Sul lettino del Padre

Le sedute analitiche di Sigmund Freud alla figlia hanno scatenato le critiche più dure e  forsennate dei detrattori della scuola freudiana. L’ultima voce indignata è stata quella di Michel Onfray, in un saggio che tenta di screditare in toto il padre della psicoanalisi.

Malgrado la deontologia definita dallo stesso Freud in Consigli al medico nel trattamento psicoanalitico (1912), che invita lo psicoanalista a non far stendere mai sul lettino parenti, amici o membri della propria famiglia, il padre sottopone ad analisi la figlia dall’estate del 1919 fino al 1922, poi dalla primavera del 1924 al 1929, analisi che quindi dura nove anni in ragione di cinque o sei sedute settimanali. Si legge con un sorriso un po’ triste questa affermazione della signora Freud riportata da Henri F. Ellenberger nella sua La scoperta dell’inconscio. Storia della psichiatria dinamica: «La psicoanalisi si ferma alla porta della stanza dei figli». Misuriamo quanto sotto il suo tetto avvenissero cose inconcepibili ai suoi occhi.

Non è sicuro infatti che la signora Freud sia stata tenuta al corrente del fatto che la figlia abbia passato quasi dieci anni a raccontare sul lettino del padre i suoi fantasmi sessuali, le sue angosce esistenziali, le sue preoccupazioni libidiche, i suoi timori e le sue paure, la sua vita intima, il deserto della sua sessualità, almeno l’inesistenza di altri nella sua vita sessuale, i suoi ricordi d’infanzia con… suo padre, sua madre, i fratelli e le sorelle, il suo modo di vivere, il suo desiderio di accoppiarsi con suo padre e di soppiantare sua madre, la periodicità delle sue regole provocate dalle medicine, insomma le confessioni che solitamente si fanno sul lettino. (…)


Il lavoro degli storici ci permette di conoscere una parte di ciò che è stato detto su quel lettino. Il testo che Freud pubblica nel 1919 sotto il titolo Un bambino viene picchiato, ha come sottotitolo Contributo alla conoscenza dell’origine delle perversioni sessuali (1919) e riguarda esplicitamente Anna. Quest’ultima conferma a modo suo quel che lì si trova, perché redige Fantasma di essere picchiato e fantasticherie (1922), un testo da leggere come contrappunto a quello del padre. Questo articolo era stato il testo di una conferenza tenuta alla Società psicoanalitica di Vienna il 31 maggio 1922, prima di divenire l’esercizio teorico che le valse l’ingresso nel movimento psicoanalitico.

Quel che si apprende dello stato psichico di Anna Freud è costernante. Freud disserta imbrogliando le carte: battere un bambino; essere battuto realmente o fantasmaticamente; vedere un bambino battuto quando si è bambini; desiderio di bambino che un altro bambino sia battuto; un bambino è battuto: da chi? È sempre lo stesso bambino? Chi lo batteva? Un adulto o un altro bambino? Si immagina che si trattò di altrettante variazioni sul tema proposto da Anna durante le libere associazioni. Freud non risponde a nessuna di queste domande. Peggio: se si legge bene, scrive persino: «La conoscenza teorica è ancora, per ciascuno di noi, incomparabilmente più importante del successo terapeutico» (IX, 45). In altre parole: poco importa la guarigione, purché la scienza progredisca. Trattandosi della propria figlia, ci si può stupire della crudeltà di un simile ragionamento.

Qual è infatti il suo problema? Anna fantastica su scene di fustigazione inflitte dal padre. Costruendo la sua sessualità attorno a questo desiderio sado-masochistico, essa sprofonda in pratiche masturbatorie compulsive. Ecco l’epicentro di questo articolo, annegato peraltro in un numero incredibile di considerazioni inutili che ritardano o im- pediscono la sua vera intelligenza. Distesa sul divano di suo padre, Anna racconta di masturbarsi freneticamente immaginandolo mentre le dà dei colpi. Freud conclude con la sua pietra filosofale: questo fantasma si radica… nel complesso di Edipo!

