Il gioco del rocchetto

Jean-Bertrand Lefevre-Pontalis è morto all’età di 89 anni.  Con Jean-Louis Laplanche è stato l’ideatore di un progetto che ha sistematizzato i concetti fondamentali del pensiero freudiano e della teoria psicoanalitica successiva. La summa è nelle 400 voci del Vocabulaire de la psychanalyse (1967), tradotto  l’anno successivo da Laterza con il titolo Enciclopedia della psicoanalisi, considerato uno strumento essenziale di consultazione per psicoanalisti, psicologi e psichiatri. Pontalis ha partecipato alla fondazione dell’Association Française de Psychanalyse. Tra i libri pubblicati in italiano ecco uno stralcio di  “Finestre” (E/O, 2001), che racconta nello stile tipico dell’autore un concetto fondamentale della teoria freudiana: il fort/da, o teoria del rocchetto, che descrive, simbolicamente, la regolazione dell’attaccamento tra il bambino e il suo caregiver.

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(…) Ed eccolo appunto di fronte a un nuovo enigma, un piccolo enigma di poco conto, questa volta, che lui è forse il solo a percepire  e che lo intriga molto, l’enigma postogli da quel bambino di un anno e mezzo che ancora non parla – può solo ripetere qualche parola che i suoi a malapena capiscono – e che ha appena inventato un gioco piuttosto particolare che i suoi non capiscono affatto.

L’uomo ha letto una gran quantità di lavori dedicati dagli specialisti ai giochi dei bambini, ma senza trovarvi la risposta che cercava. Allora osserva. Per diverse settimane: l’occasione è propizia, l’uomo passa un po’ di tempo sotto lo stesso tetto del bambino e dei suoi genitori.

Non c’è un bambino più buono di lui, non piange mai quando sua madre lo lascia, talvolta per ore intere, la notte non disturba i genitori, è molto ubbidiente, ossia sottomesso – è la sorte dei bambini essere sottomessi ai comandi, ai divieti, all’arbitrio. Forse si spera che così, dimostrandosi molto buoni, ci si conquisterà la sicurezza di essere amati.

Sottomesso, quel bravo bambino, fino al giorno in cui… Ecco che scaraventa fuori dal letto, e qui comincia la sorpresa dei suoi, tutti i giocattoli che può afferrare; accompagna con un “o-o-o” (deformazione di fort che in tedesco significa via), che sembra dargli piacere, la ripetizione di quel gesto di rifiuto. Poi la questione si precisa, e qui inizia quanto intriga il nostro osservatore, qui risiede l’enigma che finirà per risolvere senza difficoltà: tra i giocattoli c’è un rocchetto intorno a cui è avvolto del filo; instancabilmente il bambino lo butta oltre la ringhiera del letto, tenendo al tempo stesso in mano il filo, poi lo fa tornare a sé, salutando la sua ricomparsa con un gioioso “da” (“qui”). Scomparsa, ritorno.

Questo gioco del rocchetto, psicoanalisti e filosofi lo hanno ampiamente commentato. Ed ecco che anch’io non ho resistito al piacere, non di aggiungervi la mia propria chiosa, ma semplicemente di descriverlo senza sapere bene se mi stavo mettendo al posto del bambino o a quello di Freud… Potrebbe darsi che conosciamo questo gioco meglio di quelli che facevano i nostri propri figli. Se lo conosciamo meglio, questo “via-qui”, è perché non abbiamo mai smesso di giocarci.

E se nel corso di tutta la vita non facessimo altro che lanciare via il rocchetto per farlo tornare qui! (…)

E, per quanto fragile, quel filo è ciò che ci collega all’altro, alla vita. Se si rompe – la vita è attaccata a un filo – è la morte. Cosa avrebbe provato quel bambino se il rocchetto non fosse tornato nella sua mano?

(da J.-B. Pontalis, Finestre, E/O, pgg.68-70)

J.-B. Pontalis, mort d’un maître à penser

Ultime interviste a Pontalis su radio France Inter

 

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