Polemiche letterarie

Intervista a Gilda Policastro (di Cristina Bolzani)

Il suo libro ripercorre il significato e la funzione del ‘critico’ e l’andamento delle polemiche letterarie italiane fra la seconda metà del Novecento e oggi. Dunque si tocca il postmoderno, gli anni Novanta e la critica ‘rivitalizzata’ nei primi anni del Duemila, almeno nella vis polemica, dalla Rete e dai vari ‘lit-blog’ . Nel capitolo che si addentra nell’oggi, lei si sofferma su un saggio di Ferroni, Scritture a perdere, notando la contraddizione tra la desolazione di quella ‘perdita’ di valore nella letteratura di oggi, e il ‘troppo pieno’, cioè i tantissimi libri pubblicati – ogni anno quasi sessantamila novità editoriali –  e destinati peraltro a una visibilità breve. In che misura secondo lei questa situazione è determinata da un prevalere di logiche di mercato applicate alla ‘merce’ libro,  oppure alla mancanza di un vaglio critico che sappia dare una linea autoriale?

Lo scenario dell’editoria attuale è anzitutto molto mosso: mentre il mio libro era in bozze (tra l’altro con metodi di stampa e prassi di correzione assai tradizionali, devo dire), l’editoria digitale conosceva una fortissima impennata, e quella cartacea, data fino a qualche mese prima come settore in crescita, o almeno mantenente un fatturato stabile, ha subito viceversa una battuta d’arresto allarmante: i primi mesi del 2012 sono da considerarsi, secondo gli esperti di settore, il periodo nero delle vendite librarie in Italia. Nell’ultimo numero di «Alfabeta», Gino Roncaglia si interroga sul sintomo o la tendenza segnata da questo momento nero dell’editoria, cercando di capire se sia davvero tale, e se sia o meno da ricondurre alla crisi economica generale o, come non pare, all’avvento e alla crescente diffusione anche in Italia dell’e-book, che comunque non avrebbe segnato, a suo dire, negli altri Paesi, specie negli Usa, una riduzione significativa del consumo di libri tradizionali. I problemi che mi pongo (semplificando al massimo), rispetto a tale questione, sono, nel libro, sostanzialmente due: a monte, perché gli editori non osano più rischiare e investire nel percorso autoriale, ancora prima che sul singolo scrittore come autore  di un-libro-e-basta, e lasciano che a decidere delle sorti di un libro, a partire dalla sua tiratura iniziale, sia il prenotato delle librerie. In secondo luogo, a valle, perché si fa coincidere la lettura con l’acquisto, e si ritiene che dal solo atto di aver scelto o prelevato da una pila o da una vetrina esposta, più facilmente che dagli scaffali, com’è evidente, si possa inferire una scelta in favore della qualità, ovvero dell’incremento delle proprie conoscenze o dell’arricchimento dell’esperienza individuale. Uno: comprare un libro non equivale a leggerlo, discuterne, farne patrimonio personale. Due: leggere non è azione mai neutrale e il cosa si legge, non è irrilevante. 

A proposito dei best seller (le cui vendite, ci dicono gli editori, permettono la pubblicazione di libri ‘altri’ , di diversa e maggiore qualità) cosa pensa dell’opionione espressa di recente dal critico Pietro Citati , che ritiene sia molto meglio non leggere affatto, piuttosto che leggere Dan Brown, Giorgio Faletti e Paulo Coelho?

, come ho appena accennato, credo che leggere sia un’azione in qualche modo politica, anzi, la più politica che ci rimane, in un mondo che sembra fondarsi esclusivamente sull’economia. Vedrei bene, in un momento in cui a quanto pare si riducono i consumi, esporre o rilanciare, da parte di editori o librai, i classici, piuttosto che continuare a sfornare novità. Molte collane di grandissimo prestigio e qualità sono morte o hanno dei capolavori dimenticati e introvabili: rimettere sul mercato Volponi o Gramsci e lasciare fermi per uno o più turni gli esordienti, mi parrebbe una buona misura, anzi, una necessità storica.

