volgarizzante, si accosta all’opera della Pozzi senza, in verità, andare a fondo. Forse (e questa è, da parte mia, una provocazione) la visibilità della Pozzi (ma anche di Guido Morselli, o di Cesare Pavese) alla luce della sua morte volontaria ha compromesso, per certi aspetti, una serena percezione della verità dell’opera.

«Il dubbio è la fonte di tutte le ricchezze, io sono un’assoluta seguace del dubbio», dice Daria Menicanti. Che tipo di dubbio ha praticato?
Consideri la formazione laica (ma non dogmaticamente laicista) che la Menicanti (e la Pozzi, con qualche differenza) riceve presso l’Università di Milano. Pensi alla centralità della lezione fenomenologogica di Antonio Banfi. Il ricorso al dubbio, in sede creativa, è in effetti esito di quella, straordinaria, lezione. La realtà, perché si renda perspicua, va interrogata, auscultata, analizzata, e da molteplici angolature. Dunque, la verità della realtà va compresa attraverso uno sguardo che si potrebbe definire multifocale; non esiste una verità assoluta. Il dubbio è, così, lo strumento di analisi del reale. Dubbio metodico, che si innesta nell’oscillazione tensiva tra io e mondo; dubbio come privilegiata modalità di approccio (etico, ancor prima che analitico) alla realtà.

Lei scrive che in Daria Menicanti, come nella contemporanea Antonia Pozzi, si configura un continuum tra arte e vita. In che senso?
Bisogna ancora una volta attingere alla lezione di Banfi. Banfi, rispetto per esempio alla lezione del Tonio Kroeger di Thomas Mann, non auspicava una lacerazione tra arte e vita, bensì una circolarità, reciprocamente fertile, tra arte e vita, in polemica netta rispetto all’estetica idealista. Interviene, in questa circolarità, anche un aspetto etico, che io ravviso: l’arte e la vita devono riflettersi in una sintesi per così dire etica. Un monito etico all’arte (poesia compresa) a non falsificare la realtà, a restituirne (citando Banfi) l’«immediatezza oggettiva».

Di Antonia Pozzi scrive la Menicanti: «Non eravamo molto amiche, eppure avevamo tutti i numeri per esserlo: scrivevamo poesie entrambe, poesia che si assomigliava, poesia fresca non ermetica; mi sono sempre chiesta come mai eravamo distanti». Secondo lei come mai erano distanti? Quali similitudini ci sono tra le due autrici?
Comune è il ceppo formativo banfiano, comune peraltro a Vittorio Sereni, Piera Badoni, Nella Berther, Mary Bertin Orgnieri, altri poeti e poetesse che, secondo differenti modalità interpersonali, hanno gravitato attorno a Banfi. Daria Menicanti, peraltro, rispetto ad Antonia Pozzi, si immatricola nel 1932, dopo che, a Milano, Piero Martinetti e Giuseppe Antonio Borgese avevano preferito, con differenti dinamiche, lasciare l’insegnamento per non sottomettersi all’infame giuramento di fedeltà che il fascismo impose nel 1931 ai docenti universitari. Dunque la Menicanti, rispetto alla Pozzi, immatricolatasi nel 1930, ha, pur nella centralità del magistero banfiano, altri docenti, come Adelchi Baratono; la Pozzi ha fatto in tempo a seguire i corsi di Martinetti e di Borgese. Non è, questa, una differenza esile. La loro distanza si gioca essenzialmente, tuttavia, a livello caratteriale. La Menicanti è stata ben inserita fin da subito nell’àmbito degli allievi di Banfi, alla luce anche di quanto detto sopra. La Pozzi ne è stata, caratterialmente, in margine. A leggere, inoltre, alcune poesie della Menicanti risalenti al 1935 che saranno presto pubblicate, ci si accorge della distanza ideologica e creativa tra lei e la Pozzi. Nella Menicanti degli anni universitari sono vistosissimi gli influssi della coeva esperienza ermetica, in seguito dichiaratamente ripudiata; nella Pozzi gli influssi vi sono, ma ben più mitigati, modulati, esigui, che non incidono peraltro il sostrato ideologico sotteso all’opera. Anche a livello qualitativo, la precocità della Pozzi non è appartenuta alla Menicanti. Eppure, le loro rispettive opere costituiscono due diverse (anzi, diversissime) declinazioni della lezione teoretica di Banfi, nella misura in cui la poesia di entrambe si volge a una indagine fenomenologica del reale, evitando – ideologicamente – derive virtuosistiche, ermetiche: nella Pozzi, già negli anni Trenta, pur tenendo presente quanto detto sopra; nella Menicanti, nella produzione successiva, poi effettivamente edita. Ed è importante notare che, nel 1937, Daria sposa Giulio Preti, uno dei grandi filosofi del secondo Novecento europeo, dal quale si separa nel 1951, pur restando, al marito, legatissima. La rigorosissima lezione filosofica di quest’ultimo (Daria lo dice espressamente) è stata, per lei, a livello esistenziale, decisiva, strutturale. Un legame che sto, lentamente, approfondendo, e che in ogni caso emerge chiarissimo dall’opera poetica di Daria. Le cito, a titolo d’esempio, Epigramma per un filosofo, poesia del 1965 che Daria dedica a Giulio.

