Il Flaubert di Antonia Pozzi

Flaubert – La formazione letteraria (1830-1865), è la tesi di laurea in letteratura francese che Antonia Pozzi discusse nel 1935 alla Statale di Milano, e  continuò a riscrivere fino a quando,  il 3 dicembre 1938, si tolse la vita a ventisei anni. Il saggio è l’occasione per conoscerne un versante inedito, quello della saggista capace di esercitare nella critica letteraria tutta l’intuizione, l’intelligenza e il quieto rigore della sua poesia.

 Antonia Pozzi segue le evoluzioni dello spirito e del gusto di Flaubert negli anni della formazione letteraria, dai nove ai trentacinque anni; è un’opera sulla giovinezza che, come scrive Antonio Banfi, della giovinezza ha tutti i caratteri: “L’impegno dello studio, la partecipazione commossa, la freschezza dell’intuizione immediata, l’esattezza vibrante dell’idea e soprattutto quell’atmosfera limpida di semplicità spirituale in cui si bagnano per i giovani le cose, gli eventi, e le anime degli uomini”.

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Intervista a Alessandra Cenni (curatrice dell’opera)

Come nasce l’interesse di Antonia Pozzi per Flaubert? Quali aspetti dello scrittori francese la catturano, quali sono oggetto della sua analisi critica?

Antonia Pozzi si laurea nel 1934 in Estetica con una tesi di Filologia Straniera appunto dedicata a Flaubert, La formazione letteraria (1830-1856) che ora abbiamo ripubblicato con Libri Scheiwiller, dopo ben 73 anni dalla prima edizione Garzanti. L’argomento della tesi le fu proposto dal suo professore all’Università Statale di Milano, Antonio Banfi, docente di Storia della Filosofia ed Estetica, che formò più di una generazione di intellettuali milanesi. D’altra parte Antonia leggeva moltissimo, conosceva bene e leggeva in lingua originale le principali letterature europee, tra cui prediligeva la tedesca e la francese. La sua vasta e profonda cultura le consente un approccio critico di grande respiro. E la giovane studiosa, piuttosto che seguire le direttive del professore che le suggeriva di non cadere nell’analitico, trova in Flaubert l’autore che meglio le indica il discrimine tra la vocazione lirica, appassionatamente autobiografica e il sorgere di una lucida coscienza critica che l’avrebbe portata alla prosa, al romanzo, certamente. Proprio in Flaubert analizza la ricchezza delle due tendenze della personalità: quella fantastico-romantica e quella critico-realistica che confluivano nelle opere maggiori. Sente il bisogno di verità compenetrato alla perfezione dell’arte e analizza la vita di questo scrittore che più di ogni altro si identifica con l’esercizio stoico della letteratura . L’esempio di Flaubert, dopo la lezione di Goethe a cui Banfi aveva dedicato uno storico corso universitario, la prepara alle amare latitudini di Mann e di Musil, di cui studierà il rapporto vita-arte. Ma Antonia Pozzi si distacca dal modello flaubertiano e dal suo concetto di stile assoluto. Nessuna opera, può, come al tempo di Flaubert, rappresentare tutta la cultura e l’esperienza del mondo. Non si può vivere per l’arte, piuttosto l’artista deve vivere tutta la vita vivibile.

“Il destino della Bovary”… Così Banfi commentò il suicidio di Antonia Pozzi. Cosa pensa di questo accostamento?

Antonia Pozzi si distacca nettamente da ogni identificazione con Madame Bovary, pur amandola ed essendone affascinata, malgrado la sua vita fosse contrassegnata da analoghe insoddisfazioni e rinunce, fino alla scelta finale del suicidio, tre anni dopo questo suo lavoro. Nell’autodistruttiva ribellione di Emma riconosce piuttosto lo slancio del giovane Flaubert, respinto dalla vita di cui voleva gustare ogni esperienza, soprattutto l’esperienza d’amore. L’accostamento con la vita della protagonista flaubertiana, fatto dallo stesso Antonio Banfi a una testimone, pur avendo scritto un’introduzione elogiativa per la prima edizione Garzanti, risulta dunque riduttivo e semplicistico.

Antonia Pozzi non era prigioniera dei suoi sogni, non muore per l’accanito male del sogno e non cerca nei sogni il risarcimento di una felicità negata. La sua concezione etica della vita era altrove, in una vocazione artistica troncata per l’incomprensione del suo ambiente, di fronte alla tragedia della storia, dentro quella Crisi che investiva, con gli individui, tutta una generazione .

