Proprietà privata

Campane al mattino

All’inizio erano sagome grottesche, nient’altro. Poi diventarono gocce d’acido, che solcavano la schiuma del suo sonno compatto e senza sogni. Alla fine capì che erano parole, ma non significavano nulla.
«Cramer», stava dicendo Murphy. «Andiamo, Cramer, svegliati. Andiamo, Cramer».
Con la bocca impastata dal sonno bestemmiò contro Murphy. Poi sentì l’urto del vento, di un freddo livido, quando Murphy gli tolse l’impermeabile dal viso e dal petto.
«Certo che ti piace proprio dormire, eh, ragazzo». Murphy lo guardava con quella sua aria vagamente beffarda.
Cramer era sveglio e s’inumidiva il palato. «A posto», disse. «A posto, adesso sono a posto». Contorcendosi, si tirò su a sedere contro la parete di terra della buca lentamente, come un vecchio. Le sue gambe intirizzite erano divaricate, costrette nei pantaloni incrostati di fango. Si premette le mani sugli occhi, poi sollevò l’elmetto e si grattò lo scalpo, e le radici dei capelli arruffati gli facevano male. Tutto era azzurro e grigio. Cramer si rovistò in tasca per trovare una sigaretta, imbarazzato perché aveva avuto un’altra volta difficoltà a svegliarsi. «Vai a farti una dormita, Murphy», disse. «Sono sveglio adesso».
«No, resto sveglio anch’io», replicò Murphy. «Le sei. È giorno».
Cramer avrebbe voluto rispondere: «Va bene, allora tu resta sveglio e io me ne torno a dormire». Invece lasciò che i suoi brividi si manifestassero in un verso tremante e disse: «Cristo, che freddo».
Si trovavano in Germania, nella Ruhr. Era primavera, e di pomeriggio faceva abbastanza caldo per sudare quando si camminava, ma di notte e di mattina presto faceva ancora freddo. Troppo freddo, ancora, per ripararsi con un impermeabile dentro una buca.
Fissarono il punto dove avrebbe dovuto trovarsi il nemico. Non si vedeva niente; solo una zona scura che era il campo arato e poi una chiara che era la nebbia.
«Hanno sparato un paio di colpi una mezz’oretta fa», stava dicendo Murphy. «Completamente fuori bersaglio, verso sinistra. I nostri sono andati avanti per un bel pezzo; non so perché ora hanno smesso. Tu hai continuato a dormire durante tutto quel bailamme». Poi aggiunse: «Non lo pulisci mai, quello?», e stava guardando, nella luce pallida, il fucile di Cramer. «Che cazzo, scommetto che non spara nemmeno».
Cramer disse che l’avrebbe pulito, e ci mancò poco che aggiungesse un «e datti pace, Cristo santo». Per fortuna non lo fece, perché Murphy avrebbe risposto qualcosa del tipo «sto solo cercando di aiutarti, ragazzo». E del resto Murphy aveva ragione.
«Tanto vale fare un po’ di caffè», disse Murphy, ficcandosi le mani luride nelle tasche. «Con questa nebbia il fumo non si vede».
Cramer trovò un barattolo di caffè in polvere, e tutti e due si misero a frugare nelle giberne umide per trovare tazze e borracce. Murphy scavò una piccola buca nel terreno in mezzo ai suoi scarponi e ci mise dentro la scatola di una razione k. Le diede fuoco, e i due tennero le tazze sopra la fiamma lenta e strisciante.
Di lì a poco si erano messi comodi, a mandare giù caffè e a fumare, rabbrividendo quando le lingue di luce gialla del primo sole gli carezzavano le spalle e il collo. Ormai il grigiore era scomparso; gli oggetti avevano preso colore. Gli alberi erano abbozzi a matita sulla foschia color lavanda. Murphy disse che sperava che non si dovesse sloggiare subito, e Cramer fu d’accordo con lui. In quel momento sentirono le campane: campane di una chiesa, dal suono fievole e femmineo, che tremolava col cambiare del vento. A un paio di chilometri, forse tre, alle loro spalle.
