Rebus Arbus

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Diane Arbus- Parigi, Jeu de Paume (fino al 5 febbraio 2012)

Diane Arbus – biografia

A Parigi in questi giorni si può (ancora) vedere una mostra dedicata a lei. La Arbus esordì come fotografa di moda. Passò dalle forme estetizzate del glamour all’estetica della dissonanza, dello scatto empatico con il ‘fenomeno’ umano che aveva davanti. Oggi il brand Arbus è espressione del freak classico. Ma se le sue fotografie sono indimenticabili nella loro immediata riconoscibilità e ora conclamata validità mercantile, non è certo solo perché il brand,rinforzato oltretutto nella sua potenza fascinatoria dal suicidio dell’artista, funziona. C’è una forza che crediamo inesauribile in immagini che portano l’o-sceno al centro della scena, che rispettano il diverso, l’Altro nella sua accezione più eccezionale, il debole, l’ambiguo. Nei suoi gemelli, giganti, nani, travestiti c’è il mistero di un’identità irriducibile a ciò che appare. E anche in certi autoritratti la fotografa oggetto del proprio obiettivo interpreta il mistero del doppio, del perturbante. Del resto lei stessa viveva una realtà scissa, sospesa tra il milieu sociale della sua ricca famiglia ebrea  newyorchese e le sue aspirazioni ad andare oltre l’apparenza per sondare profondità e malesseri degli ‘emarginati’. Scrisse Diane Arbus: «Il nostro aspetto esteriore è un segnale al mondo perché ci pensi in una certa maniera, ma c’è una differenza fra cio che vorresti che il mondo sapesse di te e e ciò che non puoi fare a meno che il mondo sappia. E questo è quello che io definisco il gap fra intenzione e risultato.» «La maggior parte della gente vive con la paura di avere prima o poi un’esperienza traumatica. I freaks sono nati con il trauma. Hanno già passato il loro esame. Sono degli aristocratici.»

Il mito Arbus sembra alimentare opere più o meno pittoresche. Nella sua biografia non autorizzata Patricia Bosworth aveva raccontato la vita di Diane Arbus e co-prodotto il film Fur, con una stralunata Nicole Kidman nel ruolo della protagonista.

Ed è uscita da poco una psico-biografia che della fotografa ha l’ambizione di ricostruire la vita interiore, pur partendo dal presupposto che Arbus resta un mistero: Emergency in slow motion – The inner life of Diane Arbus (l’inizio del libro). L’autore, William Todd Schultz, non vuole dare altre informazioni biografiche ma piuttosto una loro interpretazione. Si afferma per esempio che la Arbus soffriva di un disordine dell’attaccamento, che le sue fotografie erano tentativi patologici per indurre le persone a entrare in relazione con lei. Il saggio non si cura delle fotografie – si sofferma invece sulla poesia di Sylvia Plath – ma le interpreta come se fossero state una sorta di ‘acceleratore’ del suicidio della Arbus.

(foto: Diane Arbus Double Self-Portrait With Infant Daughter, Doon, 1945)

 

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