Diari di viaggio

E’ davvero un periodo ricco per chi ama Virginia Woolf. Dopo l’uscita dei saggi a cura di Liliana Rampello, e della biografia Virginia Woolf, mia zia scritta dal nipote della scrittrice, Quentin Bell, esce ora da Mattioli 1885 questa raccolta dei diari di viaggi inediti, scritti durante il grand tour della Woolf in Italia, Grecia e Turchia – poco prima di pubblicare il primo romanzo – insieme ai fratelli Thoby e Adrian, e alla alla sorella Vanessa con il marito Clive Bell.

Dai Diari si ricavano delle notizie sulla vita della scrittrice, che a quel tempo aveva 24 anni ed aveva cominciato da poco a pubblicare come critico letterario. Ma l’aspetto più interessante è come la Woolf si muove in queste schegge di scrittura, le domande che si pone, sono le basi di una poetica che affiorano qua e là. Per esempio, sono interessanti le note sulla descrizione, come fanno notare le curatrici, Francesca Cosi e Alessandra Repossi.

“Woolf cerca di trasformare le impressioni visive del viaggio in immagini verbali in grado di evocare sensazioni, amplificando punti di vista che vadano al di là dll’oggetto contemplato e lo mostrino in modo insolito, come di sbieco”.

Su questo le parole di Virginia sono precise: “Esistono molti modi di scrivere diari come questo. Comincio a diffidare delle descrizioni, e anche di quegli adattamenti spiritosi che trasformano l’avventura di un giorno in narrazione; mi piacerebbe scrivere non soltanto con l’occhio, ma con la mente; e scoprire la realtà delle cose al di là delle apparenze”. (p. 67)

C’è la tendenza programmatica a evitare la descrizione tradizionale. “C’è così tanto da cogliere ad Atene che non occorre tentarne alcuna descrizione. Camminando placidamente, dando un’occhiata qua e là con comodo, lentamente si compone un quadro compatto. Non cercherò di riprodurlo qui per intero; ma come una libera donna inglese affronterò senza fretta le avventure quotidiane, significative o irrilevanti che siano”. (p. 17) Proprio sulla Grecia la Woolf ha molte aspettative, immersa com’è nelle opere dei classici. Ma questo non le impedisce, una volta lì, di avere dei momenti di nostalgia:

“E’ un po’ strano come la nostalgia aumenti e che cosa desideri; si nutre di nomi, e la semplice parola Devon diventa più bella di una poesia; da un’umida strada londinese, trae immagini migliori di qualunque visione della Grecia, con la luce dei lampioni deformata sul marciapiede. E sei righe di descrizione – Era una notte d’inverno e le stelle si levavano sopra i campi spogli – susciteranno lacrime, lo giuro”. (p. 48)

Nel suo passaggio in Italia, raggiunta nel 1908 (Grecia e Turchia nel 1906) Virginia vede Milano – “non c’è molto da dire di MIlano, a parte il fatto che ha rappresentato il nostro ingresso nella vita italiana” (p.67) -, Siena, Perugia, Assisi, e infine, nel 1909, Firenze. Dove ancora, all’inizio, troviamo una presa di distanza sulla descrizione.

“La scrittura descrittiva è pericolosa e tentatrice. Produrre qualcosa è facile, richiede poca energia mentale. Si coglie un aspetto generale, ad esempio dell’acqua o del colore, e lo si annota. Quest’unica caratteristica definisce il tono del pezzo. Di fatto, probabilmente l’argomento è alquanto indefinibile, e non è assoggettabile a un trattamento impressionista più di quanto lo sia il carattere di una persona. Ciò che registriamo è in realtà lo stato della nostra mente”. (p. 85)

In questa veloce nota c’è in nuce la grandezza dello stile woolfiano, capace di fondere in un flusso incantatore il dettaglio esteriore e le fluttuazioni della coscienza. (Cristina Bolzani)

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