Vi piace questo elemento?

Vi piace questo elemento? Unica risposta ammessa: sì, l’opzione non mi piace non esiste, al limite ignorate l’elemento.

Questa legge elementare di Facebook in un certo senso racchiude la prima aspirazione di Zuckerberg di creare un grande vetrina delle ragazze del college dove scegliere, come in un catalogo, quelle da contattare, le più carine. In principio era la faccia. Dal punto di vista di chi accetta di mettersi in vetrina Facebook ha offerto l’occasione di mostrare una identità riveduta e corretta con una selezione delle immagini di sé da mostrare e una esibizione di socialità più o meno brillante.

Questo ci racconta il libro di Katherine Losse, Dentro Facebook (Fazi editore) confermandoci quello che se non avevamo già capito, avevamo perlomeno immaginato, e cioè che Facebook nasce da un complesso di un ‘nerd’ americano di talento ma socialmente incompetente o imbranato. Dopodiché, come lo scarico di un lavandino, Facebook attira a vortice in pochi anni tutto il disagio relazionale dei nostri tempi anche se spesso uno si domanda: ma perché la gente, prima, stava davvero meglio nelle relazioni?

Nel libro scritto onestamente da Katherine Losse si intuisce una misoginia di fondo del fondatore di Facebook cui però, va detto, le ragazze contemporanee sembrano perlopiù indifferenti, rese intangibili dal fastidio ancora maggiore che provano per le rivendicazioni femministe delle loro madri liquidate, e non sempre a torto, come verbose, superate e tutto sommato inutili rampogne. Ma l’identità femminile intesa come bambolina di carta cui sovrapporre le varie mises in cui si declina l’apparire quando si è social, non può che insinuarsi in una cosa che si chiama Facebook, una realtà a due dimensioni, nella quale l’identità si modula cambiando la foto del profilo con l’estensione, introdotta più di recente, alla copertina (una sorta di nuvoletta del nostro fumetto che ci sovrasta dichiarando quale è l’immagine che ci abita in quel preciso momento). E noi, soprattutto le donne, come giustapporremmo un piatto vestitino al nostro alter ego di carta, appiccichiamo le nostre figurine sul wall di Facebook. Ma attenzione: caratteristica delle cose a due dimensioni è di non possedere la profondità, e questo non è un giudizio morale, è geometria.

Pregi e difetti di Facebook: tutto sommato il suo piattume, la sua inautenticità, il narcisismo ma anche la possibilità di scambiare idee, opinioni e di tenersi in contatto per ritrovare qualcuno…Questo dal nostro punto di vista. Altro aspetto: contribuire volontariamente, ma senza saperlo, alla schedatura planetaria dei nostri gusti di utenti, delle nostre inclinazioni, delle nostre frequentazioni (questa è l’interpretazione paranoica che ha però qualche fondamento). Quello che mi pare ormai appurato, a 8 anni dalla nascita di questo social network, è che Facebook non è né buono né cattivo; che sarebbe forse ora di non parlarne neanche più, ma anche che riflette in modo esemplare un problema relazionale della nostra civiltà: l’infantilizzazione dell’adulto occidentale e il primato della piacevolezza e della carineria, del cocooning sulla durezza della realtà. Facebook riflette un mondo in cui la parola benessere coincide con imbozzolamento e diventa sinonimo di una grandezza economica misurabile, cumulabile, come gli amici su Facebook che quanti più sono tanto più indicano superficialmente il nostro successo, in concreto la nostra solitudine.

Lo so, la mia è la solita tirata contro la società dei consumi… e va bene, sì. Leggendo il libro di Katherine Losse ho apprezzato soprattutto il modo in cui l’autrice ci trasmette il suo (e il nostro, di utenti poco fidelizzati di Facebook) ‘disagio’ nel far parte di questo mondo. Katherine Losse corona questa escalation di nausea con la rinuncia alla carriera dentro Facebook per sottrarsi al diktat di avere amici, contatti, essere cool e anche, e soprattutto, creare una grande inautentica famiglia con i colleghi con i quali condividere, ma solo virtualmente, i particolari della propria vita privata in una specie di unica panthalassa che confonde gli amici con i compagni di lavoro, i capi con i genitori, il lavoro con il gioco, questo infantile bisogno di essere sempre immersi in un liquido amniotico anche nei luoghi dove, negli anni del capitalismo rampante, ci si scannava.

Già, la competizione… Gli anni 80 non erano certo sani, ma diciamo che eravamo a uno stadio meno terminale della nostra malattia perché almeno, nella competizione, ci si misurava con l’altro. Oggi siamo in un giro di gente infantile che per esempio entra in crisi se un collega (ormai sempre più assimilato al compagno di banco se non addirittura a un gemello eterozigote che abita lo stesso utero) improvvisamente, invece di essere carino, ci dice che non è d’accordo con noi, non si fida di noi… L’invenzione ecumenica e infantile di Zuckerberg (un miliardario con la faccia di bambino che va a lavorare in felpa ciabatte di gomma e calzoni corti) ci svela, sotto forma di home (casa, non a caso….) il delirio di onnipotenza del bambino nella sua comoda tutina di ciniglia, seduto comodamente e protetto dal box, circondato dai suoi pupazzi, con la possibilità di controllo e di accesso a tutti gli oggetti del suo mondo da mettere in bocca, ciucciare e se mai scaraventare a piacimento. Eppure anche qui si insinua, e per fortuna, la possibilità del dissenso: per esempio in quelle figure in gergo definite troll della Rete: parlo di quelli che disturbano e provocano, che rompono la vacuità dei commenti plaudenti ai nostri post dove per ogni i like otteniamo una conferma, certo concessa con un misero clic, ma non importa…l’importante è cullarsi.

Concludo citando Marsilio Ficino che della bellezza dava questa etimologia, kallos: viene da kalleo, “pro-vocare”. La bellezza deve essere pro-vocata anche con la rabbia estrovertita…Che posto può avere la rabbia, il furore, in un social network che come unico giudizio espresso prevede ‘Mi piace’. Viva dunque i troll, resistenti all’utopia alienata di un mondo di collezionisti di oggetti e relazioni gradevoli. Cito Katherine Losse, Capitolo ottavo, Economia  del ❤ (cuore): “Nel 2006 Palo Alto era una specie di Disneyland tech”.
Serve altro, baby, per capire dove stiamo correndo?

Laura Carcano

1 Comment

  1. Brava Laura,
    condivido la sua brillante analisi.
    pro-vocare bellezza,
    un buon richiamo

    roberta

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