Banfi , si legge nella sua introduzione, fu accusato di aver influenzato altri allievi al gesto fatale del suicidio. Un’accusa pesante…

Il mito negativo di Banfi “persuasor di morte” nacque alla scuola del filosofo Martinetti, il suo collega all’Università Cattolica di Milano ed è assolutamente ingiustificato. Anche se molti dei suoi allievi si suicidarono ( oltre alla Pozzi: Enzo Paci, Remo Cantoni, Luigi Preti e, in anni successivi, Guido Morselli), chiunque si sia accostato alla filosofia banfiana ne riconosce il messaggio potentemente vitalistico, razionalista, antidogmatico, fiducioso nella forza del cambiamento fino all’adesione al marxismo. Egli non poteva ispirare pensieri di morte : tuttavia, indiscutibilmente, potevano questi essere tentazione pressante in giovani sensibili ricettori della crisi. Forse sono state interpretazioni successive, come quella esistenzialista di Enzo Paci, ad aprire percorsi pessimisti al pensiero critico in relazione alle esperienze sempre più tragiche della guerra e degli stermini di massa.

Quali aspetti inediti di Antonia Pozzi ci rivela a sua tesi di laurea, scritta nei tre anni precedenti la sua morte?

Se pure giovanissima, dimostra un’estrema acutezza critica e la capacità di porsi a distanza rispetto agli argomenti in cui avrebbe potuto facilmente identificarsi. In questo, dimostra di aver compreso perfettamente l’estetica flaubertiana , una dedizione assoluta al proprio lavoro e il controllo sulla passione letteraria con l’obiettivo di raggiungere il necessario distacco dell’arte. Tuttavia la vera poesia nasce tra altitudini e abissi, luoghi intellettuali dove non cedere al semplicismo dei sentimenti. La ricerca di una poesia che non deve essere “la schiuma del cuore” ci fa capire come anche la sua poesia non debba cadere nell’equivoco della “poesia sentimentale” o dei “buoni sentimenti”, come già suggeriva Eugenio Montale nella sua prefazione a Parole del 1948. Le sue parole nascono da una vocazione autentica e ineludibile, se pur in grado, come ogni grande, di essere apprezzata da ogni categoria di lettori , per chi la sa intendere ricca come poche altre di una cultura poetica raffinata dall’ accorto esercizio stilistico, testimonianza di interrogativi filosofici radicati nella storia del Novecento.

Il mito Antonia Pozzi  è ancora forte. E’ vero che si sta pensando a un film?

Il ‘caso’ di Antonia Pozzi non è solo un caso letterario, in effetti. Non è azzardato cominciare a parlare di ‘mito’, nato e consolidatosi a dispetto e forse proprio grazie al silenzio deposto per due volte sul suo nome e i suoi quaderni segreti fatti conoscere solo dopo la sua morte. Il suicidio a soli 26 anni, nascosto dalla famiglia, le amputazioni e tagli sulla sua opera, soprattutto in corrispondenza all’amore censurato per il suo professore di liceo Antonio Maria Cervi, il destino delle sue carte custodite dalle suore di Monza e del suo eremo montano a Pasturo e finalmente il successo subentrato dopo la prima edizione moderna ad opera del rimpianto Vanni Scheiwiller nel 1986, a cura della sottoscritta, a cui sono seguite tante altre, hanno suscitato un acceso dibattito, interesse e curiosità qualche volta fuori luogo: tutti fattori comunque che hanno contribuito alla sua crescente notorietà. Trent’anni fa il suo nome era noto a una ristretta cerchia di appassionati, oggi persino ricorre nei messaggi di facebook e nelle pagine web con una popolarità dimostrata anche dalle molte traduzioni. Questo successo ci fa molto piacere, anche perché la sua morte in giovane età non le ha permesso di invecchiare tra gli scaffali delle biblioteche e le attuali imprese editoriali, che rispondono alle richieste soprattutto dei giovani lettori, ne mostrano la straordinaria freschezza. Tra le molte iniziative teatrali e musicali, mostre e spettacoli a lei dedicati intorno al Centenario della nascita, effettivamente è in produzione anche un film importante, di cui avrete notizia sicuramente tra pochi mesi.

Antonia Pozzi fotografa – BartlebyCafé

Vivere è tutti i giorni cominciare

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