«Senti», disse piano Murphy. «Che bel suono, non ti pare?» Era proprio la parola giusta. Bello. Tondo e sudicio, il viso di Murphy adesso era rilassato. Sulle labbra aveva due linee nere parallele, che indicavano il punto in cui la bocca si serrava quando Murphy prendeva un’espressione decisa. Fra le due linee la pelle era rosea e umida; e quella parte interna delle labbra, aveva notato Cramer, era l’unico punto del viso che restava sempre pulito. A parte gli occhi.
«Io e mio fratello andavamo a suonare le campane ogni domenica, a casa», disse Murphy. «Quando eravamo piccoli, dico. Ci davano mezzo dollaro a testa. Che cazzo, a sentirle sembrano proprio le stesse».
Mentre ascoltavano, rimasero seduti a sorridersi timi- damente. Le campane di una chiesa in un mattino nebbioso erano cose che qualche volta si dimenticavano, come le tazze di porcellana fragile e le mani delle donne. Quando uno le ricordava sorrideva timidamente, più che altro perché non sapeva cos’altro fare.
«Dev’essere il paese che abbiamo attraversato ieri», disse Cramer. «Sembra curioso che suonino le campane, laggiù».
Murphy rispose che era proprio curioso, e poi accadde la cosa. Gli occhi gli si spalancarono, e quando la voce venne fuori era bassa, intensa, non sembrava nemmeno la voce di Murphy. «Pensi che sia finita la guerra ?» Qualcosa sfarfallò giù per la spina dorsale di Cramer. «Perdio, Murphy. Perdio, è possibile. È possibilissimo».
«Mi venga un colpo se non è possibile», fece Murphy, e i due si fissarono a bocca aperta, con un principio di sorriso; con la voglia di ridere e di gridare, di uscire da lì e mettersi a correre.
«Che cazzo», disse Murphy.
Cramer sentì il suono della propria voce, acuta e bal- bettante: «Forse è per questo che l’artiglieria ha smesso». Poteva essere tanto semplice? Poteva succedere così? Sarebbe arrivato un messaggio dal quartier generale? O il battaglione l’avrebbe saputo dal reggimento? Magari Francetti, il portaordini del plotone, sarebbe arrivato incespicando su questo campo arato con la notizia? Francetti, che agita le braccia tozze e strilla: «Ehi, ragazzi! Potete rientrare! È finita! È finita, ragazzi!» Una pazzia. Una pazzia. Ma perché no?
«Perdio, Murphy, lo pensi davvero?»
«Vedi se ci sono dei traccianti», disse Murphy. «Magari sparano dei traccianti».
«Eh già, è un’idea, magari sparano dei traccianti».
Non videro niente, non sentirono niente tranne la monotonia fievole e argentina delle campane. Ricordatelo. Ricordati ogni istante. Ricorda la faccia di Murphy e la buca e le borracce e la nebbia. Serba ogni cosa. Vedi se ci sono dei traccianti.
Ricorda la data. È marzo. No, aprile. Aprile 1945, ma quando di preciso? Cos’ha detto Meyers l’altro giorno? L’altroieri? Allora Meyers ti aveva detto che giorno era. Aveva detto: «Pensa un po’, oggi è Venerdì…» Cramer deglutì, poi lanciò una rapida occhiata a Murphy. «Aspetta aspetta. Ci siamo sbagliati». Vide il sorriso di Murphy afflosciarsi mentre glielo diceva. «Meyers. Ti ricordi quando Meyers ha detto che era Venerdì Santo? Oggi è Pasqua, Murph». Murphy si lasciò andare piano contro la parete della buca. «Ah già», disse. «Ah già, certo. Hai ragione». Cramer deglutì di nuovo e disse: «Probabilmente laggiù i civili crucchi stanno andando a messa».
Le labbra di Murphy si strinsero in un’unica riga nera, e rimase zitto per un po’. Poi, spegnendo la sigaretta nel terriccio, disse: «Che cazzo. È Pasqua».

(tratto da Richard Yates, Proprietà privata, minimum fax 2012, traduzione di Andreina Lombardi Bom)

Revolutionary Road – BartlebyCafé

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