La ricostruzione è a suo modo divertente ma è piegata a una tesi preconcetta, insomma manca di realismo. Onfray si ostina infatti a voler ignorare che in quella fase di incubazione delle teorie psicoanalitiche era diffuso tra analisti l’uso di attingere alle loro conoscenze sociali per farne dei casi clinici. Questo ha permesso loro di acquisire i rudimenti del sapere terapeutico. Melanie Klein ha analizzato suo figlio Eric. Certo, i suoi rapporti con i figli non sono idilliaci, se pensiamo che la figlia Melitta la odiava,  come persona e come analista, al punto che quando ci fu la diatriba Klein-Anna Freud , lei si schierò con quest’ultima.  In una lettera da dichiarazione di guerra alla madre Melitta scrive: «Tu non ti rendi sufficientemente conto del fatto che io sono una persona molto differente da te…». Del resto questo conflittuale (ormai ‘moderno’) rapporto madre-figlia a suo modo si insinua nella elaborazione teorica di Melanie Klein, visto che, diversamente da Freud,  mette al centro la Madre e la relazione con essa. Non è certo una madre idealizzata; anzi,  Klein suggerisce il matricidio simbolico, la necessaria se pure dolorosa separazione dalla madre.

Non poteva mancare, nel Libro nero della psicoanalisi, un attacco a quella che è definita “analisi incestuosa” dalle deplorevoli conseguenze. A usare queste parole è Patrick Mahony, noto anche per aver ‘dimostrato’ nel saggio Freud e Dora  che in realtà il caso Dora non è certo un modello di riferimento, ma al contrario un esempio di rifiuto del paziente da parte del proprio dottore;  prova dell’incapacità di Freud a capire la sessualità femminile e le sue dinamiche. In realtà Freud stesso ammette il fallimento della sua analisi con Dora, dunque il caso diventerà comunque emblematico, se pure in negativo. Freud riconoscerà anche di non aver capito molto del mondo femminile.

Com’è noto –  scrive Simona Argentieri – uno dei limiti della teoria freudiana dello sviluppo psico-sessuale femminile è quello di sottolineare l’amore della bambina per il padre e la parallela gelosia per la madre senza dare altrettanto rilievo ai sentimenti ostili che la figlia può nutrire anche contro di lui. Non è strano – prosegue – che questa omissione si basi proprio sul rapporto che Sigmund aveva vissuto con le sue tre ragazze: Mathilde, Sophie e – naturalmente – Anna, che lo avevano tutte devotamente adorato. E’ stata invece una delle sue più brillanti allieve, Helen  Deutsch, a scrivere che l’amore di un padre per la figlia adolescente può indurre nella giovane una rinuncia a priori alla competizione con gli uomini, orientandola verso una subordinazione senza conflitto, prima con il genitore, poi con il marito. La conquista della propria autostima attraverso l’approvazione degli uomini può costituire in effetti una strategia ‘conveniente’, che in molti casi semplifica i problemi della crescita. Mentre, paradossalmente, un padre che rifiuta o svaluta la figlia può fornirle una spinta maggiore verso l’emancipazione che non uno che la coccola e la vezzeggia.

Così Mahony giudica la terapia padre-figlia: Freud affermò e insieme screditò se stesso come terapeuta familiare, trascinando sua figlia in una cura analitica incestuosa e impossibile. (…) Quell’analisi, aldilà dei risultati, era una chiara messa in scena edipica, recitata da ambo i lati del lettino. Una delle conseguenze fu che Anna, vittima delle sue inibizioni verso l’oggetto d’amore, si abbandonò a una vita di privazioni. Mahony non esita a definire un “Viennagate” l’aver permesso alla figlia di presentare il risultato di quell’analisi, il saggio Fantasia di percosse e sogni ad occhi aperti, per entrare nella Società Psicoanalitica, il cui comitato aveva come presidente onorario l’analista e padre della candidata, Anna Freud.