Quali sono invece gli autori che hanno un peso autoriale e restano fuori dal circuito mass-mediatico? Lei cita un editore che ne ha pubblicati alcuni…

Sì, basta prendere la collana di Andrea Cortellessa, “fuoriformato” (penso sia a questa che si riferisce la sua domanda) per trovare un panorama opposto, se non del tutto alternativo, a quello della grande distribuzione di massa: da Emilio Villa a Corrado Costa a Patrizia Vicinelli a Vittorio Reta a Luigi Di Ruscio a Franco Cordelli a Gabriele Frasca a Tommaso Ottonieri a Franco Arminio. Tra l’altro in un recente film di un qualche riscontro commerciale, Scialla, a un certo punto il protagonista prestava ad un’amica proprio il “fuoriformato” della Vicinelli. Segno che comunque i due circuiti possono toccarsi e che la rincorsa della qualità non è, come erroneamente si pensa, un modo per allontanarsi dalla massa dei lettori, ma per aiutarli a essere, magari, meno massa e più consapevoli.  

A un certo punto scrive:

“Piuttosto che privilegiare categorie estrinseche (il giovane, la gio­vane o, ancora peggio, l’esordiente), che diventano un baratto d’in­dulgenza rispetto alle ingenuità degli autori, o, all’opposto, alle furbe­rie della letteratura di consumo, la critica, se non l’editoria, dovrebbe continuare a vigilare sulla qualità e non stancarsi di proporre (ammes­so che le rimangano degli spazi reali d’intervento) discorsi sulla scrit­tura, le forme, i modi della pratica letteraria. Perché rimanga effettuale la distinzione del Tristano leopardiano tra «libri costati […] grandis­simo lavoro» e «libri improvvisati» (o, diremmo oggi, tra libri scritti e prodotti seriali), e perché sopravviva la possibilità di parlare dei libri a partire dai libri, e non dalle facce più o meno telegeniche dei loro autori-spot. La sfida è tutta aperta, a patto che si ambisca a smontare e declassare quella produzione per famiglie cui si è ridotto, rientrato lo choc avan­guardista, il romanzo da classifica contemporaneo”.

Cosa pensa del boom degli esordienti, e del fenomeno del self-publishing? Le ritiene pratiche comunque deprecabili, o c’è in esse qualche possibilità che emergano degli ‘autori’ , o quantomeno che obblighino l’editoria tradizionale a riposizionarsi su quei libri “costati grandissimo lavoro”?

Nel libro mi soffermo molto su entrambi gli aspetti: quello che mi sento di sostenere, anche qui in estrema sintesi, rimandando, se interessa, al lavoro più ampio, è la necessità delle figure di mediazione, in tutti gli ambiti: credo ancora nella funzione di scouting degli editori, e di sostegno a una letteratura autoriale o di qualità da parte della critica. Mi pare difficile che rinunciando a tale mediazione (di “disintermediazione” in effetti si straparla, a proposito del self-publishing) sia possibile scovare il capolavoro. Piuttosto, si danno infondate speranze a tutti coloro che scrivono, o pensano di scrivere, che sono ormai un numero incalcolabile, all’interno di qualunque ambito: non mi è capitato una sola volta, nell’ultimo anno, di incontrare una persona che non mi abbia detto, a un certo punto, con le intenzioni più diverse e nei più disparati contesti, “ho un libro pronto, vorrei pubblicarlo”.

A un certo punto parlando del rapporto  tra scrittura e realtà, lei cita saggio di Daniele Giglioli “Senza trauma”, che così definisce la generazione degli scrittori nati tra gli anni Cinquanta e Settanta.

