Flâneur Baudelaire

Grazie ai manoscritti benjaminiani ritrovati da Giorgio Agamben nel 1981 nella Biblioteca nazionale di Parigi, questo lavoro ricostruisce il testo su Baudelaire al quale Benjamin lavorò negli ultimi due anni della sua vita; quando, interrompendo i Passages di Parigi, decide di trasformare in un’opera autonoma quello che all’inizio si presentava come un capitolo del libro.

Il libro costituisce una sorta di laboratorio, un composito ma coerente insieme di frammenti, che dispiega il metodo critico di Walter Benjamin – per niente astratto – nel quale teoria e creazione materiale del testo sono saldamente connessi.

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 Tout pour  moi  devient allégorie
Baudelaire, Le Cygne

  L’ingegno di Baudelaire, nutrito di melancolia, è un ingegno allegorico. Per la prima volta, in Baudelaire, Parigi diventa oggetto della poesia lirica. Questa poesia non è arte regionale; lo sguardo dell’allegorista, che incontra la città, è lo sguardo dell’estraniato. E’ lo sguardo del flâneur, la cui forma di vita avvolge ancora di un bagliore conciliante quello futuro, desolato dell’abitante della grande città. Il  flâneur è ancora sulla soglia, della grande città come della borghesia. Nessuna delle due lo ha ancora travolto. In nessuna delle due egli si sente a proprio agio; e cerca rifugio nella folla. (…)

I non conformisti si ribellano alla consegna dell’arte al mercato. Essi si radunano attorno alla bandiera dell’art pour l’art. Da questa parola d’ordine scaturisce la concezione dell’opera d’arte totale, col suon tentativo di salvaguardare l’arte dallo sviluppo della tecnica. La sacralità con cui l’opera d’arte totale celebra se stessa è il pendant dello svago che trasfigura la merce. entrambi astraggono dall’esistenza sociale dell’uomo. Baudelaire soccombe al fascino di Wagner.

(da Walter Benjamin, Charles Baludelaire. Un poeta lirico nell’età del capitalismo avanzatoNeri Pozza, pgg. 22 e 24)

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Lettera di Baudelaire a Wagner