Essere Anna Freud#1 – Presa nelle maglie e nelle reti 

Essere Anna Freud#2 – Anna-Antigone, Sigmund Edipo

Essere Anna Freud#3 – Anna e Ernest

Essere Anna Freud#4 – Le madri di Annerl

Essere Anna Freud#5 – Le storie belle 

 

Cristina Bolzani – Essere Anna Freud #6
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3 Comments

  1. Il prezzo dell’analisi

    L’intervista ad Armando Verdiglione pubblicata giorni fa su Repubblica ha l’indubbio merito di riprendere alcune questioni che da sempre interessano il funzionamento della psicoanalisi e le azioni degli psicoanalisiti. Al di là della questione giudiziaria sulla quale è corretto non fare commenti, è utile alimentare un serio dibattito su un tema anch’esso importante ed emergente che va al di là del caso Verdiglione: perchè sempre più spesso accade che gli psicoanalisti siano messi sul tavolo degli imputati?

    Perchè sono sempre più soggetti all’accusa di tramutarsi in ‘guru’ in cerca di adepti da irregimentare? Non passa giorno che voce non si unisca al coro di attacchi alla disciplina di Freud e ai suoi attuali nipoti. Non tanto all’analisi tout court, quanto alla cattiva psicoanalisi, per molti due cose sovrapponibili. Oltre al j’accuse di M. Onfray ‘Crepuscolo di un ‘idolo’, ci sono i pamphlet dell’intellighenzia europea ed italiana: il feroce e sbilanciato ‘Libro nero della Psicoanalisi’, ‘Il caso Marilyn M. e altri disastri della psicoanalisi’, il godibile ‘Alice nel paese degli analisti’, per finire con l’ottimo ‘Al di là delle intenzioni’ di Luigi Zoja.

    Ma se ben guardiamo la blog sfera ( a tutti gli effetti il fronte delle voci più libere) la schiera dei detrattori e critici non è più solo formata da trinariciuti orgnicisti che negano tout court la validità dell’introspezione e non riconoscono lo statuto dell’inconscio, ma annovera tanti pazienti, o analizzanti, i quali possono solo accodarsi nelle innumerevoli discussioni sui forum per lagnare l’inefficacia del trattamento analitico, o denunciare errori pagati a caro prezzo. E non solo economico. Fino a quando, di fronte ad una critica sempre più vasta e sempre più articolata, si percorrerà la via del ‘non è vero nulla’, rimandando un serio dibattito, restando indifferenti a queste istanze? Perchè si deve attendere l’intervento della magistratura per toccare questi temi scomodi? Gli aspetti da esaminare non sono solo quelli relativi alla ‘efficacia’ dell’analisi, elemento di per sé già difficile da valutare (e oggetto di innumerevoli dibattiti scientifici), ma anche le possibili controindicazioni che possono derivare da un’analisi inefficace. Non tutti sanno preventivamente che un’analisi sbagliata può causare seri danni, e che in caso di un rapporto deleterio, non esistono istanze alle quali fare riferimento. Chi va su un lettino oggi, non ha precise garanzie di terzietà, di protezione da errori.