“Generazione, poi, secondo Giglioli storicamente smarcata dai grandi “traumi” toccati in sorte alle prece­denti, al confronto con l’esperienza della guerra in modo più o meno attivo (partecipandovi, subendone gli effetti, essendone testimoni, a va­rio titolo). Per tale nuova generazione, che le cronache letterarie hanno ribattezzato dei “tq” (ovvero dei trentenni-quarantenni), l’approccio ai grandi eventi, pure innegabilmente verificatisi nei decenni in causa e dei quali Giglioli non arriva a negare la rilevanza e gli effetti, sarebbe  stato filtrato, comunque, per lo più, da uno schermo televisivo”.

La definizione di Giglioli è molto suggestiva e credo abbia un fondamento, se non altro per la quantità di consumo dell’immaginario filmico e televisivo tra le persone nate in quegli anni. Non pensa che questa generazione, graziata da gravi fatti storici, sia destinata in qualche modo a dei manierismi narrativi straniati dal mondo, a un io che fluttua sulle cose e non le ‘sente’ ?

Sentire le cose, specie in letteratura, non vuol dire averle direttamente provate, e viceversa. Anche perché la letteratura non è cronaca e non è reportage, evidentemente. Però la generazione dei “senza trauma”, a mio parere, ha prodotto invece due equivoci uguali e contrari: da un lato quello di ritenere che quanto più si sia dentro le cose, o vicini, o accosti, tanto meglio si riescano a rappresentare (e dunque Saviano che come dice Giglioli, va nei luoghi del crimine “al posto nostro” e rischiando “in prima persona”); dall’altro, parallelamente all’idea che tutto ciò che non sia documento in presa diretta abbia meno peso, meno “impegno”, procede il falso assunto che la letteratura debba o possa soltanto essere questo. Sono false entrambe le prese di posizione, a mio parere: il reportage a caldo non sarà esente da falsificazioni, la letteratura non deve farsi a tutti i costi reportage per essere vera e sentire le cose. Il libro che mi ha parlato meglio della morte della madre non è La luce prima di Tonon, che si rivolge alla madre morente chiamandola fastidiosamente (per chi legge) “amore mio”, ma Hilarotragoedia, cui dedico un capitolo del libro, pubblicato dopo la morte della madre e con in sé una vocazione matricida narrativamente fondata (come già in Gadda): la miglior letteratura non è quella che chiama amore la mamma, allora, ma quella che non ha paura di volerla assassinare.

A proposito, aldilà del fenomeno editoriale che ha rappresentato, cosa pensa dello stile di Roberto Saviano in Gomorra? L’autore lo ha subìto , un trauma…

Penso di aver già risposto, almeno in parte; in ogni caso ci ho riflettuto, e io meno di altri, talmente tanto da non volerci ritornare ancora, se me lo consente.  

Che cosa rappresenta per lei l’esperienza dei TQ? Diventerà  presto una pratica riconoscibile o si è ancora nella fase teoretica?

Siamo, per così dire, a metà. I TQ sono stati per me che non ho mai fatto esperienza politica diretta, iscrivendomi a un partito o andando alle riunioni di sezione, la prima forma di confronto sulle questioni del presente entro un orizzonte comune reale, fatto di incontri in luoghi fisici e di iniziative anche discutibili (come il recente boicottaggio di una tavola rotonda di scrittori su Primo Levi alla Casa delle Letterature), ma sempre mosse da un tentativo o da un’idea comune di riflessione sugli spazi, le dinamiche, le buone e cattive pratiche con cui si gestiscono le iniziative culturali nel nostro paese. Con la funzione di censura mi riconosco un po’ di meno, ma la parte di elaborazione delle idee e del confronto, nelle plenarie o negli incontri su temi specifici (quello sull’editoria all’ultimo Salone del libro di Torino, ad esempio: l’unica iniziativa non finalizzata alla vendita di un prodotto rinvenibile in tutto il contesto, tra l’altro), mi sembra un terreno su cui innestare ancora nuovi progetti e far convogliare diverse competenze e professionalità. Peccato non si venga presi troppo sul serio dall’esterno, e che alla sigla si guardi ancora con irrisione o irritazione, senza poi sforzarsi di verificarne le intenzioni e i risultati, a me pare.

