Mr Gwyn

Mr Gwyn è uno scrittore che, a 43 anni e dopo aver raggiunto una discreta fama letteraria, annuncia in una lista di 52 cose da non fare mai più, recapitata personalmente al Guardian, la sua volontà di smettere di scrivere. Segue un periodo in cui sembra riassaporare una vita lontana e dimenticata, come chi si libera da un pesante fardello.

All’ebbrezza si sostituisce il disagio, “gli manca il gesto dello scrivere”, “la quotidiana cura con cui mettere in ordine pensieri nella forma rettilinea di una frase”. La sua volontà inizia a vacillare e inizia la ricerca di un mestiere alternativo che si traduce nel fare qualsiasi cosa pur di scrivere. Avrebbe potuto fare il copista, per esempio. “Un mestiere pulito”, secondo la signora con il foulard impermeabile, incontrata una sola volta e che diventerà, da morta, un alter ego di Jasper Gwyn, nonchè sua prima sostenitrice.

Prova a “scrivere mentalmente”, poi a “vivere lentamente”, ma tutto lo riporta “a quel mettere in ordine pensieri nella forma rettilinea di una frase”. Prima è un improvviso svanire, poi “evanescenza” fino a “un vuoto incurabile” in un climax ossessivo che rischia di condurlo alla follia. In una galleria d’arte trova, “vede” la soluzione in un quadro: scriverà ritratti.

Cerca un luogo adatto, una musica giusta, la luce perfetta. E sfilano così l’agente immobiliare John Septimius Hill, il musicista David Barber con i cani con nomi di pianisti, l’artigiano di Camden Town e le sue diciotto lampadine modello “Caterina de’ Medici” destinate a spegnersi “senza agonizzare in inutili lampi e silenziosamente” in circa 32 giorni e “ad una ad una”. La stagista del suo agente, nonchè unico suo amico, il buon Tom Bruce Shepperd, sarà la prima modella: Rebecca, che diventa Rebecca quando smette di essere la “ragazza grassa” e si mette a nudo per 32 giorni per quattro ore al giorno come davanti a un pittore. Sarà lei che prenderà in mano il racconto quando tutto precipita e Mr Gwyn scompare, così senza un perché.

Per la copertina del suo ottavo romanzo, Baricco ha scelto il calligramma delle prime pagine di Bartleby lo scrivano, che oppone un gentile “I would prefer not”, “preferisco di no” a qualsiasi richiesta del suo datore di lavoro e si lascia schiacciare da un’inedia inspiegabile che lo porterà alla morte. Come nel libro di Melville, anche in Mr Gwyn non importano le ragioni del rifiuto di scrivere, la storia è tutta al presente. Qui l’inedia è sostituita dalla lentezza, da una certa meticolosità del vivere che inizialmente pone Mr Gwyn al di sopra degli altri, e dopo lo trasforma in un “artigiano” della parola.

Tra i libri che Mr Gwyn cita c’è un romanzo di Roberto Bolaño che a suo dire ha cambiato il mondo. Scrive Bolaño in 2666, La parte degli Arcimboldi: “La lettura è piacere e gioia di essere vivo o tristezza di essere vivo e soprattutto è conoscenza e domande. La scrittura, invece, di solito è vuoto. Nelle viscere dell’uomo che scrive non c’è nulla”. E’ da questo vuoto che tenta di sfuggire Mr Gwyn, ma è lo stesso vuoto in cui precipita quando smette di scrivere. Decide di fare il copista, come Bartleby, ma non “scriverà più”, piuttosto “riporterà a casa” persone, componendo i loro ritratti in forma di parole.

Tutti gli altri personaggi ruotano intorno a lui e in un certo senso lo raccontano e lo completano, sono un po’ Mr Gwyn. L’agente Tom Shepperd è il suo passato che solo in fin di vita si riconcilia con la sua nuova vita. La signora con il foulard impermeabile è sola come lui: passa i pomeriggi in un ambulatorio perché è un “posto caldo” e perché “le piace guardare la faccia della gente che deve fare l’esame del sangue”. Diventerà il suo antidoto alla solitudine, dispensatrice di consigli. L’agente immobiliare è il metodico che non annota niente e impila informazioni nella mente “come se fossero lenzuola stirate”. David Barber compone musica in modo non tradizionale, come Gwyn intende fare con la scrittura, usa suoni e rumori e crea per lui un fondale sonoro come di “un divenire che sospende il tempo”.

E infine il vecchietto di Camden Town e le sue lampadine dalla luce “infantile”, frutto di un lavoro artigianale e preciso, competente e arcaico come quello di chi svolge un “mestiere”. Il “maestro” di Camden Town è una presenza fissa tramite le sue lampadine che illuminano il set dove sfilano i modelli da ritrarre e che prima o poi sono destinate a spegnersi e a essere sostituite. Come i ricordi, come le persone.

Il ritmo del racconto, lento, cadenzato come il protagonista nella prima parte, accelera al termine del primo ritratto, come un respiro di sollievo che infonde nuova sicurezza e scorre veloce quando il punto di vista si sposta su Rebecca. Starà a lei spiegare al lettore che “non siamo personaggi, siamo storie”, “pagine di un libro che nessuno ha mai scritto e che cerchiamo invano negli scaffali della nostra mente” e che questo faceva appunto Mr Gwyn. Scriveva quel libro, scriveva di noi. ( mt)

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Alessandro Baricco – Feltrinelli

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