Antonia Pozzi fotografa

Gli amori difficili, il suicidio da giovane. E quelle poesie che lei definisce asciutte e dure come sassi o vestite di veli bianchi strappati. E’ questa la sostanza del suo ‘mito’, di quel mistero e di quella devozione  attorno alla sua figura. Nel centenario della nascita di Antonia Pozzi, il Teatro Franco Parenti di Milano la ricorda esponendo alcune foto scattate da lei. Un altro tassello del suo mondo perduto.

La vita sognata

Chi mi parla non sa
che io ho vissuto un’altra vita –
come chi dica
una fiaba
o una parabola santa.

Perchè tu eri
la purità mia,
tu cui un’onda bianca
di tristezza cadeva sul volto
se ti chiamavo con labbra impure,
tu cui lacrime dolci
correvano nel profondo degli occhi
se guardavano in alto –
e così ti parevo più bella.

 

O velo 

tu – della mia giovinezza,
mia veste chiara,
verità svanita – o nodo
lucente – di tutta una vita
che fu sognata – forse –

oh, per averti sognata,
mia vita cara,
benedico i giorni che restano –
il ramo morto di tutti i giorni che restano,
che servono
per piangere te.

 

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«Asciutte e dure come sassi o vestite di veli bianchi strappati», come lei stessa le definisce, le parole sono semplici nomi di cose, ma nitide e assottigliate di ogni onere, se non quello della propria ombra, come il colore rotondo dà sostanza alla mela di Cézanne.

Incoronate dal silenzio, maturate nella solitudine, secondo la disciplina insegnata anche da Rilke al giovane poeta, ci rammentano come ogni parola debba lottare per conservare quel «sapore massimo» dato dal connubio tra estrema leggerezza e forte radicamento.

Sfida ogni indifferente silenzio, di fatto, la storia di questa «giovinezza che non trova scampo» o lo cerca in poesia, non per varchi o passaggi di frontiera oltre la soglia fenomenica, piuttosto in dialogo perenne con voci che provengono dalla bocca dell’ombra insistenti come richiami di Persefone.

Per l’esperienza sbrecciata, la vita si tuffa oltre la vita.
(dalla prefazione di Alessandra Cenni)

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In un’intervista Matteo M. Vecchio spiega così la ‘fortuna’ postuma della poetessa (superiore a quella della contemporanea Daria Menicanti).

Al più spiccato interesse dei lettori nei confronti di Antonia Pozzi cooperano poi alcuni fattori, in parte estranei all’effettività dell’opera: di certo la morte volontaria, le difficoltà incontrate nella propria parabola esistenziale, gli amori contrastati, la maternità soltanto sognata, immaginaria. Si tratta di elementi che favoriscono, in qualche modo, una sorta di immedesimazione da parte dei lettori, una lettura empatica e sublimatoria. Questa dinamica, in sé legittima, risulta però illegittima nel momento in cui, all’opera, tento un approccio criticamente curvato. Non credo infatti nella pregnanza di letture «empatiche». Io penso sia doveroso, a livello critico, un approccio analitico vòlto a indagare autopticamente un autore. Il primo approccio a un autore può e in un certo senso deve essere emotivamente connotato; tuttavia, se voglio veder chiaro nell’opera, devo pulire il mio sguardo, devo oggettivare il mio stesso pathos d’approccio; devo accostarmi a lui con la lucidità chirurgica con la quale un medico legale pratica un’autopsia. L’immagine, me ne scuso, è tetra; tuttavia identifica una modalità di analisi eticamente, deontologicamente doverosa. Se amo Antonia Pozzi (e la amo profondamente), intendo esprimerle il mio rispetto facendo emergere, attraverso il mio lavoro critico, nei limiti delle possibilità, il suo volto vero, senza maschere, senza incongrue proiezioni del mio io su di lei. 

(foto di Antonia Pozzi)

Antonia Pozzi

Il ‘caso’ Antonia Pozzi

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