La vendetta del traduttore

«… io che sulla grande scacchiera non
sono neanche il pedone di un pedone –
un pezzo che nemmeno esiste, che nemmeno
partecipa al gioco – voglio adesso
prendere il posto della regina, forse addirittura
quello del re in persona, o magari
dell’intera scacchiera.»
Franz Kafka
Lettera a Milena Jesenka, a proposito della Lettera al padre.

«La macchina funziona a parole.»
Jean Suquet

 

1.
Dove entra in scena il traduttore

 

*

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   * Abito qui, sotto questo tratto nero. È il mio posto, la mia dimora, la mia tana. Le pareti dipinte di bianco sono coperte da sottili tratti di lettere nere, una specie di irregolare ondulazione, di cangiante carta da parati. Benvenuto, mio caro lettore, accomodati pure oltre la soglia del mio antro. Non è certo spazioso come quello del mio vicino di sopra, ma in sua assenza accolgo qui i visitatori sviati da questa inspiegabile diserzione. So bene che eri venuto a trovare lui, caro lettore, e sei cascato qui da me. Dovrai accontentarti. Io sgomito in questo angusto spazio. Impilo queste righe affinché la mia cantina non diventi una bara, la mia stiva una tomba.
   Fai come se fossi a casa tua, mettiti comodo e, se ti va, lascia pure qui fuori i salamelecchi e i convenevoli adeguati al proprietario, signore e padrone che vive e riceve al piano di sopra. Spero tu non abbia a sentirti troppo spaesato, anche se ho in serbo per te qualche sorpresa. Bada soltanto a non sbattere la testa contro il soffitto: come vedrai, l’altezza varia da un locale all’altro. Sappi inoltre che da me gli spazi sono tutti comunicanti, ma al modo di quelle stanze della servitù che talvolta si susseguono sotto il tetto degli stabili: ognuna dà sulla successiva e bisogna attraversarle tutte, per giungere all’ultima. Non che sia molto pratico, ma non c’è modo di fare altrimenti.

Di solito non ricevo nessuno qui, resto invisibile e muto, relegato sotto terra, in questo angusto spazio. Lassù, all’aria aperta, sopra questa barra, questo tombino stagno per me invalicabile, sono, sì, presente ovunque, ma in un modo che neanch’io capisco bene, sotto spoglie bizzarre, in forma ectoplasmatica, volente o nolente. Mi muovo in incognito, disincarnato fantasma docile e fedele come l’ombra al corpo, inevitabilmente la immagine dell’altro, di questo chiassoso vicino che si mostra in piena luce, dello spilungone ch’eri venuto a trovare ma che tutt’a un tratto è sparito, senza lasciare alcun indirizzo.

   Questa non è vita, è a malapena esistere. Le mie note? Comparse non meno fugaci di quelle del furetto, della talpa, della stella cadente o del raggio verde: ausiliari spiegazioni dell’esegeta paralizzato dalla fede. (La Notte del Taciturno)

 

*

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   *Mio padre, gigante dagli occhi dolci. In francese nel testo originale, come tutti i passi in corsivo seguito da asterisco.
   Compaio sempre dopo questo discreto segno tipografico a forma di stellina, l’umile asterisco. Scrivo qui a mo’ di coda di cometa nera che corre da destra a sinistra entro il margine bianco della pagina. Però ho anch’io la mia palla al piede, sono cometa non solo in negativo, ma anche al guinzaglio. Un astro domestico: lungi dal vagabondare a piacimento su e giù per il firmamento e fare di testa mia, sono invece guidato a distanza dall’asterisco superiore che chiama la nota come fa il padrone con il cane, intimandogli: «Porta!» Il bastone per traverso in bocca, lo sguardo colmo di riconoscenza e la coda fremente che batte il tempo dell’ammirazione, mi presento anch’io al cospetto del mio superiore ed esisto solo nel rapporto con lui, in rapporto a lui. Stando al suo metro, io misuro un millimetro. Ciononostante, fra un versante e l’altro della barra nera sussiste una curiosa simmetria: i due asterischi sono della stessa taglia, come se la stella del firmamento si riflettesse sul mare del mio testo. E poi, mio caro lettore, basta che tu faccia ruotare di 180 gradi il libro che al momento tieni fra le mani, per capovolgere tutto: adesso sono io che sto in alto e, raso l’orizzonte sormontato da cirri e strati d’inquinamento, mia buona stella sovrasta quella altrui, cacca di mosca a mollo in un insipido mare di latte.
   Basta.
   La citazione in francese nel testo è sbagliata. Il 18 giugno del 1850, Victor Hugo scrive in realtà ne La légende des siècles (Après la bataille): «Mio padre, quest’eroe dal sorriso così dolce.» I due errori – gigante invece di eroe e occhi invece di sorriso – si spiegano forse con un lapsus di memoria.
   Comunque sia, stando a tutte le testimonianze dei parenti, il padre dell’autore era di fatto un uomo autoritario, talvolta brutale, incline a spettacolari e improvvisi accessi di rabbia. Sin dalle prime pagine del suo romanzo, l’autore evoca la figura paterna: sicuramente non è casuale.
   Ricamo troppo? Sono troppo logorroico? (Naso di Tapiro)

 

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   * Stavolta fa scempio di Racine. Invece di esprimere il suo risentimento verso Roma, scrive (in francese nel testo americano): «L’uomo, unico oggetto del mio risentimento.»
Mi domando se una tale cantonata, questo lapsus che ci traghetta dalla romanofobia alla misantropia, da Roma all’uomo e di palo in frasca, se questa translation** violenta
non sia un richiamo alla traduzione in sé, a questo salto tarzanesco sopra un baratro insondabile in una giungla fitta. (Nicchia di Tarzan)

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** In inglese nel mio testo.

(tratto da 10righedailibri, traduzione di Elena Loewenthal)

 La vendetta del traduttore, Marsilio

 

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