La Rete ha portato la critica letteraria nei blog , su Facebook, ‘viralizzando’ certi temi prima più circoscritti, ma ha anche diffuso dialettiche da stadio, pro-contro qualcuno o qualcosa (un linguaggio antropologicamente molto ‘italiano’?) Secondo lei quali vantaggi e sfortune porta questa diffusa democrazia nell’esercizio dello spirito critico?

Anche di questo nel libro parlo fino a dir basta. La mia esperienza della rete, negli ultimi anni, è stata molto deludente: senza falsa modestia, credo di aver dato tantissimo alla rete, portando con me nei dibattiti il mio bagaglio di studi, ma non solo. Soprattutto, ho cercato di immettervi la capacità di analisi acquisita nella mia formazione universitaria, molto tradizionale (e in via di estinzione definitiva), e cioè passata attraverso lo studio integrale dei grandi classici della tradizione letteraria, dall’Iliade all’Odissea all’Eneide alla Commedia al Decameron allo Zibaldone di Leopardi (quando studiavo io si usava dire: “si porta tutto, all’esame”, mentre quando ho cominciato a fare esami agli studenti ho dovuto apprendere che esiste un vero e proprio panico da parafrasi e, in generale, un incomprensibile sgomento di fronte ai testi, ridotti ormai a sparuti canti e qualche pagina di commento, nel migliore dei casi);  inoltre l’attitudine al confronto e al dialogo (o al conflitto, perché no) affinata attraverso la militanza nelle riviste e nelle redazioni culturali; infine la mia creatività, visto che sono una scrittrice, oltre che una critica, e credo di avere un punto di vista se non altro insolito quando non provocatorio, sulle cose. In cambio ne ho ricevuto attacchi feroci, insistenze e accanimenti persecutori, e la costante messa in discussione del mio ruolo, della mia autorevolezza e persino della mia identità fuori dalla rete (paradossalmente, da parte di persone che rifiutavano di firmarsi per esteso nei dibattiti e che adottavano, vigliaccamente, dei nick). Quello che mi duole dover denunciare è che questo particolare accanimento si riservi maggiormente a una donna: se a postare una poesia, nel sito di cui sono redattrice, è un mio collega, i commenti sono quasi sempre “bene, bravo, capolavoro”. Quando sono io o qualche altra poetessa, puntale arriva il dileggio o l’insulto. Quello che nel libro non dico o non dico abbastanza, forse, è quanto sia difficile, in un mondo maschile e misogino come quello culturale, essere una donna indipendente: tant’è che quando non si è la donna di qualcuno, la fidanzata, la moglie o l’amante, si finisce comunque con l’esservi forzatamente ricondotte. A me, ad esempio, si attribuisce un legame particolare con un critico che negli anni ha seguito il mio lavoro come quello di almeno altri 24 narratori, come testimonia una sua recente antologia. Per non dire dei poeti valorizzati nel tempo o degli autori presenti nelle sue collane. Ma no: sono io, l’amica del tale. È un pregiudizio duro a morire, che una donna non possa costruirsi in autonomia la propria identità: nemmeno quando ha dimostrato, come credo di aver fatto io negli anni, di essere in grado di farcela, persino ad autodanneggiarsi (come pure non manco di fare), senza necessità di sostegni o imboccate di sorta.

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Gilda Policastro è studiosa di letteratura italiana e critica letteraria per le pagine culturali di riviste e quotidiani. Ha pubblicato le monografie In luoghi ulteriori: catabasi e parodia da Leopardi al Novecento (Giardini, 2005) e Sanguineti (Palumbo, 2009), oltre a saggi su Dante, Leopardi, Manganelli, Pasolini. Attiva come polemista in diversi blog letterari, è redattrice di uno di essi dal 2011. Ha pubblicato poesie su rivista e in plaquette e il romanzo Il farmaco (Fandango, 2010).

 

Polemiche letterarie – Carocci 

Le parole e le cose – Gilda Policastro

Il farmaco – Fandango

Crescere al Sud tra Alfieri e Sanguineti -Rai Letteratura

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