Mai ti perdoneranno il tuo non fare
comunella con gli altri, il tuo non essergli
uguale.
E questo soprattutto: amare
più che gli uomini la verità.

Non le pare, oltre che una strepitosa e tenace dichiarazione di affetto, una poesia di straordinaria attualità…?

La geografia lirica della Menicanti si dispiega a Milano. Quale città esce da questa sua trasfigurazione?
Una città motile. Una città limbale, di soglia, in cui campagna e città non sono più osmotiche, come nel primo Sereni e nella Pozzi, ma si scontrano. La città, per intenderci, di Rocco e i suoi fratelli. Una città dura, alienata, dove tuttavia «il tronco ficcato sul cuore | della città» «è ancora capace di infanzia» (È ancora capace di infanzia). Una città forse più disperata della Milano della Pozzi, della Milano proletaria e tuttavia tenace le cui periferie conservano una forza di identità che, invece, la Milano sfilacciata della Menicanti non ha più, svenduta come è al Boom economico. Una Milano di cui la poesia di Daria prende atto, nella quale è tuttavia ancora possibile – come la sua stessa poesia conferma – la vita della parola.

«A mano a mano quale ero ritorno:
una che va vestita come càpita,
contenta del poco, di rari
amici scontrosi,
una dìspari
felice di bere alla brocca
della sua solitudine.»

Quale era l’indole, secondo lei, di Daria Menicanti? Come potremmo descrivere la sua cifra poetica?
Daria è stata una persona ironica (il dubbio non è, forse, ironico?) e rigorosissima, intellettualmente ed eticamente: altro lascito, se vogliamo, oltre che della laica educazione antifascista ricevuta in famiglia, della frequentazione di Banfi. È stata, l’abbiamo detto, una donna e una poetessa schiva, riservata, che è giunta a distruggere il carteggio intrattenuto con Giulio per preservare da occhi indiscreti la loro vicenda di affetto e di affiatamento intellettuale. La sua poesia risente potentemente e dell’ironia e del rigore etico. Direi che in sede creativa, ironia e rigore si fondano in una sintesi di straordinario livello.

«Dopo tanto odio ti ricordo infine
con animo fraterno
e ti perdono
il bene che mi hai fatto.»

Come commenta questi versi ossimorici?
Li accosto, nella loro spigolosità, a certa sintassi musicale del Novecento: pensi a Benjamin Britten (per il quale l’interazione tra parola e musica è fondamentale), ma anche, che so, a certe pagine di Béla Bartók. Sono parole pratiche, hanno cioè uno scopo ricostruttivo. Sono forse esito, a livello di sostrato ideologico, della sintesi, non sempre irenica, tra ironia (e dunque dubbio) e rigore. Questa poesia, come l’epigramma citato prima, è dedicata a Giulio. Io leggo gli ultimi due splendidi versi, isolati dai precedenti da una «e» che di fatto lacera in due la poesia, come un improvviso squarcio di cielo azzurrissimo e travolto dalla luce del sole attraverso una cortina di nubi grigie. In questi versi finali c’è una apertura, una freschezza, una disponibilità, un amore vertiginosi. A parte la resa tecnica, impeccabile, consideri il respiro riappacificato, risolutivo, di queste parole – se è vero che la bellezza (per me, le parole) possono (e in un certo senso devono) cambiare il mondo.