Signore,
ho sempre pensato che un grande artista, per quanto possa essergli familiare la gloria, non sarebbe affatto insensibile a un complimento sincero, quando tale complimento fosse come un grido di riconoscenza, e quando questo grido avesse un valore particolare, per il fatto di venire da parte di un francese, cioè di un uomo poco incline all’entusiasmo e nato in un paese dove non si sa di poesia e di pittura più di quanto non si sappia di musica. Anzitutto vi devo confessare che vi sono debitore del godimento musicale più profondo ch’io abbia mai provato. Ho un’età nella quale non ci si diverte più davvero a scrivere a persone famose, e avrei del resto a lungo esitato a testimoniarvi per lettera la mia ammirazione, se ogni giorno non mi capitassero sotto gli occhi articoli indegni, e ridicoli, che si dan da fare in mille maniere per diffamare il vostro genio. Non siete il primo, signore, a causa del quale ho dovuto soffrire e arrossire per il mio paese. Ma ora l’indignazione m’ha spinto a esprimere in modo esplicito la mia riconoscenza. Mi son detto: non voglio essere confuso con questa pletora di imbecilli.
La prima volta che mi son recato al Théátre des Italiens, per ascoltare le vostre opere, ero abbastanza maldisposto, e persino, lo confesso, pieno di pregiudizi. Ma son da scusare, sono stato tanto spesso ingannato: m’è capitato troppe volte d’ascoltare musica composta da ciarlatani. Da voi sono stato immediatamente conquistato. Non si può descrivere quel che ho sentito, e se vi trattenete dal sorridere, proverò a tradurvelo in parole. In un primo momento m’è parso di conoscere quella musica, ma più tardi, riflettendovi, ho capito da che nasceva tale miraggio: mi pareva che quella musica fosse mia, e la riconoscevo così come ognuno riconosce le cose che è destinato ad amare. Per chiunque non abbia finezza di spirito una frase di questo tipo risulterebbe estremamente ridicola, soprattutto se scritta da uno come me, che non sa di musica, la cui educazione si limita al fatto d’avere ascoltato (d’accordo, con grande godimento) alcuni brani di Weber e di Beethoven.
Inoltre mi ha molto colpito, più di ogni altro aspetto, il senso di grandezza. Un carattere che rappresenta ciò che è solenne, e tende verso il solenne. Dappertutto nelle vostre opere sento la solennità degli immensi sussurri, delle grandi visioni della Natura, la solennità delle forti passioni dell’uomo. Subito ci si sente soggiogati e trasportati in alto. Uno tra i brani più singolari, e tra quelli che mi hanno dato una sensazione musicale davvero nuova, è il brano che ha la funzione di descrivere uno stato di estasi religiosa. L’effetto dell’Ingresso degli invitati e della Festa nuziale è immenso. Ho avvertito il senso maestoso d’una vita che ha un respiro più grande della nostra. Ancora: ho spesso provato un sentimento di genere assai bizzarro, la fierezza e il godimento nel comprendere, del lasciarsi penetrare profondamente: piacere davvero sensuale, simile al piacere che si ha nel salire su in aria o nel lasciarsi portare dalle onde. La musica talvolta respirava il senso forte del vivere. Complessivamente quelle armonie profonde mi parevan somigliare a quegli eccitanti che accelerano le pulsazioni dell’immaginazione. E ho anche provato, e vi prego di non sorridere, sensazioni che derivano probabilmente dalla conformazione del mio animo e dalle mie consuete preoccupazioni. Dappertutto c’è qualcosa di elevato e che eleva, qualcosa che aspira a salire sempre più in alto, qualcosa che ha il sapore dell’eccesso e della straordinarietà. Faccio un esempio: per usare immagini tolte al linguaggio della pittura, mi immagino d’aver davanti agli occhi una vasta distesa d’un rosso intenso. Se questo rosso rappresenta la passione, io lo vedo gradualmente attraversare tutta la gamma del rosso e del rosa e giungere all’incandescenza della fornace. Sembrerebbe difficile, persino impossibile giungere a qualcosa di più ardente, ed ecco che ancora un’ultima scintilla sprizza tracciando un solco più bianco sul bianco che le serve da fondo. Si tratterà, se così vogliamo dire, dell’estrerno grido dell’animo elevatosi sino al parossismo.
Avevo cominciato a scrivere qualche breve meditazione sui brani del Tannhäuser e del Lohengrin che abbiamo ascoltato, ma ho dovuto ammettere che è davvero impossibile dir tutto. E così potrei continuare senza fine questa lettera. Se avete potuto leggermi vi ringrazio. Mi resta da aggiungere solo qualche parola. Dal giorno in cui ho ascoltato la vostra musica, continuo a dirmi senza sosta, soprattutto nelle ore tristi: potessi almeno sentire stasera un po’ di Wagner. E non c’è dubbio che anche altri avranno i miei stessi sentimenti. In conclusione, voi avreste dovuto esser soddisfatto del pubblico, il cui istinto è stato ben più forte della cattiva scienza dei critici giornalisti. Perché non prendete in considerazione l’idea di dare ancora qualche concerto, aggiungendo nuovi pezzi? Ci avete fatto gustare un assaggio di delizie mai provate: avete il diritto di privarci di quel che segue? – Ancora una volta, signore, vi ringrazio: in ore cupe voi siete riuscito a ricondurmi a me stesso e all’immenso.
Ch. Baudelaire

Venerdì 17 febbraio 1860

Non metto il mio indirizzo, non voglio che crediate ch’io abbia da chiedervi qualcosa.

(tratto da Charles Baudelaire, Su Wagner, ES, pgg. 11-14)

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I fiori del male

Le Poison

Mélancolie

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