Variazioni selvagge

No, nessuna nostalgia dell’infanzia. In tutti questi anni, non ho mai vagheggiato un paradiso perduto ma un paradiso da trovare: altrove, in attesa.
Un paradiso già dentro di me, sepolto.
– E’ incontentabile!
Mille volte, da piccola, ho sentito dire parole simili da chi mi guardava, accudiva, criticava e, ancor prima di capirne il senso, me ne ero fatta una famiglia, come con i peluche. Era la famiglia degli “in”, cominciavano tutti per “in” e avevano tutti il potere di dipingere stupore e inquietudine sul volto di mia madre. Sola nella mia stanza, le ripetevo, scandivo attentamente quel che ricordavo delle loro sillabe, ne disegnavo l’albero genealogico.
(…)
Di solito, dopo in-trattabile veniva in-soddisfatta. Poi in-gestibile, o im-possibile. In-disciplinata, in-saziabile, in-subordinata. In-adattabile. Im-prevedibile.
– Fatele fare dello sport.
Qualcuno doveva aver diagnosticato un eccesso d’energia, un’esuberanza che le arti marziali o il tennis avrebbero provveduto a sfogare. Feci entrambe le cose, e in più la danza, ma mi trovarono del tutto in-adatta a quest’arte. Non ne odiavo solo la disciplina corporea, mi ripugnava tutto l’armamentario. Scaldacuore o tutù, scaldamuscoli o satin rosa, non c’era proprio niente che mi piacesse. Mi faceva somigliare terribilmente alle bambole che, per qualche malaugurata idea, provavano a regalarmi a Natale. Furibonda, le scagliavo tutte contro il muro. L’idea che si potesse pensare di regalarmi cose simili mi inorridiva. Figuriamoci prenderle a modello! Però le arti marziali mi procuravano un certo piacere, e anche il tennis, cui giocavo regolarmente con mio padre: bei momenti di complicità con lui, uomo dal temperamento cartesiano con il gusto dell’ordine, del rigore, della pianificazione, infastidito dalla mia agitazione, dai miei umori lunatici, dalle mie passioni improvvise. (tratto da H. Grimaud, Variazioni selvagge, pgg. 9-10).

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Quando ero ancora bambina, mi capitò tra le mani una foto di quest’artista. Sguardo fisso, cupo, viso lungo e tormentato, labbra carnose e mani immense, capaci di abbracciare tutte le ottave e di mescolare un mazzo di note fiorite. Affascinante. Sergej Rachmaninov mi guardava (avevo davvero l’impressione che guardasse me) nell’attimo in cui era stato ritratto: voltava le spalle alla terra natale e finiva così lontano dalle sue campagne slave, dai campanili a bulbo di tulipano o zafferano. Contemplavo per ore quel viso, gli orecchi parabolici, via necessaria al respiro del mondo, le mani, gli occhi che avevano visto le note del Secondo concerto ancor prima di concepirle, gli orecchi che le avevano sentite, le mani che le avevano scritte ed eseguite.
(…)
Volevo studiare quell’opera, volevo interpretarla. Grazie a lei, sentivo che l’amore e la musica possono tutto. Tutto, tranne “non essere”. Suonare il Secondo concerto di Rachmaninov significava “essere”, confessarmi, dirmi del tutto, in una tonalità immateriale.
Significava offrirmi a colui che non mi vedeva.

(ibid., pgg.81-82)

Hélène Grimaud

H. Grimaud, Lezioni private – Bollati Boringhieri

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