Una domanda rivolta a lei. Da dove nasce questo suo interesse così spiccato per la poesia femminile?
Nasce da molteplici motivi. Le donne, rispetto agli uomini, hanno una radicalità che gli uomini forse non hanno. Non mi riferisco soltanto alle autrici (poetesse e pensatrici) di cui mi sono occupato, Etty Hillesum, Simone Weil, Edith Stein, Antonia Pozzi, Cristina Campo, Teresa di Lisieux… Penso anche, per esempio, a certe figure femminili che emergono dai documentari di Cecilia Mangini. Questa radicalità mi colpisce in modo particolare, e costituisce per me un àmbito di ricerca fertilissimo di spunti maturativi: umani ancor prima che intellettuali.

Vivere è non sapere le ragioni.
Dopo un silenzio da contarsi a mesi
o anni, questa sera
ho una cena ridente affollata.
Al vino amaro si riscalda, a belle
donne, alle rose alte la cena.
Seduta accanto a lui, commensale adulato,
mi sento al sole. Affilo le mie spade
per la prima apertura di guardia.
Vivere è tutti i giorni cominciare.

(da Poesie per un passante)

Daria Menicanti Nata a Piacenza nel 1914, Daria Menicanti si trasferisce a Milano dove si laurea con Antonio Banfi, con una tesi dedicata a John Keats. L’impronta dell’innovativa cultura dalla cifra europea ricevuta negli anni Trenta presso l’Università di Milano emerge dalla poliedrica attività della Menicanti: è poetessa secondo modi inclini alla riflessione filosofica (tra le sue raccolte ricordiamo Città come; Poesie per un passante; Ultimo quarto); traduttrice, rivolge la propria attenzione verso le contemporanee letterature straniere. A connotare la sua scrittura e a distanziarla da altre esperienze coeve è la lucidità, che si rivela anche a livello tecnico. Poesia che, pur apparentemente distante rispetto alla temperie storica e politica, intende dare ascolto a tutta la realtà, animali e piante compresi. (dal sito http://www.festivaletteratura.it/)

Matteo Mario Vecchio Nato ventinove anni fa, è dottore di ricerca in Italianistica presso l’Università di Firenze, Université Paris-Sorbonne (Paris IV) e Universität Bonn. Ha collaborato con «Fronesis», «Italian Poetry Review», «l’immaginazione», «Materiali di Estetica», «Otto/Novecento», «Paragone Letteratura», «Poesia», «Rivista di storia della filosofia», «Studi Italiani». Del volume Antonia Pozzi, Diari e altri scritti (Milano, Viennepierre, 2008) ha curato la nota biografica, l’apparato critico e la postfazione; per sua cura è l’edizione critica della tesi di laurea di Antonia Pozzi, in preparazione presso Ananke, Torino; per Giuliano Ladolfi Editore ha curato nel 2011 La vita è un dito, antologia poetica di Daria Menicanti. Ha organizzato, nel maggio 2010, una giornata di studio su Antonia Pozzi tenutasi presso la Biblioteca Civica di Varallo, in Valsesia; nel giugno 2011 ha curato, presso Villa Baumgartner, a Brezzo di Bedero, sul Lago Maggiore, un convegno italo-svizzero dedicato alle poetesse e ai poeti (Vittorio Sereni, Antonia Pozzi, Daria Menicanti, Mary Bertin Orgnieri, Nella Berther, Piera Badoni) legati al magistero milanese di Antonio Banfi, i cui atti sono in preparazione presso Ladolfi Editore. Ha collaborato, in qualità di conferenziere, con l’Istituto di Studi Filosofici Antonio Banfi di Reggio Emilia, il Festival della Letteratura di Mantova, il festival Librialsole, l’Università degli Studi di Milano. Collabora inoltre con il progetto enciclopediadelledonne.it.

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