Pierre de Touche alias Marcel

Undici testi inediti del giovane Marcel Proust (1871-1922) raccolti per la prima volta nel volume Le Mensuel retrouvé, pubblicato in Francia dalle Editions des Busclats (pagine 160, euro 15). Brillante diciannovenne, Proust collaborò dal novembre 1890 al settembre 1891 con la rivista Le Mensuel di Parigi. In quell’occasione il futuro autore della monumentale Recherche fece di tutto per nascondersi, firmando gli articoli con le sue iniziali (M.P.) o con pseudonimi piuttosto fantasiosi (Etoile filante, de Brabant, Fusain, Y, Bob, Pierre de Touche) e una sola volta usò il suo vero nome e cognome.

Sulla rivista Proust scrisse brevi racconti, si cimentò con cronache di moda e belle arti, di vita mondana e di cultura. I testi pressochè ignoti, come precisa in una nota Editions des Busclats, sono preceduti da una prefazione dal titolo Marcel avant Proust dello scrittore e cineasta Jérôme Prieur, già autore del libro Proust fantome, pubblicato da Gallimard. Prieur invita il lettore a esplorare le tracce dello scrittore da giovane – ambizioso e dandy – nel mondo brillante ed effimero della sgargiante Parigi di fine Ottocento.

 

Marcel prima di Proust – Mario Serenellini (tratto da La Repubblica 18 novembre 2012, come i due testi sotto)

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(Il primissimo racconto di Proust)

Souvenir 

Un domestico in livrea scura con i bottoni d’oro venne a aprirmi e m’introdusse quasi subito in un salotto con la tappezzeria di cretonne, dalle profilature di pino, e con vista sul mare. Come entrai, un giovanotto, un ragazzo piuttosto bello, devo dire, si alzò, mi salutò freddamente, tornò a sedersi in poltrona e continuò la lettura del suo giornale, sempre fumando la pipa. Restai in piedi, alquanto imbarazzato, direi anzi alquanto preoccupato dell’accoglienza che qui avrei ricevuto. Facevo bene, dopo tutti quegli anni, a venire in questa casa, dove forse mi avevano da tempo dimenticato? In questa casa una volta così ospitale, dove avevo vissuto ore di profonda dolcezza, le più felici della mia vita?

Il giardino che cingeva la casa, con uno spiazzo a una sua estremità, la casa stessa, con le due torrette di mattoni rossi dalle decorazioni in maiolica di diversi colori, il lungo vestibolo rettangolare dove ci raccoglievamo nei giorni di pioggia, e persino i mobili del salotto dove mi avevano appena fatto entrare, nulla era cambiato.

