I paradossi di Pierre Bayard

Dopo averci regalato il  piacevole Comment Parler des livres que l’il n’a pas lus? – Come parlare di un libro senza averlo mai letto, qui la recensione  Pierre Bayard lo ha fatto di nuovo. Questa volta è il viaggio la scintilla del provocatorio titolo Comment Parler des lieux où l’sulle n’a pas été? (Come parlare di luoghi in cui non si è stati?).

La collana che ospita i titoli di Bayard è non a caso   Paradoxe di Editions de Minuit.

Va detto che almeno in Francia il paradosso paga. Lo scorso titolo lì è diventato un bestseller a sorpresa, con oltre 80.000 copie vendute.  Nonostante la saggistica da  boutade (ma la leggerezza è solo apparente), Bayard insegna letteratura a Parigi VIII ed è uno psicoanalista praticante.

Nel suo libro precedente era spudoratamente ansioso di farci sapere tutti i libri che non aveva letto, letto in parte o dimenticato, senza pregiudicare la possibilità di parlarne con cognizione. Questa volta non gli dispiace rivelare o che ha viaggiato poco. Ma si sa che Immanuel Kant non lasciò mai la città natale di Königsberg, facendo la stessa passeggiata ogni giorno; eppure ha scritto anche di altri paesi. Bayard dedica il suo libro a questo “viaggiatore sedentario per eccellenza”. Tra gli scrittori di viaggi (immaginari) c’è Marco Polo, per esempio, che scrisse sulla Cina senza presumibilmente andarci. Bayard si chiede se è mai arrivato fino a Costantinopoli. Ma questo non svaluta i suoi scritti, perché avrà potuto attingere dai racconti di altri viaggiatori. Allo stesso modo Chateaubriand non può aver viaggiato a lungo in Nord America. Bayard cita alcune sue descrizioni incredibilmente dettagliate e vivide di Mississippi e Florida, ma pensa che siano “con tutta probabilità completamente inventate”.

Da bravo psicoanalista, Bayard persegue un comune intento dei due saggi:  una sorta di liberatoria desacralizzazione sia del libro-testo da conoscere sia del viaggio-esperienza vissuta. L’accento è invece sulla positiva forza creatrice dell’immaginario.

Questo infatti diceva Pierre Bayard a proposito del suo primo saggio: Ho cercato di togliere il senso di colpa ai non lettori, e soprattutto a quelli per cui il libro è un oggetto sacro, quelli che sono al di fuori della cultura. Ho cercato di mostrare loro come essere un vero lettore significa essere anche un creatore. Un buon lettore è colui che cerca quel qualcosa che per lui è importante, forse qualcosa che gli permetterà di cambiare la sua vita o di creare un’opera d’arte o un’opera letteraria. Vorrei dire, quindi, che per me il senso di questo libro è quello di riportare i non lettori verso i libri mostrando loro i diversi cammini che si possono intraprendere nella cultura.

 

Un posto a parte va riservato a quel suo saggio che smonta The Murder of Roger Ackroyd di Agatha Christie, famoso perché l’assassino sembrerebbe lo stesso narratore. Bayard decostruisce il romanzo, legge il ‘mistero’ in modo nuovo, e arriva a una  soluzione  più plausibile dell’originale. Come se dietro il romanzo ufficiale Agatha Christie ne avesse nascosto un altro, ben più profondo, il cui disvelamento è compito del lettore. Ancora una volta, attivo e creativo di fronte a un testo dato.

 

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