Come un fucile carico

Alla distanza di circa un secolo dalla sua scomparsa,  sapienti editori hanno aggiustato errori e difetti di prospettiva, giungendo a un’edizione la più vicina possibile alla versione originale delle poesie, alternate nelle prime edizioni per l’insopportabile (al tempo) turbativa dell’orizzonte d’attesa grammaticale, sintattica, tematica di come doveva essere la poesia scritta da una donna. E per le passioni che si scatenano intorno al corpus poetico di una donna poeta, che si sapeva tale, ma che non si preoccupò di “pubblicare” quel che scriveva. Che fu “assente” in vita dalla vita pubblica, e visse da un certo punto in poi raccolta nella sua stanza, che identificò con lo spazio della sua libertà. Basta «girare la chiave», ed ecco «la libertà», spiegò alla nipote Martha; e intendeva non quando la chiave apre la porta, ma quando la chiude alle spalle.

Perché? E’ sempre stata la domanda. (…)

 ©Amherst College Archives and Special Collections«L’abisso non ha biografi», spiega Emily. E ha perfettamente ragione, anche secondo Lyndall Gordon; la quale non è così ingenua da credere soltanto nei documenti, nelle prove fattuali… Eppure scava, scava, come una vecchia talpa finché arriva a scoprire, addirittura, una vecchia ricetta, del tutto casualmente sopravvissuta, e da quella e a da un certo viaggio a Boston e da una certa visita presso il dottor James Jackson, arriva a congetturare che l’amata Emily soffre di epilessia. E ricostruisce nel DNA della famiglia tale malattia. Del grand mal ha sofferto il cugino Zebina Montague, ne soffrirà il nipote Ned, e il padre Austin ne registrerà gli attacchi nel suo diario privato… In pubblico, però, non se ne parla; il grand mal, o il «male della caduta», in pubblico è rimosso, represso. Il dottor Jackson non ne pronunciò il nome, quando emise la sua diagnosi; però dette a Emily quella ricetta, in cui prescriveva la somministrazione di una certa medicina, che veniva usata in casi di epilessia. Suggerì, inoltre, uno stile di vita ritirato, da reclusa, e le vesti bianche, perché era importante l’igiene. L’attacco era meglio se rimaneva all’interno della casa, se non lo vedeva nessuno; ed era bene che il paziente venisse tenuto in ordine nell’abito e nella dieta, quasi a riequilibrare una certa scompostezza isterica della malattia.

La malattia spiegherebbe perché Emily chiude dietro di sé la porta della stanza e dietro  la porta chiusa vive sempre vestita di bianco. A custodire la reclusa vegliano due donne: Vinnie e Sue. La sorella di sangue Lavinia e la sorella d’elezione Susan.

(tratto dalla prefazione di Nadia Fusini a L. Gordon, Come un fucile carico, Fazi)

Emily Dickinson – BartlebyCafé

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