Dopo un momento, entrò un vecchio con la barba bianca: di bassa statura e tutto curvo. Il suo sguardo indeciso dava alla sua espressione una grande indifferenza. Mi ricordai subito di Monsieur de N. Ma lui non mi riconobbe affatto. Più volte dissi chi ero: senza che il mio nome gli risvegliasse il minimo ricordo. Il mio imbarazzo andava crescendo. Ci guardavamo tutti e due nel bianco degli occhi, senza saper bene che dirci. Invano mi sforzai di metterlo sulla buona strada: mi aveva completamente dimenticato. Per lui ero uno straniero. Stavamo per congedarci, quando bruscamente s’aprì la porta: «Mia sorella Odette — mi disse, con una vocina flautata, una bella bambina tra i dieci e i dodici anni — mia sorella ha appena saputo del suo arrivo. Vuol venire a trovarla? Le farebbe tanto piacere!». La seguii, scendemmo in giardino. Lì, trovai appunto Odette, distesa su una chaise longue, avvolta da un’ampia coperta scozzese. Non l’avrei, per così dire, riconosciuta, tanto era cambiata. I suoi tratti s’erano allungati e i suoi occhi cerchiati di nero sembravano perforare il suo volto esangue. Lei, che era stata così bella, non lo era più per nulla. Con qualche imbarazzo, mi pregò di sedermi accanto a lei. Eravamo soli. «Dev’essere ben sorpreso di trovarmi in uno stato simile — mi disse dopo alcuni istanti — . Il fatto è che, per la mia terribile malattia, sono condannata, come vede, a rimanere distesa, senza muovermi. Vivo di sentimenti e di dolori. Affondo lo sguardo in quel mare blu, che con la sua vastità, d’apparenza infinita, tanto m’incanta. Le onde, che vengono a frangersi sulla banchigia, sono altrettanti pensieri tristi che mi percorrono la mente, altrettante speranze da cui bisogna che mi distacchi. Leggo, leggo anche molto. La musica dei versi mi richiama i più dolci ricordi e fa vibrare tutto il mio essere. Che gentilezza, da parte sua, non avermi dimenticata, dopo tanti anni, e essere venuto a trovarmi! Mi fa tanto bene. Mi sento già molto meglio. Posso ben dirlo, no? Perché siamo stati così grandi amici insieme. Si ricorda delle partite di tennis, che giocavamo proprio qui, in questo stesso spiazzo? Ero lesta, allora. Ero gaia. Oggi, non posso più essere lesta. Non posso più essere gaia. Quando vedo il mare ritirarsi lontano, molto lontano, ripenso spesso alle nostre passeggiate solitarie durante la bassa marea. Ne conservo un ricordo incantevole, che potrebbe bastare a rendermi felice, se non fossi così egoista, così odiosa. Ma, vede, trovo difficile rassegnarmi e, di quando in quando, mio malgrado, mi rivolto contro la mia sorte. Mi annoio così tutta sola, perché sono sola da quando la mamma è morta. Il papà, poi, è troppo malato e troppo vecchio per occuparsi di me. Mio fratello ha sofferto una gran pena d’amore per una donna che l’ha orribilmente ingannato. Da allora, vive per conto suo. Nulla può consolarlo e nemmeno distrarlo. Quanto alla mia sorellina, è così giovane e d’altronde bisogna lasciarla vivere felice, finché può».

Mentre mi parlava, il suo sguardo s’era rianimato. Il colore cadaverico della sua carnagione era sparito. Aveva ripreso la dolce espressione d’un tempo. Era di nuovo bella. Dio mio, com’era bella! Avrei voluto stringerla tra le mie braccia: avrei voluto dirle che l’amavo… Restammo ancora a lungo insieme. Poi la trasportarono in casa: la sera si stava rinfrescando. Poi fu necessario congedarmi da lei. Le lacrime mi soffocavano. Percorsi quel lungo vestibolo, quel giardino delizioso dove la ghiaia dei viali non doveva, ahimé, mai più scricchiolare sotto i miei passi. Scesi in spiaggia: era deserta. Passeggiai pensieroso, ricordando Odette, lungo il mare che si ritirava indifferente e calmo. Il sole era sparito dietro l’orizzonte: ma continuava a aspergere il cielo dei suoi raggi purpurei.

* firmato Pierre de Touche da Le Mensuel, settembre 1891

(Traduzione di Mario Serenellini)

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La terribile malattia della bella Odette

DARIA GALATERIA

L’ombra di un non detto si allunga sul primo racconto conosciuto di Proust (pubblicato qui sopra, ndr). Qual è la «terribile malattia» di Odette? Perché vive di «sentimenti e di dolori»? È stato notato che, incastrando queste pagine con una novella pubblicata nel 1893 sulla Revue Blanche, Prima della notte, si forma un testo completo — anche qui, una fanciulla è gravemente malata: si è tirata un colpo di rivoltella, e non è stato possibile estrarre la pallottola; la ragazza confessa al narratore in visita che ha tentato il suicidio per un atroce senso di colpa, legato alla sua omosessualità: «Non c’è gerarchia tra gli amori», tenta di consolarla il visitatore. Solo con La confession d’une jeune fille, pubblicata nel 1896 ne I Piaceri e i giorni, una fanciulla, pervertita da un amore indegno, confessa che, colta dalla madre nel momento del piacere, ne ha provocato la morte. Tutta la Recherche sarà innervata da questo rimorso matricida: la madre sfinita dalle cure, le pene, il decoro violato; «chi nasce uccide». Souvenir profuma di questo rimpianto: la nostalgia di un impossibile amore lecito e felice; e vibra di una malattia che è un senso di colpa. Il narratore si allontana dal suo doppio femminile; i passi risuonano sulla ghiaia: il suo segreto ha la forma della solitudine.

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