    Ecco il vulnus principale dell’instrumentum analitico. In campo medico, se un’operazione va male, il malato può rivolgersi all’azienda sanitaria, al tribunale dei diritti del malato, o altro ancora. Nel campo della psicoanalisi, se una cura si inceppa o deraglia, purtroppo, non esiste luogo nel quale portare le proprie rimostranze. L’unica speranza è che l’analista abbia a fondo scavato nelle sue zone opache, quelle che conducono a errori, e se ne assuma la responsabilità tenendo quel posto senza fuggire. Il miglior modo per difendere la psicoanalisi è dunque renderla trasparente esaltando in tal modo la sua eccellenza, che fortunatamente continua ad esistere nonostante gli errori. Un analista che sbaglia diagnosi, magari distratto da altre cose, o semplicemente con un lavoro su se stesso stagnante, espone il paziente a rischi talora altissimi. Il ‘controtransfert’ è quella risposta relazionale ed emotiva dell’analista verso il paziente, utile nel processo analitico fino a quando non diventa una pioggia di detriti che provengono dall’analista, il quale senza controlli, può scaricarli sul malcapitato paziente. Il paziente che, come insegna l’analista francese J.A Miller, è sempre ‘innocente’ quando entra nello studio con lettino. Chi non ricorda l’analista Moretti de ‘La stanza del figlio’, irritato perché il paziente Orlando con un ritardo ha fatto sì che lui non fosse vicino al figlio nel momento della disgrazia? Ecco, quella scarica di rabbia che gli riversa addosso in seduta, è un controtransfert incontrollato. Lacan tratta la questione del controtransfert : (..)Come è scritto da qualche parte, se si trascurasse quell’angolo dell’inconscio dell’analista, ne risulterebbero delle vere e proprie zone cieche, da cui conseguirebbero evetualmente nella pratica fatti più o meno gravi e incresciosi: misconoscimento, intervento mancato o inopportuno, o persino errore’. Cosa garantisce al paziente ch , accortosi di questo, l’analista immediatamente lasci quel posto e non arrechi danni? Nessuno. Quello che, specie oggi, è necessario ribadire, è cha la psicoanalsi è essenzialmente e primariamente il luogo della rettifica della propria esistenza, delle’ minchiate del vissuto’ e della ‘storia personale del soggetto’. Qualsiasi altra cosa entri nella stanza del lettino, rapporti di lavoro, scambi teorici, presenza mediatica, falsa il percorso e lo fa deragliare su binari del maestro-discepolo, via che conduce direttamente ad una condizione diadica fasulla che può avere effetti collaterali devastanti per l’analizzante. Il movimento psicoanalitico garantisce terzietà? Per esserlo, è necessario che chi apre le porte alla gentilezza sia, in questo caso, gentile, parafrasando al contrario la lezione di Brecht. E’ fondamentale che lo psicoanalista sia, al netto della conduzione della cura, inserito in una rete, più ampia, che possa osservare ed eventualmente correggere eventuali errori. Sia insomma ‘giudicabile’. Come evitare, come riporta Paracchini in un articolo del Corsera, che: ‘un ego fuori ordinanza, un eloquio coinvolgente che fa breccia nel pubblico femminile’ non siano nocivi per i pazienti, oppure non portino a creare ‘adepti che sembrano una setta’?. Il neo presidente della IPA Stefano Bolognini dà una indicazione preziosa, ma purtroppo inascoltata, asserendo che la sovraesposizione mediatica dello psicoanalista danneggia il paziente. Si dirà: questo problema vale per tutte le discipline del mondo psy. Vero, parzialmente. Non va dimenticato che l’analisi è un luogo particolare, una sorta di ‘no mans land’ nella città, uno spazio vuoto, una zona franca addobbata con gli affreschi della propria esistenza, che noi diamo in custodia all’analista. Si può paragonare il setting analitico ad un’officina nella quale, grazie ad un buon avvitatore, tutte le viti della macchina vengono allentate. Svitate quel tanto che basta perchè il guscio mostri la sua mobilità, e si possa giungere all’anima del motore. Una destrutturazione guidata. E’ la terra di un uomo che piange e rimemora il passato, un uomo che sogna e in quel luogo sa di poter proiettare le diapositive più intime perchè garantito dalla sicurezza. Ecco perchè gli errori possono avere effetti cosi’ gravi. Quando le viti sono allentate, i colpi accidentali vanno più in profondità, si riverberano sull’intera struttura. Le scuole psicoanalitiche hanno sviluppato gli anticorpi per saper contenere e correggere questi svarioni? Il mondo scentifico chiede alla psicoanalisi alcune cose che la disciplina di Freud e Lacan non può dare : verificabilità, standardizzazione dei dati,

    questo perchè la psicoanalisi è essenzialmente ‘uno per uno’. Ma garanzie verso il paziente quelle si. Oggi quelle devono essere fornite. “L’analista, dico, da qualche parte, deve pagare qualcosa per reggere la sua funzione. Paga in parola, paga con la sua persona. Infine bisogna che paghi con un giudizio sulla sua azione’ E’ il minimo che si possa esigere” . E’ rispettata questa massima di Lacan? La via indicata da questa massima mette al riparo da derive giudiziare, e garantisce un percoso più salutare per il paziente.

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    Maurizio Montanari

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