Flush

Scrivere la vita – “life-writing”, ripete nel suo diario – è ciò che interessa a Virginia Woolf. La vita può essere allora anche quella del cocker spaniel Flush, il punto di vista il suo, e sua la versione dell’incontro della sua padrona, la poetessa Elizabeth Barrett Browning, con Robert Browning. Con seguito di gelosia di Flush, ridimensionato dal nuovo amore.

Quando Virginia Woolf ha cominciato a scrivere questa originale e audace rivistazione del genere biografico aveva appena perso un caro amico, Lytton Strachey, particolarmente famoso per le sue biografie di Eminents Victorians.

(foto sopra, Elizabeth Barrett Browning; sotto, Virginia, Leonard Woolf e il loro cane)

Proprio come in una biografia il libro si apre con l’albero genealogico di Flush. Poi il racconto della trasformazione della sua vita vittoriana, dalle umili origini,  accanto alla nuova padrona. Le due esistenze, la poetessa e lo spaniel, scorrono in parallelo. Flush è una sfida letteraria a dire l’indicibile, a cercare parole che aderiscano alle sensazioni del sensibilissimo protagonista. Si ritrova un’idea simile in Io sono un gatto di Soseki.

Uno stralcio da Flush,  Nottetempo (2012).

 

Molto lentamente, molto cautamente, fiutando spesso l’aria e aggirandosi circospetto, Flush aveva cominciato a distinguere i contorni dei mobili nella stanza. L’enorme oggetto vicino alla finestra per esem- pio poteva essere un armadio e accanto, cosí pareva, stava un comò. Al centro della stanza galleggiava quello che sembrava un tavolino rotondo, emergevano poi le forme irriconoscibili dei braccioli e di un altro tavolo. Tuttavia ogni cosa era confusa. In cima all’armadio stavano tre busti bianchi, il comò era sormontato da una libreria e la libreria era foderata di merino cremisi. Il lavamano era sovrastato da un florilegio di mensole, sulle mensole che stavano sopra il lavamano c’erano altri due busti. Niente nella stanza era quello che era e ogni cosa era qualcos’altro. Pure la tenda non era semplice mussola quanto piuttosto una tela dipinta con castelli, sentieri, boschetti e di- versi contadini a passeggio. Gli specchi distorcevano ulteriormente questi oggetti già distorti, cosí che sembrava ci fossero dieci busti di poeti invece di cinque e quattro tavoli invece di due. E all’improvviso poi la realtà s’era ulteriormente confusa. All’improvviso Flush si era accorto di un altro cane che, da un pertugio nella parete, lo puntava con occhi di fuoco e lingua penzoloni! E s’era fermato, appena prima di avvicinarsi carico di timori e meraviglia.

E cosí dunque, un passo avanti e uno indietro, Flush intuiva, come il fruscio lontano del vento tra le fronde, il mormorio borbottante delle voci. Proseguiva nelle sue ricerche con cautela e ansia, come un esploratore che si inoltri, in silenzio e a piedi, in una foresta, sem- pre in dubbio che quell’ombra non sia un leone e quella radice non sia un cobra. Infine, a ogni modo si era accorto degli oggetti enormi che gli si agitavano sopra la testa e, sfibrato com’era dalle esperienze dell’ultima ora, era andato a rifugiarsi tremolante dietro un paravento. Le voci s’erano zittite. Una porta s’era chiusa. Per un attimo aveva esitato interdetto, sfinito, poi la memoria gli era piombata addosso rapida col balzo d’una tigre ungolata. S’era sentito solo – abbandonato. Era corso alla porta e l’aveva trovata chiusa. Aveva grattato, ascoltato. Aveva avvertito un rumore di passi che scendevano, aveva riconosciuto i passi familiari della sua padrona. S’erano interrotti? Ma no, continuavano ad andare dove già stavano andando, giù. Miss Mitford era lenta, pesante e scendeva le scale con difficoltà. E mentre lei si allontanava, mentre sentiva i passi smorzarsi, il panico lo aveva colto. Ogni volta che Miss Mitford scendeva un gradino, una porta gli sbatteva sul muso. Le porte si chiudevano sulla libertà, sui campi, sulle lepri, sull’erba, sulla sua amatissima e adorata padrona – su quella cara vecchia signora che lo aveva lavato e battuto e che gli aveva allungato cibo da un piatto nel quale il cibo non era sufficiente nemmeno per lei sola –, le porte si chiudevano su tutto quello che conosceva della felicità, dell’amore e della generosità umana! Poi basta! Aveva sentito il portone sbattere. Era perduto, Miss Mitford lo aveva abbandonato.

E allora era stato sommerso da un’onda di disperazione e di angoscia, l’impossibilità di mutare il proprio destino e l’inutilità di provarci lo avevano scosso tanto che aveva sollevato la testa per guaire forte. Una voce aveva detto: “Flush”. Ma non l’aveva sentita. “Flush,” aveva chiamato la voce un’altra volta, e a quel punto si era spaventato perché pensava di essere solo. Cosí s’era voltato. C’era forse qualcosa di vivo lí con lui nella stanza? C’era qualcosa sul divano? Nella speranza feroce che quell’essere, qualsiasi cosa fosse, potesse spalancargli la porta e che lui stesso potesse lanciarsi all’inseguimento di Miss Mitford, e ritrovarla – era forse il solito nascondino a cui giocavano nella serra a Three Mile Cross? –, Flush era corso verso il divano.
“Oh, Flush!” aveva detto Miss Barrett. Per la prima volta lo guardava negli occhi. Per la prima volta, Flush vedeva la signora distesa sul divano.

Entrambi s’erano meravigliati. Pesanti bande di riccioli incorniciavano il viso di Miss Barrett, grandi occhi luminosi brillavano, una larga bocca sorrideva. Pesanti orecchie incorniciavano la testa di Flush e pure i suoi occhi erano grandi e vivaci, e teneva la bocca spalancata. Si somigliavano tanto che, mentre si osservavano, ciascuno pensava: quello sono io – e un momento dopo, sí, certo, ma che differenza! Il viso di Miss Barrett era quello di una donna inferma, dimentico d’aria, di luce e di libertà, Flush, invece, aveva il volto fresco di un cucciolo che sprizza salute ed energia. Divisi eppure fatti col medesimo stampo, era forse possibile che ognuno riempisse i vuoti dell’altro? Lei avrebbe potuto essere… ogni cosa, e Flush? Ma no. Se ne stavano divisi dal piú profondo abisso che separa un essere da un altro. Lei parlava, lui era muto. Lei era una donna, lui un cane. Cosí incredibilmente vicini e cosí immensamente distanti, si erano guardati ancora. Poi, con un balzo solo, Flush si era sistemato sul divano, nel posto che sarebbe stato suo per sempre, sulla coperta intorno ai piedi di Miss Barrett.

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Virginia Woolf in BartlebyCafé

 

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