Pollock calligrafo

Jackson Pollock, o il movimento dell’action painting. In questi giorni ricorre il suo nome – per il centenario della sua nascita, il 28 gennaio 1912 a Cody. Alla base del nuovo modo di dipingere c’è il drip painting: il colore viene fatto sgocciolare, lanciato sulle tele; l’opera include un atto fisico, istintivo,  primordiale, l’artista  è ‘parte’ del dipinto. Dai nativi americani,Jackson Pollock imparò il pouring:  sabbie colorate versate su di una superficie piatta avvicinabile da ogni lato. Il primitivista Pollock ricavava le immagini dall’inconscio,  seguiva temi universali.

Tra le influenze su Pollock c’è n’è una, ipotizzata, molto suggestiva, quella della calligrafia cinese. Quello che mi colpisce – fa osservare Daniele Barbieri, autore di un interessante articolo sull’argomento – è che mentre in Occidente questo modo di procedere appare  come una novità del XX secolo, in Cina è invece una procedura antica e tradizionale, oggetto di innumerevoli aneddoti (come la storiella del pittore, dell’imperatore e del granchio riportata da Calvino nella sezione “Rapidità” delle sue Lezioni Americane).

L’autore avvicina la tecnica di Pollock allo stile corsivo Kuang Cao (o corsivo selvaggio) di Huai Su e Zhang Xu, vissuti nell’ottavo secolo.

La novità di Pollock in Occidente non sta tanto nella priorità data alla fluidità e continuità del gesto, quanto nel fatto che l’opera, il dipinto, propone di essere visto più come un indizio della danza creativa che l’autore ha effettuato nel comporlo, che non come una composizione plastica. Naturalmente non è che la composizione nei suoi dipinti sia irrilevante, così come non era irrilevante, per la pittura occidentale prima di Pollock, la natura indiziale dei tratti di colore per ricostruire la manualità del pittore. Quello che cambia, con Pollock, è il maggiore o minore rilievo da attribuirsi all’una o all’altra: quando guardiamo un dipinto, poniamo, di Kandinsky, è certamente molto più importante comprenderne la composizione, che non analizzare le pennellate per vedere come l’autore si sia mosso nel realizzarla. In Pollock succede invece il contrario, e nel corsivo selvaggio dei calligrafi cinesi pure. (grassetto mio)

Ciò che Pollock e i calligrafi cinesi – continua Daniele Barbieri – hanno in comune è  dunque proprio una certa riduzione dell’optocentrismo, a vantaggio di una valutazione del segno grafico che ha aspetti di tipo musicale, poiché mette (tendenzialmente) in sintonia il gesto del fruitore (che segue l’andamento) col gesto dell’autore (che lo ha creato).


(Huai Su 725-dopo il 777)

(Zhang Xu, VIII secolo)

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